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Dove sono gli italiani ? PDF Stampa E-mail
Martedì 12 Ottobre 2010 15:19

di Pierl5285_Cavour-Camillo-Benso-Conte-Diuigi Severi

Tra le tante cose sbagliate, fatte e dette dall’on. Di Pietro, una è azzeccata: nel suo blog si è chiesto “Dove sono gli italiani?”. Giusto chiederselo. Certo, lui si riferisce ai sondaggi che danno ancora vincente Berlusconi in caso di elezioni e se la prende con l’Italia che non si indigna più. Noi, nell’anno delle celebrazioni del 150esimo dell’Unità di Italia, ce lo chiediamo più in generale. Sembriamo (o davvero siamo diventati) un paese senza spina dorsale, senza sentimento, creatività, immaginazione, senza più voglia di futuro, campiamo alla giornata, sgomitando e pensando che la vita si riduca al portafoglio.

Ci becchiamo tutto senza reagire, persino Gheddafi che, ospite in casa nostra, invoca un’ Europa islamica e alle donne cattoliche spiega quanto siano più libere le musulmane. La sola identità certa dell’ Italia è geografica, orgoglio nazionale e amor patrio non si vedono più neppure nel tifo per la nazionale di calcio. I rischi di sgretolamento di una coesione nazionale di per sé già debole ci sono, non sono ubbie intellettuali.

Ci pensa il Presidente della Repubblica a ricordarcelo:  “Chi si trova ad immaginare o prospettare una nuova frammentazione dello Stato nazionale, attraverso secessioni o separazioni comunque concepite, coltiva un autentico salto nel buio”.

 

 

Si riferisce, è evidente, al leghismo nordista, in espansione di consensi, anche sotto Firenze. Non meno severa la critica al “nostalgico idoleggiamento del Regno borbonico” rivolto a settori non proprio marginali dell’opinione intellettuale e popolare del Mezzogiorno. C’è poi il primato della finanza e dell’economia che ci sta asfissiando e impoverendo a cui contrapporre le parole shakespeariane: “Ci sono più cose in cielo e in terra che nel registro dei conti”. Tremonti permettendo.

Purtroppo, è ciò che la nostra classe dirigente non capisce. Tutto è denaro, affarismo, assalto alla diligenza. E se tutto non è, tutto così appare nei piani alti dello Stato, e in quelli bassi si segue l’esempio. Cultura, valori, confronto di idee, sfide civili, son roba da rottamare. Anche i vescovi della CEI se ne sono accorti e hanno detto che serve una classe dirigente. Senonché in casa loro non tira un’aria migliore, vigendo spesso il “predicare bene e razzolare male”. Nel dire non c’è classe dirigente si intende non soltanto quella politica, ma anche quella industriale, finanziaria, commerciale, burocratica, giudiziaria, giornalistica, professionale, persino operaia se si pensa ai casini veterosindacali della Fiom alla Fiat di Pomigliano che i sindacati confederali non riescono a ricondurre a ragione.

La difesa del lavoro in questa società globalizzata deve misurarsi con la strategia industriale di Marchionne, elogiata, astuta e in parte fondata. L’industria va là dove la porta il costo del lavoro più basso: in Serbia a fabbricare l’ auto panda, ad esempio. Bene, perché non capirlo. Peccato che nessuno chieda a Marchionne e a tutti gli industriali che maramaldeggiano con la competitività e la flessibilità del lavoro perché, costando molto meno la manodopera nelle aree geograficamente povere d’ Europa e del mondo, sul mercato di consumo poi i prezzi dei loro prodotti non si riducano e di molto. I cinesi lo fanno, perché non gli italiani che localizzano le aziende nell’ Est europeo o in Asia ?   

Spero sia chiaro che non qui non c’entra la retorica sugli “italiani brava gente”. Da sempre, è innegabile, siamo un popolo pieno di furbi, di opportunisti e di ladri, ma anche pieni di genio, estro, gusto, nel lavoro e nell’arte. Adesso, i primi spadroneggiano, mentre genio e gusto latitano. In politica, dove ad onor del vero da Cavour in poi una classe dirigente con senso dello Stato capace di guidare la Nazione c’è sempre stata, persino durante quel buco nero che fu il ventennio fascista, lo spettacolo è penoso. Fatto di continui ricatti politici e di dossier infamanti nella rissa tra massimi esponenti della maggioranza di governo, mentre le opposizioni non vengono a capo di niente, con il Pd che ritorna al capolinea, butta alle ortiche la sua vocazione maggioritaria e riformista e non trova di meglio che ripartire dal vecchio treno dell’ ammucchiata ulivista su cui far salire chiunque purché antiberlusconiano, lo stesso treno che finì nel più disastroso deragliamento elettorale dell’era prodiana. Ad amplificare lo spettacolo di un’Italia ladrona, cinica, nepotista, arrapata da escort e lati B, provvedono i mezzi d’informazione, esercitando una nefasta influenza sulla società.

Se per caso questa estate capitavi in spiaggia non sentivi altro che villeggianti sotto gli ombrelloni dividersi in antifiniani e finiani, e per quale ragione? Non per il processo breve, o che so io, sugli immigrati tanto per dirne una, no, niente scelte politiche, si dividevano sulla telenovela della casa di Montecarlo della coppia Fini&Tulliani.

Eppure di materia giudiziaria su cui esercitare l’intelligenza e fare scelte ce n’è quanta se ne vuole: il processo breve, appunto, la brutta legge sulle intercettazioni, la (per me auspicabile) separazione delle carriere, il conflitto permanente tra politica e magistratura. Purtroppo, non sfugge allo scadimento del costume istituzionale la stessa  magistratura; per bocca del suo sindacato, l’ ANM, continua a travalicare i confini che la Costituzione le assegna, e che la debole politica le consente, anziché fare i necessari mea culpa sulle manchevolezze e i molti errori della giustizia italiana, per ciò che è da decenni e non per quel che vorrebbe fosse il ministro Alfano; lo facesse, renderebbe più forti e credibili le legittime critiche al legislatore. Tuttavia, qualcosa di serio e che funziona ai vertici dello Stato sicuramente c’è. A cominciare dalle forze dell’ordine, Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza.

Ma anche sulla sicurezza l’Italia è un caso unico in Europa. Abbiamo oltre dieci polizie di stato!  Più quelle locali. Uno spreco di risorse umane e finanziarie che nessuno ha mai affrontato.

Quel “dove sono gli italiani ?” è perciò domanda sacrosanta e si riassume nel bisogno di gente seria nei posti di responsabilità. Non sarebbe male se al bisogno si accompagnasse anche l’ambizione di diffondere tra gli studenti e le nuove generazioni ciò che non conoscono, quel “libro di tutti” che è la storia generale di un popolo, la storia di noi italiani, tra grandezza e meschinità, un pezzo importante della storia d’ Europa.

La risposta al “dove siamo” lo possiamo trovare solo in noi stessi, soprattutto nei giovani, nella speranza di ritrovare al più presto indignazione al brutto e dignità al bello, e un po’ di grandezza, come italiani e come europei. Purtroppo non ci aiuta la dura realtà della crisi economica che mette al centro dei nostri pensieri il portafoglio, malgrado l’eterna verità dello shakespeariano ci sono più cose in cielo e in terra che nel registro dei conti.

 

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