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di Olga Mammoliti Severi
Di tanto in tanto, sentiamo discutere di alcune nostalgie quotidiane dei cittadini del vecchio continente, europei e italiani abituati a vivere dentro una storica bellezza e una atmosfera di gusto, quando ad un tratto si sentono offesi, irritati, sbigottiti davanti a paesaggi e luoghi, un tempo incantevoli, insidiati (se non già compromessi) dal degrado ambientale e dalla proletaria modernizzazione data dall’arrivo di immigrati.
Nostalgie del passato, a pensarci bene, del tutto inutili a cambiare la realtà. Niente torna come prima. Si può solo scappare, come l’inorridita Fallaci dalla sua Firenze irriconoscibile per i vu cumprà nel centro storico. Ma New York era forse meglio? La nostalgia di cui parlo non è quella che colpisce il soldato lontano da casa, che diede ad uno studente di medicina alsaziano l’estro di coniare la parola nostalgia, da nostos che significa ritorno e algos dolore, inserita nel titolo della sua tesi Dissertatio medica de nostalgia. Anno 1668 e lui si chiamava Johannes Hofer. La sola cosa in comune è che il sentimento della nostalgia non è mai gioioso, perché rivela sempre una mancanza, di una terra, di una persona, di una realtà smarrita. Nostalgia dolorosa, perciò, anche di coloro che non sono costretti ad emigrare, che restano a casa, stanziali e non nomadi. Nostalgia da privilegiati. Dentro le nostre città, comunque tra le più belle del mondo, si soffre la presenza di un melting pot di senegalesi, cingalesi, romeni, filippini, peruviani, egiziani, insomma gente d’ogni parte del mondo povero. Lo straniero rompe l’equilibrio conosciuto per generazioni. Cosa voglio dire? Che gli immigrati sono ormai il problema principale dell’Europa, su cui si gioca il nostro futuro di civiltà. La nostalgia del “come eravamo” scatena da entrambe le parti le peggiori reazioni, dalla semplice diffidenza alla paura fino al rigetto nei confronti di chi ha usi e costumi diversi, religioni differenti, abbigliamento e tratti somatici lontani dai nostri. Più le città sono linde e piccole, e in esse gli abitanti lindi e ordinati, più si accentua l’insofferenza e il rifiuto contro la presenza “chiassosa, caotica, grossolana, sporca” degli immigrati. Dovremmo saperlo bene noi italiani, generazioni di emigranti e di immigrati sporchi e miserabili, tra voglia di riscatto e rifiuto delle popolazioni ospitanti, magistralmente descritti nella “Vita di Melania Mazzucco”.
La nostalgia del “come eravamo”, quando ancora si saliva sul tram e non ci si trovava attorniati da una ucraina al cellulare, una peruviana con la borsa sulle ginocchia, un ragazzo nero che sovrasta sugli altri passeggeri, fa brutti scherzi, come testimonia l’ ondata xenofoba, anti islamica del Nord d’Europa, di quegli stessi scandinavi inventori del mitico “dalla culla alla tomba” che ha segnato la storia del welfare e che, per mancanza di soldi pubblici, è passato nel dimenticatoio. Il gioco si è fatto più duro, l’egoismo e il mors tua vita mea dettano le regole delle relazioni sociali. Se succede in quel mondo, fino a ieri additato come un paradiso di tolleranza, figuriamoci più a sud, in casa nostra o in Francia. La gente tira fuori il peggio di sé e trova il suo Nemico nell’ immigrato. È il caso limite dei rom contro cui Sarkozy si è inventato una legge indecente, ma che gli renderà elettoralmente, come da noi rende a Bossi ogni azione anti-immigrati. Ma perché la gente è contro i rom? Non nascondiamo la testa nella sabbia. Se io, cittadina italiana, induco all’ accattonaggio mio figlio vengo arrestata. O no? Le regole e il diritto devono valere per tutti. Ciò che frulla nella testa dei “progressisti”, di cui mi vanto di fare parte, è ahimé un po’ di confusione. Oscillare tra nostalgie snob, alla Fallaci, e una generica difesa, non meno snob, della presenza straniera tout court è uno dei boomerang dei progressisti, con questo bel risultato: non attenua nel popolo l’odio verso gli immigrati mentre attizza il classico demagogico sberleffo del “se li portino a casa loro”.
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