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I numeri di un orribile gendercide PDF Stampa E-mail
Mercoledì 09 Giugno 2010 13:36

di Olga Mammoliti Severi

In questo numero, partendo dall’atmosfera di morbosa attenzione mediatica e di omertà paesana attorno all’omicidio di Elisa Claps (il cui corpo, scomparso, è stato ritrovato a distanza di 17 anni in una chiesa di Potenza) vorrei fare una riflessione sul fatto che nel mondo, ogni giorno, avvengono omicidi e violenze sulle donne, per mano di un amante, di un marito, di un ex fidanzato, di un padre.

Esiste un neologismo anglofobo, come ci ricorda Sabrina Bedin per definire il fenomeno: il gendercide, delitti che vengono commessi in base al sesso.

In Italia, in media, ogni 2 giorni viene consumato un omicidio, e molto spesso il movente è di origine passionale. In Europa per le donne l’assassinio è la prima causa di morte. Proprio così ! Nel mondo si parla di circa 100 milioni di donne “scomparse”. La prima denuncia risale al 1990,  e venne sollevata da Amartya Sen (Premio Nobel dell’Economia).
 
Tra questi milioni sono inclusi l’aborto selettivo, l’infanticidio, donne abusate che arrivano al suicidio, bambine abbandonate, l’odio verso le figlie femmine lasciate morire, e violenze, mutilazioni genitali, omicidi. Delitti protratti nel tempo, alcuni persino tollerati dai governi, che non sono solo i “soliti noti” della lista nera di chi non rispetta i più elementari diritti umani.
 
Può sembrare incredibile, ma in Svezia, liberale e progressista, è divenuto legale il “feticidio” femminile, ovvero un genitore può scegliere se abortire o  meno in base al sesso del nascituro e spesso lo fa a danno delle femmine.
Ogni anno, in alcune aree geo-politiche, come India e Cina, vengono praticati  gli aborti selettivi, fino ad un milione, cifra sottostimata; secondo l’Onu potrebbero essere persino molti di più. Il dato relativo alle nascite nelle comunità asiatiche degli Stati Uniti e Gran Bretagna (a grande vantaggio dei maschi) conferma - a detta sempre dell’ONU - questa pratica, seppur lì sia  illegale.
 
Il fenomeno ha attirato l’attenzione non solo delle Nazioni Unite. L’autorevole Economist ha denunciato l’abituale omicidio di neonati femmine in Cina perché vengono considerate “cose inutili”. Il Centre for the Democratic Control of Armed Forces (DCAF) di Ginevra ha prodotto un documento, “Women in a Insicure  World”, in cui una volontaria della fondazione descrive questo genere di assassinio in Afghanistan, dove un padre, dopo aver perso la propria moglie, può decidere se tenere oppure uccidere la propria figlia.
 
Anche in Nigeria dove, per tradizione, in un parto gemellare di un maschio e di una femmina viene soppressa la bambina. E se anche riuscisse a salvarsi, è difficile che riesca a sopravvivere. Almeno secondo la Banca Mondiale che ha realizzato uno studio nel Punjab (India), da cui emerge che le figlie secondogenite o terzogenite che appartengono alla classe media, nei primi 5 anni di vita, hanno il doppio delle possibilità di morire rispetto ad un maschio.
 
Ci sono poi altri crimini: la questione relativa alla mutilazione genitale (che causa la morte) è da noi poco conosciuta e denunciata  dai media solo  marginalmente, e ancor più i massacri di genere perpetrati in alcune regioni del globo.
Insomma, c’è da rabbrividire. Lo squilibrio della violenza di genere tra gli uomini e le donne, alcuni  lo attribuiscono ad una generica causa di più violenze nel mondo.
 
Non ci convince. Mentre la scienza varca i confini dell’impossibile scoprendo la possibilità di vite artificiali, noi pensiamo al mondo di oggi, a quello reale, dove i numeri di un’orribile gendercide ci fanno gridare di rabbia e di sdegno per l’inerzia delle istituzioni nazionali e internazionali. Ancora una volta siamo noi donne chiamate a preoccuparci della vita e di salvaguardarla.

 

 

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