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Il chirurgo che ricostruisce gratis il clitoride alle donne infibulate PDF Stampa E-mail
Lunedì 10 Ottobre 2011 13:13
Intervista a PerPere_Barri_Soldevilae Barri Soldevila


di Sabrina Bedin

Dopo aver imparato a ricostruire il clitoride all'Hospital Bichat Claude Bernard di Parigi, Barri opera gratuitamente le donne che hanno subito la mutilazione dei genitali all'Institut Dexeus di Barcellona.

 

Come è nata l’idea? Come si è trasformata in realtà e quali difficoltà ha incontrato durante il percorso?

Abbiamo messo in pratica un programma di ricostruzione di mutilazione genitale adattando una tecnica chirurgica che esiste da 10 anni. Ciò che è costato è stato metterla in pratica qui. Mi sono sempre interessato a questo perché mi occupo di ginecologia e durante l’estate praticavo chirurgia umanitaria in Africa. Terminata l’Università andai a fare un master in un ospedale di Parigi dove si era appena organizzato un gruppo di chirurgia specializzato nella ricostruzione di mutilazioni genitali.Si trattava di un tema che mi aveva sempre interessato e dunque quando tornai qui ci domandammo: “come possiamo mettere tale tecnica a disposizione delle pazienti immigrate mutilate nel nostro Paese”? Dal principio avevamo chiaro che era qualcosa che si doveva offrire in forma gratuita ed a pazienti già residenti nel nostro Paese, perché non avevamo i mezzi per andare a cercare pazienti in Africa. Inoltre, io che conosco la realtà di lì, so che non sarebbe positivo lanciare un progetto del genere, perché lì “la norma” per una donna è quella di essere mutilata. Per la società africana la ricostruzione di una mutilazione significherebbe andare contro i valori culturali locali. Questo costa moltissimo e io l’ho vissuto chiaramente in Francia. Per questo le pazienti che operiamo sono di origine africana, però con accentuati valori di origine occidentale; questa è la parte che le manca per integrarsi appieno nei valori della donna occidentale”. 

 

Ci sono differenze tra immigrate mutilate di prima o seconda generazione?

“La maggioranza sono di seconda generazione. Figlie di immigrati che sono nate qui o che sono venute quando erano molto piccole. Però sono ragazze integrate, che nella quotidianità interagiscono molto con donne occidentali. Una donna mutilata può avere conseguenze fisiche molto importanti, però queste normalmente noi non le vediamo perché non arrivano a poter vivere nel nostro continente. La maggioranza di donne mutilate che si rivolgono a noi hanno conseguenze sessuali. Sono donne che nella sfera sessuale sono differenti, così come nell’aspetto dei loro genitali. Però il problema psicologico lo hanno quando vengono qui, perché in Africa avevano una vita normale. Ci sono Paesi nel centro d’Africa in cui più del 90% delle donne sono mutilate, è la “normalità”. Si vive bene sentendosi normali; si vive male quando si è differenti”.

Durante il processo viene fornito un appoggio psicologico?

“La prima volta che la donna arriva qui viene sottoposta a una valutazione psichiatrica psicosessuale; per scartare l’ipotesi che sia affetta da alcuna malattia psicologica o psichiatrica che potrebbe alterare la percezione del processo e per valutare oggettivamente la qualità della sua vita sessuale. Questo si fa al principio e poi nuovamente dopo 6 mesi dall’operazione per poter valutare il cambiamento”.

Quando avete effettuato la prima operazione?

“Giugno/Luglio 2008. Da allora abbiamo operato più o meno 30 donne. La stampa ci ha aiutato molto perché si tratta di un tema sensibile e di cui parliamo assiduamente. E poi c’è il lavoro con le associazioni e il passaparola tra le pazienti. Il nostro problema, inizialmente, è stato “raggiungere” le pazienti. Tale problema è ora risolto e adesso vediamo più o meno due o tre pazienti nuove a settimana; dopo è arrivata la crisi e ci siamo scontrati col problema economico”.

