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Quell’ indifferenza che è complicità PDF Stampa E-mail
Martedì 09 Novembre 2010 15:49

di Olga Mammoliti Severi


Tra episodi di violenza e gossip erotico-politico (in quest’ultimo caso con l’immagine della donna che ne esce a pezzi), dalla stampa e dalla televisione sembra uscire una rappresentazione di noi italiani come un popolo di cinici e voyeristi. Siamo davvero scesi così in basso?
Chiedere la censura dell’informazione, come dei libri, dei film, di opere culturali,  è stupido e illiberale. Ma invocare sensibilità e impegno serio ai giornalisti è ormai un dovere. A cominciare dagli operatori dell’informazione televisiva, che hanno in mano un potere micidiale di influenza sull’opinione pubblica e, ahinoi, lo usano in modo spregiudicato, talvolta persino canagliesco, pur di fare audience. Che, sia ben chiaro, non è un valore.

Stampa e televisione non fanno che enfatizzare un’ aggressività allarmante che sta aumentando e che fa parte ormai della nostra società e dell'indifferenza della gente; dal caso del taxista milanese che si trova in coma a quello della donna rumena morta per un banale litigio in una nota stazione romana. O, ancor più agghiacciante, sapere che persone e intere famiglie si spostano dai loro paesi o dalle loro città per andare a vedere il luogo  dove è stata uccisa 
la giovane Sara, come se ci  trovassimo dentro ad uno Studio Universal americano per vedere la famosa casa di “Norma Bates" del film Psycho. Peccato che la tragedia di Sara sia vera e non un film dell'orrore.

A me sembra che la cattiveria non abbia più nessun limite, anche nel raccontare il crimine. Anche e soprattutto nel mondo dell’informazione. La routine sulla violenza raccontata patologicamente favorisce il contagio, un abbassamento della soglia minima di quel comun denominatore che si chiama civiltà. Sembra che tutto sia consentito, di decidere indifferentemente se prendere le difese di chi fa violenza o di chi la subisce. E lo si fa di continuo nei talkshow e nei servizi d’informazione, persino con sondaggi telefonici: “secondo voi ha ragione x o y?”. Come se tutto ciò fosse normale.

È la società, bellezza!, si potrebbe dire. Senonché la violenza e il gossip erotico-politico hannno superato il limite, anche nell’infinito spazio che gli dedicano i  media: giornalisti e conduttori che vogliono ergersi a psicologi, psichiatri, chiunque può decidere di fare un dibattito su casi di cronaca che dovrebbero essere presi con delicatezza, con attenzione e non con superficialità. È giusto fare informazione ma è indecente che si usino i delitti, le violenze,  le escort dei palazzi della politica, per fare  business televisivo. Ci stiamo dimenticando che la televisione non è solo uno strumento del mercato ma anche una tribuna sociale. Se dentro quella tribuna si semina cinismo è inevitabile che si raccolga indifferenza sociale ad ogni forma di male che c’è nella società, quasi fosse un film e noi cittadini ridotti a semplici telespettatori, indifferenti alla realtà che ci circonda ma complici di una eccitazione morbosa e momentanea.

A molti sarà probabilmente sfuggita la frase, tra le tante, che Sabrina, la cugina della povera Sarah Scazzi, pronunciò contro il padre prima di essere anche lei arrestata: “Mio padre deve pagare perché ha mentito agli italiani”. Impressionante e tragicamente ridicola nella sua alienazione. Bastano queste parole di una ragazza di un piccolo paese di provincia a farci capire qual è l’influenza dell’informazione televisiva. Un esempio di cinismo e indifferenza ce lo ricorda, infine, Lucetta Scaraffia quando fa il parallelo tra la mobilitazione in difesa di Sakineh e quella madre pakistana, residente in un paesino vicino Modena, uccisa con lapidazione perché difendeva la legittima libertà della figlia di scegliersi il marito di fronte alla prepotenza del padre e dei fratelli. “Viene il sospetto che questo fare i paladini dei diritti umani da lontano, per poi chiudere gli occhi da vicino, sia una scelta un po’ vigliacca”.Abbiamo un bel da dire “gli immigrati devono aderire ai nostri valori” se poi, quando lo fanno, noi ce ne freghiamo e li lasciamo soli.

 

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