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Donne, meno chiacchiere e più azioni. Insieme PDF Stampa E-mail
Venerdì 07 Maggio 2010 13:36

di Olga Mammoliti Severi

Mi sono trovata a sfogliare recenti pubblicazioni sul ruolo che abbiamo noi donne nella società provando malessere. Mi sono chiesta perché. Da “Il corpo delle donne” (ed. Feltrinelli) di Lorella Zanardo, manager e membro del comitato Direttivo del Women’s International Networking, che affronta il binomio donne e televisione, al saggio “Ma le donne no” (ancora Feltrinelli) della giornalista Caterina Soffici che si spinge a definire la società italiana “la più maschilista d’Europa”: anche per lei la donna è oggetto nei media, vittima di quotidiane discriminazioni e in difficoltà nel conciliare lavoro e vita familiare.

Ancora, l’inviata di Repubblica Anais Minori in “Pensare l’impossibile. Donne che non si arrendono” (ed. Fandango), inchiesta sulla parità uomo-donna “perché quando le donne possono dire di avercela fatta è la società intera che ce l’ha fatta”. Tesi estrema, infine, nel libro “Le conflit, la femme, la mere” (ed. Flammarion), della femminista filosofa francese Elisabeth Badinter che ha scatenato un polverone di polemiche per aver sostenuto che per conquistare la parità uomo-donna dovremmo rinunciare alla maternità.

Quattro pubblicazioni che fanno seguito a centinaia di altre degli scorsi anni,  a cui si aggiunge un diluvio di news, documentari, convegni e dibattiti sulle donne: pari opportunità, donne violentate, picchiate, difficoltà nel far carriera, nel conciliare lavoro e famiglia, mobbing, stalking e quant’altro.

Tutto bene, sia chiaro, ma occhio a non cadere in un vittimismo pericoloso che rende gli uomini più forti e noi donne sempre più deboli.
Sentiamo spesso parlare del femminismo di una volta, di movimenti di donne rivoluzionarie che hanno cambiato il percorso della nostra storia, che le nostre battaglie non sono come quelle di ieri. È vero. Le donne che ci hanno preceduto,  con onore e coraggio,  ci hanno lasciato una eredità positiva che richiedeva ulteriori passi in avanti, ma non per questo dobbiamo abbandonarci allo sconforto. Non dobbiamo restare ancorate al passato.

Le loro lotte ci hanno aiutato a essere quello che siamo, oggi dobbiamo riuscire a emergere di nuovo, compiendo nuove azioni per non accettare con passività ciò che le donne tuttora subiscono.

Senza vittimismi. Spesso, dobbiamo combattere una società che sembra volerci ricacciare indietro. Si sa che in Italia senza ruoli o perlomeno appoggi di potere non si va avanti.

Ma, ammettiamolo, ci si aiuta poco l’una con l’altra, spesso chi occupa ruoli di potere fa poco, pochissimo per invertire la tendenza. E il potere che noi percepiamo di alcune donne, in realtà non c’è, perché spesso dietro di loro c’è l’ombra di un uomo.

Mutatis mutandis, da ieri a oggi, le questioni sono le stesse, seppur in evoluzione. Esempi? Eccoli. Perché siamo sempre pagate meno degli uomini? Perché lo Stato non ci aiuta se si hanno figli a carico? E perché nella nostra società si parla tanto di voler aiutare le donne ma non lo si fa in modo attivo? Si parla tanto, si scrive tanto, si dibatte tanto, ma le chiacchiere, visti i risultati, stanno a zero. Quasi ci fosse una evoluzione quantitativa di produzione intellettuale a cui però segue una involuzione nell’acquisizione ed esercizio dei diritti acclamati.

Sarebbe ora di smetterla di recriminare solamente, inutile strillare contro l’immagine della donna-oggetto se non si riconosce che non dipende soltanto del maschilismo, ma anche dalla complicità delle donne che si prestano, con guadagno personale, a essere oggetto.

Lavoriamo invece da donne fiere di essere donne perché, come diceva mia madre, “volere è potere”.“Volere” prodigarsi in azioni concrete volte alla conquista dei nostri diritti, con la nostra solidarietà, e con il “potere” delle poche donne che lo hanno.

 

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