di Olga Mammoliti Severi
Dice un vecchio proverbio: “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Parlo di Berlusconi. Non so se verranno riconosciuti i reati a suo carico nel processo che si sta per fare. Mi attengo al principio della presunzione d’innocenza. Per quanto riguarda i reati, ovviamente. Ma per quanto riguarda la corte dei miracoli sessuali che ha messo in piedi nella sua Villa Certosa e a Palazzo Grazioli, con quel Lele Mora “amico di casa” nelle residenze del premier, non c’è innocenza che tenga. Si fa un bel strillare contro il puritanesimo e il bigottismo da parte dei fans del Premier, da Ferrara, a Sgarbi alla Santanchè. Uno strillare fazioso, che è un diversivo dalla questione vera e fa il paio con lo strillare moralistico e giustizialista di quella parte di antiberlusconiani che si accodano ad ogni iniziativa giudiziaria contro il premier, perdendo sempre.
La questione vera è un’altra e precisamente che anche (soprattutto) per un capo di governo lo stile è tutto. Vale per il giro di escort, di loro procacciatori, e per i soldi “elargiti”, come vale per quel baciamano di Berlusconi a Gheddafi che sta imperversando sul web. Ciò premesso, vengo alla manifestazione del 13 febbraio e ai suoi successivi sviluppi. Quel motto “Se non ora, quando?” convince a condizione che vada oltre l’indignazione, finora non priva di ambiguità. Per quel che ha fatto il Premier non è compromessa la mia, la nostra dignità di donne. E, neppure quella dei maschi italiani, benché sessuomani. Compromesso è lo stile dei governanti. Se la mobilitazione femminile ha un senso, deve essere una mobilitazione contro il degrado istituzionale.
La Corte dei Conti nella sua relazione annuale di pochi giorni fa ha descritto un quadro umiliante: la corruzione dilaga, nelle istituzioni centrali e locali. Se non ora, quando indignarsi? La disoccupazione giovanile e quella femminile tocca livelli mai raggiunti prima. Se non ora, quando indignarsi? La presenza femminile, nelle aziende e nelle istituzioni, è tra le più basse d’ Europa, le retribuzioni delle donne che lavorano è inferiore a quella dei colleghi uomini: se non ora, quando indignarsi? A me non interessa scendere in piazza per dire che le donne italiane non sono come le ragazze della Olgettina, contro cui non ho nulla posto che l’emancipazione ci ha portato a difendere anche i diritti delle “lucciole”, così le chiamavamo. Né mi interessa puntare il dito contro il Presidente del Consiglio soltanto per quella oscena realtà di cui si parla. Con tutti i problemi sociali, economici e morali che l’Italia ha, a me interessa che le donne esercitino la loro forza, di sentimenti, dignità e idee, per ottenere che chi ci governa – premier, sindaci, presidenti di regione e provincia – lo faccia con dignità e concretezza, esercitando il mandato ricevuto dagli elettori per il bene collettivo.
Cosa poco diffusa, purtroppo, e che diventa persino insopportabile quando al dovere del buongoverno si antepone la tendenza dei potenti ad intorbidire il ruolo pubblico con il privato, tra trans, escort, segretarie amanti a cui pagare i conti con soldi pubblici, e porte aperte ai procacciatori di loschi affari, in soldi e sesso. La vera dignità che dobbiamo affermare ogni giorno, non solo sporadicamente in piazza, non è di genere, e lo dico proprio perché le donne ne hanno da vendere, e non ha colore politico, a meno di non pensare che coloro che stanno a destra siano tutti indegni. Io, che non sono di destra, non lo penso.
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