di Pierluigi Severi
La gente, che incontriamo in strada, al bar, in ufficio, sul bus o in treno, è alle prese con i problemi concreti della crisi, dei soldi che mancano per arrivare a fine mese, del lavoro che non c’è, del fisco esoso. E poiché la politica non li risolve, è sempre più lontana dalla politica. Dire che non è politicizzata è dire niente: è rassegnata, indifferente, talvolta schifata. Difficile darle torto; la situazione italiana è ormai non commentabile, tanto è insensato e incomprensibile quel che succede in Parlamento, tra e nei partiti. Ma, attenzione, fatta la tara del degrado politico tutto casalingo - lo scontro continuo sulla giustizia è un caso unico al mondo- , per il resto l’ Italia non è diversa dall’ Europa per quattro fattori che stanno mettendo in crisi i governi, le istituzioni, i partiti, le associazioni d’impresa, i sindacati dei lavoratori, e più in generale le relazioni sociali, in ogni democrazia europea.
I fattori di crisi sono: a) il modo di produzione che la globalizzazione sta cambiando; b) il vincolo di stabilità e i dolorosi tagli alla spesa pubblica; c) l’invecchiamento della popolazione europea che sta portando al collasso il sistema pensionistico e toglie futuro ai giovani; d) la massiccia immigrazione che scatena paure e rigetto sociale in ogni Paese.
Sul primo fa testo il caso Marchionne alla Fiat: “Senza l’Italia la Fiat va meglio”, ha detto, senza gratitudine, se non personale almeno aziendale, dopo 60 anni in cui la Fiat ha succhiato soldi allo Stato. Tuttavia, il passato è passato, e il manager della Fiat segue oggi una logica manageriale ferrea e dice cose sgradevoli ma assai pratiche: vado a produrre dove minore è il costo del lavoro, dove i sindacati sono deboli o non ci sono, la burocrazia pubblica non è di impedimento agli insediamenti industriali, la magistratura non si impiccia di aziende e lavoro. Qualcuno denuncia il ritorno al “padrone” e al capitalismo selvaggio senza regole e responsabilità sociali.
Anche fosse, resta il fatto che nessuno gli contrappone una seria alternativa; né la politica né i sindacati né la Confindustria. Pigramente abituati a cinquant’anni di welfare (che non c’è più) e di relativamente stabili relazioni industriali (che non funzionano più), di fronte alle conseguenze della globalizzazione non sanno che pesci pigliare.
Sul secondo fattore, ogni governo europeo è chiamato ad attuare una politica di tagli pesantissimi al deficit e al debito pubblico.
La fa Tremonti (non dico Berlusconi, perché è il nostro Ministro dell’Economia il regista), la fanno Cameron, Merkel, Sarkozy, Zapatero, Papandreu, senza distinguo di colore politico. Tagli al limite del sopportabile: da noi alla scuola, ai servizi pubblici, con una forte pressione su recalcitranti sindaci, presidenti di provincia e regione perché la stretta venga applicata. Sembra la quadratura del cerchio: da un lato in gioco c’è la credibilità finanziaria internazionale dell'Italia, insieme a quella di altri Paesi più a rischio come Grecia e Portogallo, Irlanda e Spagna; dall’altro c’è il problema di come proteggere da una politica di rigore senza sviluppo e dagli eccessi della globalizzazione i lavoratori dipendenti e autonomi, le imprese, le famiglie.
La rabbia sociale e una perdita di consenso generalizzata verso la classe politica tout court metterebbe a repentaglio le democrazie europee. Siamo seduti su una polveriera, dobbiamo saperlo.
Sul terzo, fanno testo gli scioperi di lavoratori e studenti contro la riforma delle pensioni, che stanno paralizzando la Francia di Sarkozy. Viene da dire dov’è l’essere di destra o di sinistra: innalzare l’età pensionabile è più che ragionevole, visto che l’ asticella della longevità si continua ad alzare. Anche su questa bollente questione, politica e sindacati sono paralizzati da una vasta protesta sociale.
Sul quarto, l’avanzata delle estreme destre nazionaliste e xenobobe in tutta Europa, persino in Svezia, genera allarme. Ma non basta allarmarsi, occorre risalire alle cause. Per contrastare lo spauracchio agitato dell’ Eurabia, ovvero la conquista dell’Europa da parte dei mussulmani, andrebbe spiegato che i 20 milioni di mussulmani della UE (495 milioni di abitanti) e quelli che verranno, molti dei quali si adeguano allo stile di vita europeo, rimarranno minoranza sia nel continente che in ogni singolo Paese. Verso gli argomenti più forti, quelli della difesa dell’identità e degli immigrati che sottraggono posti di lavoro agli europei, non possiamo salvarci la coscienza con un generico appello all’ accoglienza e al multiculturalismo. La ragionevole cancelliera Merkel ha sorpreso tutti: "Il multiculturalismo ha fallito. Il Paese non può fare a meno degli immigrati, ma si devono integrare e devono adottare i valori tedeschi". Anche la Merkel fa i conti con lo spostamento a destra dell’opinione pubblica.
Le risposte da dare a questi quattro fattori di instabilità economica e sociale hanno un comune denominatore; fronteggiare l’insicurezza sociale della gente, che però nessun governo e nessuna opposizione democratica sembra riuscire a decifrare. Per riassumere: è inutile dichiarare l’allarme contro l’offensiva delle destre nazionaliste e ostili all’immigrazione, o delle destre e delle sinistre estreme unite contro il capitalismo senza regole. Magari fossimo di fronte solo ad estremismi minoritari, di destra o, all’opposto, di una sinistra tentata dall’utopia, che, per quanto poetica come nei discorsi di Vendola, è una risposta impotente ovvero non è una risposta. Allarma, piuttosto, l’impotenza dei governi e dei partiti democratici di ogni Stato europeo.
La crisi che viviamo ha cambiato non solo l’agenda politica ma anche il tavolo su cui è poggiata; la UE, la BCE, il FMI e non i singoli Stati. Non è cambiato, invece, chi sta dietro il tavolo; una classe dirigente paralizzata da vecchi schemi mentali, che non sembra trovare l’intelligenza e il consenso per governare una sfida epocale, salvaguardando libertà e giustizia sociale, secondo un antico è sempre valido principio democratico. |