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di Pierluigi Severi
L’Italia di queste settimane assomiglia ad un condannato a morte davanti ad un plotone di esecuzione, i mercati. Ogni notizia è un macigno, investe e aggrava la nostra terribile crisi, borse a picco, disoccupazione alle stelle, interessi sul debito che si accumulano, Italia come la Grecia: è un bollettino di guerra. Il condannato a morte spera sempre, fino all’ultimo minuto, di essere graziato. Magari si inceppato i fucili. Tutti? Mercati, agenzie di rating, Bce, quei cattivi di Merkel e Sarkozy? O magari “arrivano i nostri”.
Ma chi? La cosa più semplice, per gli osservatori stranieri, è che l’Italia si sleghi le mani che lei stessa si è legata dietro la schiena in anni e anni di insipienza e pavidità dei governi, inetti nel riformare il sistema Paese, fino all’attuale governo più bollito del bollito. Sembra facile. Vi confesso che, in margine ai tremendi sussulti finanziari riassunti dalle solite parole - spread e default-, che ormai nel nostro immaginario hanno il sapore schifoso di un annuncio funebre per l’ Italia, manca la voglia di parlare della “piccola politica” di casa nostra. Se non altro perché è inutile. A dirci cosa dovremmo fare, e senza ulteriori indugi, sono gli altri, Bruxelles, Bce, Fmi, l’asse franco-tedesco, insomma tutti tranne noi, tranne Berlusconi, i suoi ministri, e le opposizioni che loro stesse si interrogano sulla “opposizione che non c’è”, su un dopo Berlusconi sempre più fumoso. Tutta la politica è avvitata nel nulla. Il governo ai blocchi di partenza senza mai decidere le riforme promesse nella lettera alla Bce e che servono come il pane, subito, per tentare di salvarci. Le opposizioni con il disco rotto del “dimettiti” che non sanno più cosa inventarsi. Tra le cose sensate, a L’Infedele su La7 ho sentito Cacciari dire che nessuno governo con il 51 per cento avrà mai la forza di adottare le drastiche decisioni, dolorose e impopolari, che servono e che ci vengono chieste dall’Europa, per risanare il debito pubblico e rilanciare la crescita. Ha ragione. Ma per lo stesso motivo dissento da lui, come da tanti altri, quando conclude che, anziché le elezioni, non c’è altra via d’uscita che non sia un governo fatto da una coalizione larga, la più larga possibile.
Si chiami governo tecnico, di unità nazionale, di responsabilità nazionale. Formule diverse, ma la sostanza non cambia. Il dissenso non è sull’auspicio teorico più che sensato, ma sulla sua assoluta astrattezza. E’ sospeso nel regno dei sogni, per almeno due ragioni: Berlusconi non molla e quando anche, da ora a gennaio, fosse costretto a dimettersi, soltanto un irriducibile ottimismo (che sorprende nello scettico Cacciari) può spingere a credere che nell’attuale parlamento ci siano le condizioni per dare vita ad un governo di larghe intese presieduto da una personalità autorevole designata dal Presidente della Repubblica. Qualora si aprisse una crisi di governo, andremmo di filato alle elezioni a primavera, altro sbocco non c’è. E sarebbe un bene, proprio per quella gara con il tempo ingaggiata per scongiurare all’Italia il rischio di bancarotta. Si perderebbe meno tempo, infatti, di quanto se ne perderebbe con un irresponsabile prolungamento dell’agonia del governo Berlusconi-Bossi fino al 2013 o con l’infilarsi nella bizantina ricerca del bandolo della matassa di una inestricabile ipotesi di governo di responsabilità nazionale. Provate a immaginare se è mai possibile, nel giro di due mesi (perché tale è il tempo massimo per la nascita di un governo d’unità nazionale), vederli tutti insieme al governo per amore dell’Italia: Bossi e Casini, Cicchitto e Bindi, Alfano e Vendola, Gasparri e Bocchino, La Russa e Di Pietro. Sarebbe fantastico, no? Se non fosse patetico, crederci.
Oltretutto, in nessuna democrazia rappresentativa si è mai visto adottare una politica di “lacrime e sangue” a fine legislatura, né da governi del 51% né da grandi coalizione, in quest’ultimo caso con il rischio di pagare l’alto prezzo politico di una estremizzazione della protesta sociale a favore di chi resta fuori dalla coalizione di governo, ovvero a favore degli “irresponsabili”. A ridosso delle elezioni, tutti i partiti, tutti i leader, nessuno escluso, pensano innanzitutto al voto, a raccoglierli non a perderli.
Nello scenario degli sviluppi politici, per quel che valgono, al momento quasi niente per salvare l’Italia dal plotone di esecuzione, si è aggiunto un paradosso: il centrodestra sembra più lesto delle opposizioni nel pensare a quel “dopo Berlusconi” di cui tutti parlano.
Al suo interno maturano idee, se non più chiare almeno più convergenti di quanto non avvenga nel fronte delle opposizioni. Alfano tenta di riorganizzare il Pdl (non è detto che ci riesca) e prova a costruire un’intesa con Casini. Maroni lo asseconda, provando a sua volta a dare un profilo più europeo e moderato alla Lega, attenuandone le viscerali tentazioni secessioniste e razziste.
Dall’altra parte, invece, non c’è traccia di un laboratorio di idee, programmi e neppure alleanze credibili. Bersani, Vendola, Di Pietro annaspano, tra litanie antiberlusconiane e contraddizioni. Tutto sembra ruotare attorno alla sfida per la leadership alle primarie di coalizione. Il rottamatore Renzi si è messo al centro della scena, sparigliando le carte di primarie scontate .
Se non altro gli va riconosciuto coraggio. Ma per rinnovare PD e coalizione di centro-sinistra servirebbe anche quel “altro” che sembra mancargli. E’ fiorentino come Draghi. Due tipi di fiorentini all’opposto: uno è sobrio e autorevole, l’altro gran trombettiere, spavaldo e fanfarone. Al centrosinistra, e all’Italia malata a rischio tracollo, servirebbe un tipo come il primo. Ma non si vede in giro chi potrebbe essere.
A prescindere dall’età.
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