di Francesca Ceci
Una catena che non si spezza: i tuoi genitori Gino Strada e Teresa Sarti scomparsa lo scorso anno, anche lei simbolo di Emergency e adesso tu che dallo scorso dicembre sei stata eletta Presidente. Cosa significa per te?
“Sembrerò forse un po’ arrogante a dirlo ma in qualche modo è lo sviluppo naturale di una storia d’amore tra me ed Emergency cominciata 16 anni fa quando Gino l’ha fondata e io ci sono stata dentro sin dall’inizio, facendo la volontaria per 15 anni. Avevo 15 anni, adesso ne ho 31: ho iniziato a lavorare all’ufficio umanitario, poi quando mia madre - storica presidente di Emergency - è scomparsa, si sono guardati attorno e hanno puntato gli occhi su di me. Ed eccomi qua con grande gioia, paura ed imbarazzo, perché non è una cosa semplice. Dopo la straordinaria presidenza di mia madre non era facile pensare di potersi sedere su questa sedia. Ai nostri volontari ho subito detto: “io sono un presidente piccolino, non diciamolo troppo in giro, ma farò del mio meglio, ci metterò tutta la passione, l’ impegno e la professionalità di cui sono capace per portare avanti questa bellissima storia di Emergency”.
Tempo fa hai dichiarato che il primo ospedale di guerra è come il primo amore, non si scorda mai. Il momento più bello e quello più brutto.
“Facendo questo lavoro ogni giornata è un mondo a sè, purtroppo e per fortuna. I momenti belli sono quando fai nascere 10 bambini al giorno come accade nel centro di maternità in Afghanistan, quando vengono le madri e ti regalano una mela che magari è tutto ciò che hanno però la danno a te per ringraziarti…Ringraziarti poi di cosa? Noi facciamo semplicemente il nostro lavoro, curiamo la gente bene e gratis perchè è ciò in cui crediamo, ma ancor di più perché sono diritti primari che purtroppo in quella realtà non lo sono e ti portano una gratitudine ed un’affetto da parte della popolazione che ti ripaga di tutto. I momenti brutti sono quando arrivano i bambini macellati, quelli che arrivano tardi e non riesci a salvare perché i genitori non sapevano che da noi sarebbero stati curati gratis.”
In un paese come l’Afghanistan in cui le donne devono chiedere il permesso ai familiari per andare in ospedale, Emergency ha aperto il primo centro di maternità del paese facendo nascere 8.000 bambini in 5 anni. Nonostante i passi avanti, a che punto siamo davvero?
“In Afghanistan ci sono le grandi città e poi c’è il resto del paese. Nelle grandi città – Kabul, Kandaar, Herat – le donne magari non hanno il burqa, hanno il velo, possono andare al liceo e ci sono delle università. Fuori dalla capitale invece, è sempre il solito Afghanistan. Ci sono realtà rurali in cui le donne devono chiedere il permesso per uscire di casa, andare al mercato, in ospedale o magari hanno l’autorizzazione del padre, del fratello o del marito per andare a scuola ma non ci sono le scuole. Ovviamente appena fuori dalla città non c’è una donna senza burqa. La situazione in generale non è bella, basti pensare che lo scorso anno il governo democratico ha varato una legge assurda in base alla quale i mariti possono negare il cibo alle donne che si rifiutano di fare sesso, in pratica è legalizzare una schiavitù della donna. Queste sono leggi discusse nel Parlamento…. È difficile vedere un Afghanistan liberato che rispetta i diritti delle donne visto che anche quelli degli uomini vengono violati. Le donne sono l’elemento più debole della società, non possono lavorare e hanno ovviamente meno possibilità. Noi teniamo molto a far lavorare le donne, in tutti i nostri centri chirurgici lavorano come personale di servizio, infermiere, addette all’ anestesia. In particolare nel centro di maternità di Anabah, lo staff è tutto femminile, questo serve a rassicurare le donne e anche i loro mariti. Tante delle donne afgane che lavorano per noi hanno avuto la vita cambiata perché portano a casa lo stipendio e hanno acquistato potere all’ interno della dinamica familiare. Queste donne non tornano indietro”.
