Intervista a Humaira Habib, giornalist a e direttrice di Radio Sahar, gestita solo da donne
di Francesca Ceci
Da otto anni nelle case di Herat è entrata una radio indipendente e tutta al femminile: si chiama Radio Sahar e trasmette ogni giorno dalle 7 del mattino alla 8 di sera. Un palinsesto ricco di rubriche dove non mancano ospiti e interviste, programmi sui diritti umani, informazioni utili alle donne e ai bambini.
Alla radio si leggono anche le favole per i più piccoli e si trasmettono radiodrammi che toccano problematiche come quella dei matrimoni forzati o del divorzio, istituto ancora sconosciuto a molte donne afgane che ignorano i loro stessi diritti. Le giornaliste di Radio Sahar vanno nei tribunali, seguono le cause al fianco delle mogli che rivendicano il conquistato diritto a separarsi dai mariti. Abbiamo intervistato la giovanissima direttrice Humaira Habib che ha fondato Radio Sahar nel 2003, appena laureata in giornalismo.
Humaira, mi racconti qualcosa di te?
“Sono nata a Kabul nel 1982 e poi mi sono trasferita a Peshawar, in Pakistan, quando nel nostro paese c’era la guerra civile nel 1992, dopo l’invasione sovietica. In quel periodo frequentavo la scuola primaria. Mi sono diplomata al liceo e poi nel 2000, io e la mia famiglia siamo tornati nel nostro paese, in provincia di Herat, ad ovest dell'Afghanistan. C'erano ancora i Talebani al potere e non c'erano scuole, istruzione e lavoro per le donne. Io insegnavo in una scuola segreta il Corano e anche la lettura e la scrittura di base di lingua Dari alle donne. Poi, nel 2002 mi sono iscritta all'università e ho terminato i miei studi nel 2006”.
Radio Sahar è la prima radio indipendente che trasmette da Herat condotta da donne. In un paese in cui la maggior parte della gente è analfabeta, la radio è una delle poche possibilità per far arrivare le notizie alla gente. Credi davvero che le donne possono giocare un ruolo importante in questa speranza di cambiamento per il tuo paese?
“Sicuramente sì, è proprio questo che ci ha dato la spinta per fondare la radio ed iniziare a lavorare in questo ambito. Le donne qui sono molto coraggiose, hanno voglia di contribuire a portare cambiamenti nel nostro paese. Sappiamo che la maggior parte della nostra gente, specialmente le donne, è analfabeta, quindi vogliamo che prendano coscienza del loro ruolo, dei diritti che gli spettano e della posizione che devono conquistare nella comunità. La nostra speranza è che parlare ogni giorno, ripetere questi concetti, possa davvero portare ad un cambiamento in grado di migliorare il nostro futuro, è questa speranza che ci dà l'energia per fare del nostro meglio. In un paese come l'Afghanistan, la radio è il mezzo più accessibile per raggiungere le informazioni, la gente è analfabeta, non c’è interesse per la carta stampata ed è difficile accedere ad internet e tv . Ecco perché abbiamo scelto la radio”.
Mi racconti la tua giornata tipo in radio insieme alle tue colleghe giornaliste?
“Come ti dicevo, la giornata inizia affrontando argomenti che riguardano prevalentemente donne e bambini. Siamo in onda dalle 7.00 del mattino alle 20.00 della sera, il palinsesto è molto ricco: notizie, radiodrammi in cui trattiamo il tema della violenza, letture di poesie, interviste e servizi su donne che si rivolgono al tribunale per chiedere il divorzio da uomini tossicodipendenti che le picchiano o che hanno già promesso in spose le loro bambine. Diamo molto spazio ai temi sociali, a differenza delle altre radio locali e dei media della zona. Ci sono 10 donne che lavorano con noi e la maggior parte di loro lavora part-time perché qui è molto difficile lavorare a tempo pieno visto che sono anche impegnate nei lavori di casa. Ciascuna ha il suo compito ed un argomento settimanale da approfondire, fanno davvero un gran lavoro. Una cosa importante che voglio dire su Radio Sahar è che qui le donne si sentono bene, lavorano con serenità e anche le loro famiglie glielo permettono”.
Perché hai scelto di diventare giornalista in un paese come l’Afghanistan dove la violenza contro le donne è in continuo aumento ed il solo fatto di essere donna significa discriminazione?
“Nel 2001, dopo la caduta dei Talebani, dovevo iscrivermi all’Università, fu allora che pensai che l’unica cosa che mi avrebbe permesso di lavorare per la mia gente, il più vicino possibile alle donne e alla società, era studiare giornalismo. Sono trascorsi 10 anni e sono molto felice dei risultati raggiunti sin qui. Vengo da una famiglia istruita che mi ha sempre incoraggiato a fare meglio e lavorare di più. Ogni passo avanti che facciamo, non lo facciamo per noi stessi, per un singolo, ma sono conquiste che facciamo per il nostro popolo, per la comunità. Naturalmente, la violenza verso le donne è una triste piaga ancora molto diffusa, ci sono discriminazioni e rischi per le nostre donne, soprattutto nelle aree rurali. Ma quel che noi possiamo fare affinché la violenza diminuisca è raggiungere sempre più persone attraverso i mezzi di comunicazione. È una problematica che non si può certo risolvere in un anno o due, ma noi siamo certe che, giorno dopo giorno, entrando nella testa della gente, i risultati arriveranno”.
In un Paese conservatore come l’Afghanistan qual è il trattamento per donne come te?
“In Afghanistan, se sei una donna e hai una posizione o un ruolo attivo nella società, vai incontro a tanti rischi. Quello più grande è anche lo stesso che riguarda tutti gli afgani: la sicurezza. Non abbiamo alcun supporto per la sicurezza ed io sono molto delusa dal fatto che a causa di questo problema, molte famiglie che in passato lasciavano lavorare fuori casa figlie, mogli, sorelle, ora non glielo permettono e le limitano. Questo problema non riguarda solo le donne giornaliste, ma tutte le attiviste donne.
Un altro problema è che Herat è una zona molto tradizionale ed è mal tollerato che le donne lavorino. Per le famiglie e per i loro parenti è molto difficile accettare questo aspetto di una donna., la sua dimensione lavorativa e attiva all’interno della società”.
C’è qualcosa che vuoi dire alle ragazze afgane?
“La sola cosa che voglio dire alle mie sorelle afghane è che non dobbiamo aspettare che gli altri o gli stranieri vengano a portare la pace nel nostro Paese, siamo noi a dover prendere in mano la situazione, renderla migliore, vincere le nostre sfide e superare i problemi. Dobbiamo lavorare duramente per la nostra società ed essere noi a portare i cambiamenti che vogliamo, i più opportuni per la nostra comunità, cultura, religione e accettabili per il nostro popolo”.
Ultima domanda: un sogno, una speranza ed una poesia per te e la tua gente.
“Il mio unico sogno, per me e per il mio paese, è di avere un posto pacifico e sicuro dove sia possibile vivere e lavorare seriamente per il nostro futuro.
A me e al mio popolo dedico questi versi: “Non deludere te stesso e gli altri cercando solo un modo di lasciare la tua casa, i tuoi sogni e tutto ciò che hai. Rimani e costruisci”. |