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di Giulietta Rovera
Uno su mille: è la percentuale dei bimbi che nascono sordi nel mondo. Considerata fino a tempi recenti una maledizione e una condanna, grazie alle scoperte scientifiche la sordità si è rivelata una deficienza dell’udito dovuta nella maggior parte dei casi a malformazione, guaribile con un’operazione.
L’intervento largamente usato nella sordità profonda è l’impianto cocleare, una sorta di orecchio bionico che ripristina la percezione uditiva inviando al nervo acustico linguaggio e rumori ambientali: è costituito da una parte esterna composta di un microfono-ricevitore, che viene appoggiato dietro l’orecchio ed è simile a una protesi acustica, e di una parte interna, collocata mediante intervento chirurgico, composta da un ricevitore - stimolatore e da un sistema di elettrodi.
Il 70% dei bambini impiantati, entro i primi tre anni di vita, conduce una vita normale: è in grado di sentire, parlare, rispondere al telefono, ascoltare la musica.
Molti genitori però temono l’operazione e optano per la lingua dei segni, che costringe a vita il figlio a una gabbia di silenzio. Un dramma di questo genere l’ha vissuto l’italo-americano Mike Rienzi, che cinque anni fa, proprio in seguito a una dolorosa esperienza familiare, ha creato la “Rienzi Foundation For Cochlear Implant Research”, la quale dall’inizio dell’anno è attiva anche in Italia.“
Il mio nipotino Michele Gianni è nato sordo”, dichiara Rienzi a Minerva. Per Giuseppe, primogenito di Mike e padre del bambino, la scoperta dell’handicap è stato l’inizio di un lungo periodo di angoscia e incertezze. E’ stato uno dei massimi esperti in materia, il celebre otorinolaringoiatra Thomas Roland, direttore del Centro per Impianti Cocleari della New York University, a rassicurarlo: il piccolo ha solo tre anni, è sano, ci sono ottime probabilità di riuscita. E Michele Gianni viene sottoposto all’impianto. “Dopo l’intervento l’ho portato sulla spiaggia. - dice Giuseppe- Volevo che ascoltasse il rumore delle onde. La sua espressione quando per la prima volta udì il respiro dell’oceano e lo stridio dei gabbiani è un ricordo indelebile”.
Costo dell’operazione: $ 100.000. Se per i Rienzi non costituisce un problema, per migliaia di altre famiglie è una spesa insostenibile. Mike Rienzi è sempre stato sensibile alle problematiche sociali: sa per esperienza cosa significa non avere un soldo. Il 2 giugno 1960, quando sbarca a New York proveniente da Montemilone in Lucania, ha 14 anni, non conosce una parola di inglese, e in tasca ha soltanto la licenza elementare. Comincia come commesso in una drogheria a Little Italy. Con i primi $ 300 compra un camion scassato e si dà al commercio all’ingrosso: all’inizio rifornisce i ristoranti di pomodoro e mozzarella, poi passa ai piccoli negozi allargando l’offerta di generi alimentari – pecorino, parmigiano, pasta, olio, pomodori, acqua.
Tutti rigorosamente “made in Italy”, e tutti con il marchio “Rienzi” stampigliato sulle confezioni. Il grande salto che lo renderà miliardario lo compie però quando riesce ad approdare ai supermarket. “Io sono stato il primo, dice, a introdurre i prodotti italiani nelle grandi catene alimentari statunitensi”. Oggi, il marchio Rienzi è uno dei più importanti presenti sul mercato americano: decine camion dell’azienda sfrecciano lungo tutta la costa occidentale, da Boston alla Virginia, per consegnare ai clienti pasta, pelati e pecorino. La sede della ditta si trova ad Astoria, un quartiere alla periferia di New York.
Qui, al primo piano di un basso edificio dove ci sono gli uffici, hai la sensazione di sentir traspirare efficienza da ogni scrivania. Le fotografie che ritraggono Mike in compagnia dei potenti della terra, da Bill e Hillary Clinton al vicepresidente Joe Biden e Nancy Pelosi non mancano, ma ci sono anche istantanee con figli e nipotini. “Michele Gianni - dice sfiorando quella che lo ritrae con il bambino con un gesto delicato come una carezza - ora ha dieci anni.
E’ ben inserito in ambito scolare, ha tanti amici. L’unico handicap, è dover staccare la protesi esterna quando va a nuotare e la sera, perché essendo dotata di pile, deve essere ricaricata”. Per tutti coloro che si sono sottoposti all’impianto cocleare, questo è un impegno quotidiano, una sorta di schiavitù dalla quale non possono sottrarsi e che li fa ripiombare nel silenzio. “Ho capito che solo finanziando la ricerca, mettendola in grado di fare nuove scoperte, sarei stato in grado di aiutare tanti bambini, a cominciare da Michele Gianni”. La Rienzi Foundation si fa anche carico di interventi in varie parti del Mondo: due anni fa, ha reso possibile riacquistare l’udito a un giovane di 23 anni residente a Kampala in Uganda grazie a un’operazione diretta via satellite dal professor Roland. Degli oltre 100.000 impianti cocleari eseguiti nel Mondo, era la prima volta che veniva effettuato in Uganda.
Il legame di Rienzi con l’Italia è sempre stato fortissimo: per questo ha deciso di dare il via a una collaborazione italo-americana. “Lavorare insieme permetterà di accorciare i tempi per la soluzione ottimale, ossia la cura del nervo uditivo malato”. Il 22 maggio scorso, al Langone Medical Center di New York, per la prima volta i ricercatori statunitensi si sono incontrati con quelli italiani. Principale referente nel nostro Paese è il Campus Biomedico di Roma: dice il professor Fabrizio Salvinelli, direttore del dipartimento di Otorinolaringoiatria: “Il nostro primo traguardo è realizzare un impianto non visibile dall’esterno e autoricaricabile, cioè senza pile: per raggiungere questo obiettivo la collaborazione con la Fondazione Rienzi e la New York University diretta dal professor Roland può essere determinante”.
Il 26 maggio, in occasione della cena di gala indetta a Washington dall’organizzazione di cittadini americani di origine di italiana “Sons of Italy”, Giorgio Napolitano si è congratulato a lungo con Mike Rienzi: alto, elegante nello smoking nero, veniva difficile associarlo al povero emigrante che ha cominciato la sua fortuna a bordo di un camion da $ 300, dai freni non funzionanti. |