Come si finanzia il processo?

“Finora si è finanziato con l’appoggio della nostra fondazione “Salud de la Mujer Dexeus” e dei componenti dello staff. Lavoriamo tutti gratuitamente”.

Qual è il ruolo della sanità pubblica?

“Gli organi della sanità pubblica conoscono bene il nostro programma e lo sostengono. Fanno un lavoro molto importante a livello di strategia di prevenzione della mutilazione, però tuttavia non ci appoggiano economicamente”.

Siete gli unici, in Spagna, a fare tale intervento?

“Sì. Abbiamo lavorato molto anche nella divulgazione della tecnica e abbiamo collaborato con altre comunità autonome. Non sono i governi che se ne sono interessati, bensì soggetti individuali. A Valencia c’è un ospedale che funziona da solo. Hanno ancora pochi casi però hanno fatto la formazione e applicano il programma come noi. In fondo si tratta di ciò: che la tecnica si diffonda il più possibile per poter raggiungere quante più pazienti”.

Altri Paesi effettuano tale intervento?

“Soprattutto Francia, dove lo fa la sanità pubblica”.

Quali sono i cambiamenti dopo l’intervento?

“I risultati sono molto buoni. In oltre il 90% dei casi i genitali recuperano un aspetto esterno normale. Io credevo fosse secondario, invece, soprattutto per le ragazze giovani, è fondamentale. Una paziente molto giovane mi disse: “Per me è molto importante, quando conosco un ragazzo, non dover dare spiegazioni”. Vedere dei genitali mutilati impressiona, dunque che possa passare inosservato è molto importante.

Inoltre, funziona; più o meno il 75% dei casi recupera la capacità di stimolazione sessuale. Di questo 75%, quasi il 40% la recupera totalmente e un 30/35% parzialmente. Però non si deve dimenticare che si tratta di ragazze che  non avevano nessuna capacità di stimolazione sessuale. Per cui anche se arrivano all’orgasmo ogni tanto, sono felicissime”.

Quali sono le cifre?

“Solo in Catalunya si stima ci siano 800/900 donne mutilate. Di queste, poche vogliono andare contro i propri valori culturali. Anche se sta avvenendo un cambiamento. Per esempio, la maggior parte di quelle che si operano sono le sorelle maggiori delle famiglie. Le sorelle minori non hanno subito la mutilazione. Quindi qualcosa sta cambiando. Proprio in virtù di tale cambiamento, ai genitori costa fatica accompagnare le figlie ad operarsi perché ciò li fa sentire colpevoli. Però non lo sono; quando autorizzarono che la figlia venisse mutilata lo ritenevano un requisito indispensabile, la cosa migliore per lei. È un’operazione che tecnicamente ha la sua complessità ma non è molto invasiva. Dura mediamente un’ora; la paziente passa qui una notte e può ricominciare ad avere una vita sessuale più o meno dopo tre mesi”.

Siete soddisfatti?

“Siamo molto soddisfatti. Abbiamo una lunga lista d’attesa e disponiamo dei fondi che ci consentono di poter operare molte altre pazienti (più o meno una ogni mese). Però dobbiamo continuare a lavorare ed andare avanti.

Abbiamo avuto un appoggio molto forte da parte delle associazioni a livello divulgativo e di reclutamento delle candidate. La nostra principale limitazione è di natura economica. Se avessimo maggiori fondi opereremmo più pazienti. Ma i fondi sono al 100% privati. E non si tratta di un’operazione cara! Il costo approssimativo è di 800/900 euro per caso (escluso il mio lavoro e quello degli altri che intervengono)”.

Qual è la sua più grande soddisfazione?

“Quel che ci dà più stimolo è quando qualcuno si interessa a ciò che facciamo e vuole apprendere. Vogliamo condividere la nostra esperienza e insegnare la tecnica”.

 

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