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Olga Mammoliti Severi
Dopo il terremoto e lo tsunami abbattutosi in Giappone causando migliaia di morti, tutto il mondo segue con angoscia l’allarme nucleare e le continue fuoriuscite di gas radioattivi dalla centrale nucleare di Fukushima. Era inevitabile che si riaprisse anche da noi il dibattito sulla questione nucleare, tanto più che si sta avvicinando la data del 12-13 giugno, giorni del referendum in cui saremo chiamati ad esprimerci pro o contro le centrali nucleari in Italia. Essendo l’Italia considerata zona sismica, non è scelta da poco. Fiutando i timori dell’opinione pubblica, il nostro Governo sta riflettendo su una moratoria di un anno, un modo di guadagnare tempo prima di prendere decisioni definitive sul piano nucleare nazionale. In Germania, alla cancelliera tedesca Angela Merkel non è bastato il tardivo annuncio del blocco della costruzione di nuovi impianti nucleari, per evitare il tremendo schiaffo elettorale nelle elezioni amministrative in due importanti regioni storicamente cristiano-popolari, dove hanno stravinto i verdi. Un campanello d'allarme anche per il nostro governo e per i nuclearisti italiani.
Dopo la tragedia giapponese e i rischi tuttora presenti, non possiamo non ricordare il terremoto che colpì l’Aquila nel 2009. Poiché ci sono state sviste gravi e inefficienze, tanto che la procura dell'Aquila ha aperto un'inchiesta contro ignoti per omicidio e disastro colposo, è lecito interrogarsi sulla nostra inefficienza storica a prevenire le catastrofi naturali e che garanzia avremmo sulla sicurezza degli impianti nucleari. I rischi e i pericoli a cui potremmo andare incontro, se costruissimo centrali nucleare nel nostro Paese, è uno dei temi, ma non il solo. Tra dibattiti e polemiche, mi ha colpito l’immediata retromarcia del prof. Umberto Veronesi, responsabile dell’Agenzia per la sicurezza Nucleare, dopo il disastro in Giappone. Sandro Bologna, ricercatore e presidente dell’ AIIC, (Associazione Italiana esperti in Infrastrutture Critiche, a carattere tecnico-scientifico, che raccoglie i professionisti, docenti e ricercatori che si occupano della strategica protezione delle infrastrutture critiche del Paese,) ha criticato il ripensamento di Veronesi, soprattutto per le alternative proposte. Intervistato da Fabio Fazio a “Che tempo che fa”, il Prof. Veronesi ha spiegato che l’Italia, non avendo impianti nucleari, si potrebbe occupare di progettare i reattori nucleari di IV generazione. Di cosa si tratta? Sono andata a spulciare nei siti internet e ho scoperto che è abbastanza improbabile come ipotesi, direi quasi utopica dato che i reattori nucleari di IV generazione (Gen IV) sono un gruppo di 6 famiglie di progetti per nuove tipologie di reattore nucleare a fissione, che sembra saranno disponibili commercialmente fra alcune decine di anni (2030-2040). Insomma, Veronesi non ha dato valide alternative.
Nel Governo emergono opinioni diverse. Ci sono ministri che ripetono in privato “siamo matti a perdere le elezioni per il nucleare” ed altri, come il Ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, di parere opposto: “nonostante la tragedia giapponese, il governo italiano non indietreggia: la linea italiana rispetto al programma nucleare chiaramente non cambia”. E in merito al referendum di giugno ha aggiunto: “Spero non ci sia alcuna ondata di emotività. Sarebbe un modo irrazionale di affrontare un problema”. Ma sulla questione nucleare non si tratta solo di emotività quanto piuttosto di capire se all’Italia serve davvero - visti i costi altissimi, il nostro ritardo tecnologico e professionale, i tempi lunghi dell’eventuale costruzione delle centrali - e di riflettere sulla scelta nucleare in un territorio sismico come il nostro. Al referendum, mi sa tanto che voterò “emotivamente”.
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