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di Olga Mammoliti Severi
Tredicesime in calo dopo 20 anni. La paura del futuro che spinge due italiani su tre, il 64% del totale, a spendere meno per le feste natalizie.
Cala l’acquisto di regali (-14%) e crollano le azioni di solidarietà e quelle per l’ ecologia. Beni alimentari e tablet i doni più gettonati: ma i giovani, sotto l’albero, vorrebbero trovare un lavoro. I 41 miliardi delle tredicesime utilizzati soprattutto per saldare conti in sospeso e incrementare il risparmio, cui va aggiunto un 7% per il mutuo. Sono i risultati di una indagine Confesercenti-Sweg (dal sito confesercenti.it). Aggiungo un dato fornito dall’Unioncamere: 38 imprese al giorno fallite tra gennaio e settembre 2011.
Non ci vuole molto a capire che non ce la passiamo bene e che ci aspetta un Natale povero e un futuro preoccupante. Ma ci potrebbe essere anche il risvolto della medaglia. Una presa di coscienza più matura che il Natale non è solo consumo, che più in generale la nostra vita di occidentali viziati da un benessere sopra le possibilità non sarà più la stessa, dove potrebbe essere possibile, e auspicabile, rivedere la scala dei valori indotti dalla follia consumistica. Una riscoperta del significato della nascita di Cristo, del messaggio cristiano d’amore, giusto sia per i credenti che per i non credenti, che va vissuta come l’evento straordinario in cui tutti gli uomini tornano fanciulli in un mondo di sogno.
E’ un motivo antichissimo che ha sempre ispirato favole, in epoca moderna centinaia di commoventi film (nulla a che vedere con i pecorecci cinepanettoni !) e belle canzoni, tra queste ricordo I saw mommy kissing Santa Klaus in cui un bimbo vede la sua mamma baciare Santa Klaus che è poi suo padre con il costume di Babbo Natale. E sempre poesia. Potremo così ritrovare la voglia di sperare, malgrado spread, default, lacrime e sangue dei nostri portafogli. Capisco che non è facile, per le persone e per la vita delle imprese. Lo sanno bene, ad esempio, le piccole imprese come la nostra Minerva, che lottano con le unghie e con i denti per sopravvivere a questa tremenda crisi economica e sociale. Tuttavia, non c’è altro da fare che sperare che l’anno nuovo, che si annuncia peggiore, sia invece migliore, secondo l’eterno ripetersi del leopardiano “Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggero”: Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi? Passeggere. Almanacchi per l'anno nuovo? Venditore. Si signore. Passeggere. Credete che sarà felice quest'anno nuovo? Venditore. Oh illustrissimo si, certo”.
Insomma, l’illusione, il sogno, la promessa di salvezza non devono abbandonarci, sono parte essenziale della nostra esistenza e di ogni società. Il desiderio riposto in un futuro migliore non ce lo possono togliere né le società di rating né una classe politica incapace né le misure anticrisi del nostro Governo dei Tecnici, efficaci forse, lo spero, per salvarci come Paese dal fallimento, ma secondo me ancora una volta poco eque socialmente. Perché la felicità è una categoria dello spirito, che ci sorregge anche nei momenti più dolorosi e gravosi. Non è un indice di Borsa.
Noi come persone, noi come italiani, siamo chiamati a trovare il coraggio di diventare migliori, meno furbi, imbroglioncelli, avidi di denaro e potere, più onesti, più solidali, più capaci di trovare la riconciliazione tra donne e uomini, tra un Nord senza baggianate secessioniste e un Sud senza rese incondizionate alle mafie, una riconciliazione oltre le differenze di cultura, ceto sociale, razza, religione. Buon Natale, perciò, anche se povero. Soprattutto ai giovani, perché loro più di tutti hanno bisogno di ricevere e costruire un futuro migliore.
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