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Effetto Lega: la sinistra si riscopre antiborghese PDF Stampa E-mail
Venerdì 11 Giugno 2010 12:57
di Stefano Rolando
 
Traggo lo spunto di questo articolo, a cui mi invita (non posso dire di no per innumerevoli ragioni) Minerva, dalle conclusioni di un intenso dibattito in rete (i candidati poveri sono ormai parzialmente salvati da sicura afasia dall’illusione che internet sostituisca le comunicazioni di massa) che ho condotto a Milano e Lombardia durante le regionali.
 
Con esito naturalmente infausto, perché come “socialista indipendente” ero (capolista a Como) nelle liste radicali che hanno avuto un giro di valzer consentito dalla legge e poi sono state messe fuori gara. Alla fine – al sole e in ombra – ho tratto qualche riflessione sul territorio politico dei cari estinti.
Quello abitato dai soggetti di quell’antica, auspicata, bramata e abortita alleanza lib-lab, che altri chiamano quella del socialismo liberale, altri ancora quella delle culture liberaldemocratiche, altri ancora quella del riformismo rispondente alla sua filologia storica.
 
Essendo per me questi sentieri quelli piuttosto dei cari istinti, ho provato a sollecitare ambienti – per lo più nordici - che rispondono a questi sentimenti in ordine a tre domande (aspettando il giorno in cui Roberto Maroni ha spiegato che la richiesta di Bossi di candidarsi a sindaco di Milano non era una boutade):
- il tessuto intermedio, culturalmente complesso e politicamente frantumato, tra un centro destra ammanettato ai caratteri antiborghesi, antieuropei, anticulturali della Lega (straordinariamente invece radicata, concreta, popolare) e un PD condannato negli anni a collezionare sconfitte e a produrre candidati ectoplasmatici, è destinato alla frequentazione degli storici oppure può generare ancora rappresentanza?
- L’evidenza del dato socio-culturale delle regionali (esemplarmente in Piemonte e Lazio dove vi sono state battaglie politicamente centrali) secondo cui il “contado” batte la “metropoli”, dando voce a istanze conservatrici variamente intese, riporta gli orologi della politica italiana a prima del Risorgimento; è il caso di fare finta di niente?
- I ceti produttivi, i sistemi professionali, l’economia competitiva, i centri di formazione della classe dirigente (tutto ciò che senza eufemismi ma anzi con meditato lessico salveminiano chiamiamo “borghesia”) ritengono che sarebbe ora di darsi una sveglia oppure la lezione impartita loro da un certo signor Anemone – nessuno, nemmeno ai margini delle agendine del centralino di Confindustria –  che si stava pappando l’intero quadro delle opere pubbliche italiane, grazie alle complicità di una parte e il sonno dell’altra parte (favoretti e piacerini un po’ per tutte e due) non basta?
 
Ho provocatoriamente chiamato questa argomentazione “Riscossa borghese”. In tale cornice si colloca l’avvio della discussione sugli esiti delle elezioni nell’ambito del PD. 
 
A differenza di chi pensa di lasciare destra e sinistra al proprio destino, a mio avviso la discussione nel PD è ambito che va stretto in dialogo serrato così come va stretto in pari dialogo il riassetto chimico del PDL (l’ho fatto costantemente nei due mesi di campagna raccogliendo tutte le voci di chi pensa – per esempio Oscar Giannino - che votando a destra non vi è più rispondenza “liberale”) con la meridionalizzazione del voto berlusconiano e la probabile mutazione della natura sociale del blocco popolare finora penalizzato dal bombardamento televisivo.
 
Sinistra è pluralismo, complessità, conflitto, sogno, piagnisteo, ideologia, anti-ideologia, passione, crudeltà. Come immaginare che il breve shampoo veltroniano abbia liquefatto quella straordinaria e sostanzialmente masochistica bizzarria? Per trovare un nuovo baricentro – lasciando al goscismo il suo 10% fisiologico – tutto ciò deve fare tanta strada e tanta scuola. Una scuola che ha un solo parametro serio per l’apprendimento, quello di rispettare la storia della nazione (bella lezione di Giorgio Ruffolo nel suo “L’Italia è un paese troppo lungo”).
 
Le tre erre di questa storia sono Risorgimento, Resistenza, Repubblica e chi le ha ricamate sono sostanzialmente le culture liberaldemocratiche. Oggi – età della plastica – si finge di non riconoscerlo. Ma nomi e cognomi tracimano dalle nostre biblioteche.
Anche se la Lega ci invita a chiuderle, Berlusconi ci propone di sostituire i libri con la De Filippi e la Lega Coop ci dice che è venuto il tempo di una bella storia americana dove si piange un po’ durante la proiezione ma alla fine i nostri vincono sempre.
 
In questo dibattito osservo che 49 senatori del PD, dopo il risultato delle regionali, hanno scritto a Bersani denunciando nel partito “l’imborghesimento... che arriva persino a coinvolgerci in scellerate trasversalità ammantate di riformismo”.
Giovanni Berardinelli ne ha fatto materia per una nota preoccupata sul Corriere della sera (Se nel PD la parola “borghese” torna a essere usata come un insulto, 3 aprile 2010): “I 49 firmatari sembrano aver dimenticato quanto la storia da cui molti di loro provengono o della quale sono comunque eredi sia stata funestata nell’ultimo secolo e più proprio dall’accusa di imborghesimento scagliata dalle correnti intransigenti (composte, volta a volta, da socialisti massimalisti, comunisti, sinistra extra-parlamentare) contro le frange moderate e riformiste della sinistra.
 
Forse non è un caso che la loro lettera a Bersani affianchi il pericolo dell’imborghesimento all’altra bestia nera della sinistra intransigente d’ogni epoca, l’eccessiva inclinazione al riformismo e al dialogo.
 
C’è dunque da augurarsi che la discussione interna al PD prosegua con un lessico un po’ meno datato”.
 
Ecco, se ci fosse stato bisogno di un esempio – tra il conflitto a sinistra ancora poco esploso e quello a destra già servito (Venezia e Lecco) – di quale spazio resti ancora seriamente da rigenerare per fronteggiare, nell’interesse del paese, il problema di un blocco a tempo stesso sociale e politico capace di riannodare storia e innovazione, la cronaca ci ha ben aiutato.
 
Non essendo sicurissimi che i soggetti a cui qui si accenna siano capaci ora di aiutarsi da sé.
 

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