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Intervista a Raffaella Milandri, fotografa umanitaria e attivista per i diritti umani
di Francesca Ceci
Nel 2004 lasci il tuo posto di lavoro ed inizia l’avventura. Una scelta coraggiosa, per qualcuno magari incosciente. Mi racconti questo salto nel buio?
L’anno prima avevo perso mio padre per una malattia, questo ha lasciato delle tracce pesanti dentro di me, ho rivisto i miei parametri di vita, mi sono data una mossa. Ho pensato: se aspetto il momento migliore, la situazione perfetta non farò nulla per realizzare i miei desideri. Ho dato le dimissioni nella fabbrica dove lavoravo, ho lasciato tutto, sono andata in Australia: senza lavoro, senza macchina, mi sono iscritta al college. Sono ripartita da li”.
La tua è una fotografia umanitaria che denuncia l’altra parte del progresso, quella che ci fa comodo non vedere: popoli indigeni vittime di governi e multinazionali ai quali fanno gola diamanti, petrolio, foreste senza preoccuparsi che il prezzo da pagare è l’estinzione di popolazioni dalla storia millenaria.
“Ben 300 milioni di persone nel mondo appartengono a popoli indigeni:
Pigmei, Boscimani, Adivasi, Aborigeni australiani, Indios, Maori, Indiani d'America.
E tanti altri popoli dai nomi semi-sconosciuti, che insieme alle loro culture, tradizioni, linguaggi, sono un patrimonio unico per la storia dell'Umanità. Sono popoli pacifici, vivono a contatto con la natura e fuori dal loro contesto sopravvivono difficilmente. Il popolo indigeno più famoso è sicuramente quello degli Indiani d’America, e anche il primo popolo di cui, come tutti, ho letto. Sono passati attraverso vari processi, sono ancora in difficoltà, ma si stanno stabilizzando anche grazie a delle leggi che Obama sta portando avanti. Mi sono messa in contatto con un network che si occupa di popoli indigeni in tutto il mondo e sono andata alla scoperta, a metà strada, tra finta tonta e turista. Alcune situazioni si sono rivelate anche pericolose, perché dove ci sono interessi economici che interessano governi e multinazionali, bisogna muoversi con cautela. Dopo alcuni viaggi mi sono concentrata sui Pigmei perché non se ne legge più di tanto. Con la deforestazione sono stati sbattuti ai margini della strada, nella foresta stavano bene, sapevano come nutrirsi, come vestirsi, prendevano tutto dalla foresta, anche le medicine. Ora vivono in villaggi vicino ai bantù che li sfruttano, li picchiano. Sono privati di tutto, costretti ad uno stato di disagio e fame. Vengono trattati allo stregua di animali, se c’è una ragazza carina i bantù la prendono e la portano via. Sono passati, nel giro di pochi anni, dal vivere nella foresta, senza soldi, ma indipendenti e liberi ad essere schiavizzati e picchiati, per loro è un mondo alieno, un incubo. È stato difficile farli parlare perché in presenza dei bantù non aprivano bocca, ma una volta soli, si sono aperti. Io viaggio da sola anche per questo, voglio avere un’impressione pura, la fotografia per me è documento dell’anima di un popolo, la mia è una fotografia pudica e discreta, non cerco il particolare raccapricciante, il mio obiettivo è sensibilizzare”.
Sei stata anche in India. Qual è la situazione delle donne indiane?
“Il primo impatto con l’India è contraddittorio: nelle grandi città tante donne indiane, specie quelle che appartengono ad un ceto sociale elevato, hanno una vita normale, ma basta spostarsi nelle zone rurali per vedere che gli uomini sono seduti al tavolo e le donne per terra, in un angolo. I lavori più umili vengono affidati alle donne: l’uomo impasta la calce e la donna se la carica in testa e la trasporta. Anche nei lavori stradali si vedono donne con piccozze e attrezzi pesanti. Ad esempio a Calcutta, tre anni fa, c’era ancora un cartello con scritto il “feticidio femminile è illegale”. Succedeva nelle campagne, e succede ancora oggi, che in molti casi, le femmine venivano soppresse perché sono un problema di dote se si sposano, un peso nella famiglia. Anche a livello di scolarizzazione le donne sono molto indietro rispetto agli uomini. Un'altra pratica ignobile, che ora sembra essere stata soppressa, era quella di seppellire anche la moglie quando moriva il marito”.
Sei una giovane donna, viaggi in solitaria, Canon al collo e jeep. Hai mai avuto paura?
“Ho sempre paura (ndr,sorride). So di rischiare, ma viaggio sempre in maniera prudente, predico il turismo responsabile sia verso i luoghi che verso se stessi. Essere donna mi aiuta tantissimo: gli uomini mi sottovalutano, le donne mi osservano con rispetto. In india, ad esempio, non c’è la cultura della stretta di mano eppure le donne nei mercati mi stringevano la mano in segno di libertà e liberazione, per loro rappresentavo ciò che loro non possono essere: una donna che viaggia da sola, indipendente. Ricordo anche le reazioni degli autisti, non sono abituati a prendere ordini da una donna, è stato conflittuale, ma divertente”.
Prima hai detto che hai lasciato tutto: cosa hai trovato?
“Lasciando certezze, si trova la forza. Non la mia, ma la forza dell’uomo in generale, credo sia imparare a fare a meno. Il cellulare, la macchina, la televisione, sono costruzioni della nostra mente, ma se radiamo al suolo l’universo che ci siamo costruiti, alla fine del viaggio troviamo il coraggio”.
La condizione delle donne in India
A parità di lavoro una donna percepisce un terzo del salario di un uomo. Malgrado ciò, le donne costituiscono un’importantissima fonte di manodopera per il paese. Il matrimonio è il destino di ogni donna indiana, e con esso la donna diventa “proprietà del marito”: accudisce la casa, i figli e il marito, e lavora per sostenere la famiglia economicamente. Da un rapporto di Amnesty International, si stima che in India il 45% delle donne sposate subisce violenze fisiche e morali dai loro mariti. Il divorzio è legalizzato, ma per una donna questa scelta significa spesso essere ripudiata dalla famiglia di provenienza, perdere la custodia dei figli ed essere emarginata. Contrariamente a quanto avviene nel resto del mondo, le donne in India rappresentano la minoranza della popolazione (48%). Ci sono 929 donne ogni 1000 uomini: effetto di una selezione spietata, praticata talvolta ancora prima della nascita. L’infanticidio delle figlie femmine è una pratica ancora tristemente diffusa in molte aree rurali dell’India. Secondo studi dell’Unicef, ogni anno nascono 15 milioni di bambine: 5 milioni di queste non vivono oltre i 15 anni. Quaranta donne su 100 non raggiungono alcun grado di istruzione; la presenza femminile nell’università è solo del 5%. Solo da pochi anni, il Governo indiano ha cercato con decisione di debellare il feticidio femminile. Nel 1972 ad Ahmedabad Ela Bhatt, seguace di Gandhi, fondò la SEWA, Associazione e cooperativa per la tutela di donne lavoratrici autonome e senza regolare salario e assistenza sanitaria. Nel 2005 è arrivata a contare 800.000 iscritte in tutta l’India. Venditrici ambulanti, artigiane, lavoratrici edili ed agricole, lavandaie, raccoglitrici di carta. Questa importante Associazione tutela gli interessi di queste lavoratrici autonome, come portare i minimi salariali a livello di sussistenza, e organizza corsi per combattere l’analfabetismo, per l’utilizzo del computer, corsi di management e leadership orientati a portare le donne alla conquista di posti di dirigenza.” |