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di Olga Mammoliti Severi È di qualche giorno fa l’ immagine di bambini stesi a terra, ricoperti di mosche e in condizioni disperate che rende l’idea del dramma che sta vivendo il popolo pachistano dopo una alluvione che ha distrutto interi villaggi e provocato migliaia di vittime. Secondo le stime Onu sono state spazzate via quasi mezzo milione di abitazioni e sono ancora sommersi dall’acqua più di 27.000 chilometri quadrati. Oltre 1.750 le vittime accertate, numero che, come in cataclismi simili, è tristemente destinato ad aumentare. La notizia del disastro è trapelata timidamente lo scorso agosto tra le ben più note vicende nostrane: la relazione della Marcuzzi con Facchinetti e il dibattito sulle proprietà di Gianfranco Fini. Nel frattempo, 500.000 donne in stato di gravidanza erano (e sono) a rischio di morte e di infezione per la carenza di servizi sanitari e la difficoltà ad accedere alle poche strutture esistenti. "Abbiamo urgente bisogno di aumentare progressivamente le cure della salute riproduttiva per le vittime delle inondazioni", ha dichiarato Naseer Nizamani, vice rappresentante in Pakistan del United Nations Population Fund, ramo dell’ONU che si occupa di sviluppare e promuovere i diritti di donne, uomini e bambini prevalentemente in tema sanitario. "Il numero di persone che ancora mancano di assistenza è enorme", denuncia Nizamani, assieme a tutte le altre organizzazioni internazionali, dall’UNICEF a Save the Children. Ad aggravare la situazione, la persistente incidenza di mortalità materna nel Paese: ogni anno circa 320 donne muoiono ogni 10.000 nati vivi (dati Onu) a causa della mancanza di cibo e scarso igiene. Eppure non c’è nessuna campagna di mobilitazione dell’opinione pubblica. Certo, la macchina dei soccorsi si è messa in moto con gli interventi delle Nazioni Unite, di molte Ong ed anche della Croce Rossa e della Caritas. Anche il governo italiano sta facendo la sua parte con la Direzione generale per la Cooperazione allo sviluppo della Farnesina. Ma non basta. Valerie Amos, Sottosegretario generale per gli Affari Umanitari dell’Onu (OCHA) ha dichiarato che "L'attenzione del mondo è in calo in un momento in cui dobbiamo affrontare una delle nostre più grandi sfide, in alcune parti del Pakistan milioni di persone sono ancora in attesa di un sostegno di cui hanno bisogno per sopravvivere”. Un nuovo accorato richiamo alla comunità internazionale, questa volta determinante perché per il Pakistan lo “spettacolo mediatico” è mancato. Diversamente dal terremoto di Haiti, a cui il mondo ha reagito con una stupefacente attenzione e generosità. “Che il Pakistan soffra in Occidente di un deficit d'immagine” ? c’è chi si domanda all’Onu. O forse, il motivo di tanta indifferenza, sta nell’ associare quel Paese alla presenza di Al Qaeda e del terrorismo più estremo? Quale ne siano le ragioni, viviamo tempi schizofrenici.C’è terremoto e terremoto, tsunami e tsunami, alluvione e alluvione. A dettare il sentimento dell’opinione mondiale non è la dimensione della tragedia ma l’uso mediatico che ne viene fatto, purtroppo. Il dramma del Pakistan sembra non fare notizia. Auguriamoci che basti quella triste immagine di bambini disperati, che sta facendo il giro del mondo, a scuotere le coscienze del comune cittadino e dei suoi governanti per dare una accelerata al contributo internazionale, oggi al rallentatore.
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