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di Olga Mammoliti Severi
C’è un dato allarmante che viene fuori in questi ultimi giorni dal rapporto dell’Ocse: la povertà infantile è salita al 12,7% pari a circa 30 milioni di bambini poveri nei Paesi membri. Come Italia ne usciamo davvero a testa bassa: nel nostro Paese infatti, dove la famiglia ha (o dovrebbe avere) un ruolo fondamentale, si registra addirittura un tasso di povertà infantile al 15%, ben al di sopra della media. Triste e desolante.
Continuiamo a leggere i dati Ocse. I bambini poveri si dividono tra quelli che vivono con un solo genitore che è disoccupato, quelli che vivono con entrambi i genitori che non hanno lavoro e una percentuale minore di quelli che vivono in una famiglia di due genitori di cui solo uno lavora. Altro dato: le difficoltà della donna sono spesso legate al fatto di non riuscire a conciliare il lavoro con la maternità. Da noi, è un’impresa ardua ed anche una causa non secondaria del calo delle nascite; le coppie giovani vogliono prima avere basi solide, un lavoro e una casa, per poi pensare ad avere figli; averli poco prima o dopo i quaranta anni è ormai una tendenza. Non parliamo poi della poca flessibilità negli orari di lavoro; se hai dei figli non puoi permetterti di lavorare otto ore.
D'altronde solo nel 50% delle aziende italiane con oltre 10 dipendenti esiste la possibilità di avere orari flessibili. A meno che ci si possa permettere una babysitter, che ormai in una famiglia media è diventata scelta impraticabile, provvedono i nonni a sopperire alla mancanza di strutture pubbliche per l’infanzia. L’unica alternativa per una donna che lavora è il part time, ma come si sa i guadagni sono più bassi; meno ore di lavoro meno si guadagna. In Italia il 32% delle donne sceglie questa opzione e persino il 7% degli uomini. Rispetto a una media Ocse del 70,9%, la quota di donne al lavoro nella fascia 25-54 anni è del 59,1%, la più bassa dopo Turchia, Messico e Cile. La Francia è al 76,6%. In una famiglia, in media il 40% sceglie di avere un solo figlio, l’altro 40% sceglie di avere due figli, il rimanente tre o più. Anche il matrimonio è in diminuzione, si è passati da 8,1 matrimoni ogni 1.000 persone nel 1970 a 5 nel 2009. Aumentano i divorzi, il cui tasso è arrivato a 2,4 ogni 1.000 persone. Il problema dell’Italia è l’inadeguatezza e la mala gestione delle politiche familiari.
L’Italia spende solamente l’1,4% del proprio Pil per sostenere le famiglie con bambini, meno della media dei Paesi Ocse, che è al 2,2% del Pil. La Gran Bretagna spende il 3,5% e la Francia il 3,8%. Rispetto agli altri Paesi non abbiamo incentivi fiscali mirati per le famiglie, occupiamo gli ultimi posti sia nel tasso di occupazione femminile, sia in quello della poca fertilità e della povertà. Negli altri paesi ci si concentra di più nei servizi, a partire dai nidi, dagli orari per il pre e doposcuola, soprattutto per le donne che hanno figli piccoli che vanno seguiti nei loro primi anni di vita, consentendo loro di affrontare con serenità e tranquillità la vita lavorativa. Certo non potremo mai arrivare ai 93 mila dollari all’anno che spende Lussemburgo sia nei servizi che nelle agevolazioni per l’infanzia; la Francia ne spende 55 mila.
La media Ocse è di 36 mila dollari, l’Italia è anche qui al di sotto: 33mila. La realtà è questa: siamo sempre indietro rispetto agli altri Paesi europei. L’organizzazione di Parigi incita i Paesi a promuovere politiche attive a sostegno dell’occupazione femminile, a finanziare i nidi, a promuovere i permessi di paternità, la Confindustria francese (Medef) guidata da Laurence Parisot ha persino proposto di renderli obbligatori. L’Italia sembra sorda. Basterà il rapporto dell’Ocse per farci aprire gli occhi e darci una smossa? Forse, vista l’inerzia delle politiche pubbliche. Per adesso, purtroppo, l’unica soluzione sembra quella di scappare in una tranquilla città del Nord Europa.
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