“Mai usare gli occhiali da sole a specchio, la gente ha bisogno di guardarti negli occhi, di fidarsi”
“È una regola banale per dire che bisogna guardarsi negli occhi. Per loro è un problema se non ti possono guardare. La regola di Emergency è presentarsi con rispetto, noi andiamo per dare una mano, portiamo cure, formazione e risorse affinché se la possano cavare da soli ,ma bisogna ricordare che sei a casa loro e devi rispettarli. Non si può pensare di andare lì a portare la verità rivelata altrimenti non riesci a comunicare”.
Emergency è stata più di una volta parte attiva nelle trattative di rilascio degli ostaggi. Quanto è delicato questo ruolo di mediazione?
“Più che mediazione, nelle due occasioni in cui siamo finiti in mezzo, abbiamo fatto i passaparola. Sono questioni delicatissime in cui non vogliamo entrare salvo quando ci è stato richiesto dai governi italiani come nel caso di Torsello e Mastrogiacomo, in virtù del fatto che eravamo gli unici stranieri non militari presenti nella zona. Abbiamo semplicemente passato messaggi avanti e indietro, niente di più. Sono state due avventure in cui spero di non trovarmi più. Al di la del fatto che mi auguro che nessuno venga rapito, non possiamo permettere che il lavoro di Emergency sia compromesso dai giochi di potere che gli altri giocano sulla pelle degli afgani”.
Dal suo arrivo in Sudan Emergency ha curato oltre 113.279 persone nel suo Centro di cardiochirurgia e nei due Centri pediatrici. Dal 2007 a Soba è operativo un Centro regionale di cardiochirurgia che offre assistenza ai pazienti provenienti dal Sudan e dai paesi confinanti: il Centro “Salam” (pace). I finanziamenti però giungono dal governo federale del Sudan, un esecutivo accusato - nella più pacata delle accuse - di scarsa attenzione verso i diritti umani.
“È fuori di dubbio che il governo del Sudan ha dei suoi problemi nel rispetto dei diritti umani. Da un lato è indice del fatto che più uno Stato ha problemi, più si ha bisogno di Emergency, dove i diritti umani sono garantiti non c’è bisogno di noi. Voglio sottolineare poi che è il governo di Khartoum a dare soldi a questo ospedale e non Emergency che sostiene Khartoum. Gli accordi, rispettati, erano che questo ospedale avrebbe curato pazienti provenienti da 20 diversi stati tra cui ci sono gli amici del Sudan, i nemici storici del Sudan e tutti hanno diritto a venire in Sudan, ad avere il visto gratuito dal governo sudanese per farsi curare,anche i nemici del Sudan. In questo senso è un bel gesto da parte loro che non cambia niente del giudizio che si può dare sulla crisi in Darfur o quella col sud Sudan. In questo caso non mi sentirei di punire una cosa che è una prova di cooperazione che il Sudan fa con altri stati che non gli sono amici”.
Dal 2006 Emergency ha aperto anche un centro in Italia, a Palermo ed è prevista l’apertura di un nuovo centro a Marghera.
“Lo Stato italiano dovrebbe per legge provvedere a tutti ma di fatto non è cosi. C’è molta paura da parte degli stranieri, non solo gli irregolari ma anche i regolari perché il reato di clandestinità ha fatto spaventare la gente. C’è poca conoscenza dei diritti in ambito sanitario e scarsa facilità ad interagire con il mondo della Sanità pubblica che a volte crea problemi anche a noi italiani.
Il poliambulatorio di Palermo è nato con l’ idea di collaborare con la Usl indirizzando i pazienti che ne hanno diritto nelle strutture del sistema sanitario pubblico e fornendo servizi che non potevamo essere erogati nel sistema sanitario pubblico o a quei pazienti che hanno paura perchè non hanno i documenti. L’esperienza di Palermo è stata bella, a breve apriremo a Marghera e abbiamo anche due poliambulatori mobili che mandaremo in giro per l’Italia”.
“C’era una volta un pianeta chiamato terra”: inizia così “La favola di Cecilia Strada”, una favola che hai scritto per raccontare ai bambini cos’è la guerra. Secondo te il mondo può ancora sperare nella sua favola a lieto fine?
“Mi piacerebbe tanto che cambiassero le cose, ma si va sempre più verso un mondo dove c’è miseria, conflitto, povertà, esclusione e quindi temo che non rimarremo tanto presto disoccupati….”
|