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La voce delle donne al potere PDF Stampa E-mail
Lunedì 08 Marzo 2010 10:10

 di Olga Mammoliti Severi

 

Proviamo a evitare la retorica dell’ottomarzismo, dicendo subito che l’8 marzo di quest’anno ci pone di fronte a questa domanda: c’è o non c’è un carattere femminile del potere? In questa Italia così allo sbando, così malridotta civilmente e socialmente, quale contributo “diverso” danno le donne che occupano posti di potere, perché al più presto l’Italia ritrovi la retta via della moralità pubblica e privata smarrita, e di un costume collettivo meno degradato?

 

D’istinto e per ottimismo, mi verrebbe di rispondere: sì, quel contributo “diverso” le donne lo danno. Generazioni di donne combattive e intelligenti hanno fatto la più grande e pacifica rivoluzione sociale del mondo.
Ma se rifletto e guardo a quel che succede in casa nostra, in questa Italia degli scandali di sesso e corruzione, di megariciclaggi malavitosi, dell’indifferenza degli interessi privati verso l’interesse pubblico, dove l’affievolirsi della solidarietà sociale è palese, la mia conclusione è, ahimé, ben diversa.

La rivoluzione delle donne sembra all’improvviso essersi fermata alle soglie del potere; presa da timidezza o opportunismo, chissà, ma comunque interrotta.

Non vince mai la legge se il costume di un popolo scade nell’egoismo e nel vile. 

Può darsi che io mi sbagli, ma non credo di farlo se dico che la “diversità” delle donne al potere, tanto necessaria, non emerge a sufficienza, come invece la gravità della malattia italiana richiederebbe. Dov’è, insomma, il carattere femminile del potere? Nei modelli di subalternità troppo diffusa al peggior potere (poco importa definirlo maschile, per comodità)?

O nel timido contrasto a un preoccupante arretramento in tema di diritti e doveri, di aiuto al prossimo più debole, ceti sociali impoveriti e immigrati onesti? Troppo spesso incombe il silenzio o, se preferite, la rassegnazione. Chi tace acconsente.

Un femminile tirarsi fuori da tutto o quasi (benché la verità confermi che nelle faccende sporche ci sono sempre  uomini, quasi mai donne!) non aiuta; dalla Bertolaso Spa alla megatruffa del riciclaggio appena esplosa, lasciando le facce di bronzo dei maschietti dei talkshow che urlano per azzittire chi chiede loro conto di giri di affari personali vergognosi. O, per spirito bipartisan, la minimizzazione della stupidità maschile dell’ex-sindaco dimissionario di Bologna.

Servirebbe meno silenzio o rassegnazione nei confronti dei giochi del potere maschile, mentre la realtà presenta una situazione economica che registra indici di disoccupazione disperati, un crollo del fatturato industriale e dello scambio import-export senza precedenti, lo stillicidio di piccole e medie aziende che chiudono, eccetera eccetera; roba da ultimo atto della crisi.

Mi direte; ebbene, se proprio tu vuoi far parlare i numeri, allora parliamo anche di altri numeri: non ti accorgi che ci sono per la prima volta molte donne candidate alla carica di governatore in queste elezioni regionali? D’accordo, aumentano le donne sindaco, le donne candidate a governatrici delle Regioni.

Ma basta che ci siano più donne in campo per dire che il potere cambia volto? Basta la quantità a dare qualità alla presenza femminile nell’esercizio del potere? La risposta è no. Non basta avere “più donne”, se non emerge un carattere femminile del potere, diverso da quello maschile fin qui conosciuto.


Non possiamo fingere di non sapere che, fatta eccezione del Lazio, a decidere le candidate governatrici del centro-destra è stata la voce del padrone Berlusconi, con il suo solito criterio propagandistico. Ma a sinistra, le cose non sono andate e non vanno meglio.

L’on. Bersani, segretario del PD, ha pensato che per riallacciare il legame - un po’ smarrito - con il popolo fosse una mossa astuta andare al festival di San Remo. Ve lo immaginate voi un Berlinguer al festival di San Remo per accreditarsi come segretario di un partito “nazional-popolare”? Non c’ è da aggiungere altro. Tuttavia, non mi risulta che si sia alzata la voce critica delle donne del Pd.

LA VOCE. Qui vi voglio, per concludere. Si sente spesso e forte quando si tratta di rivendicare “nuovi spazi” alle donne. Giusto. Purché si capisca che, alla lunga, mostra la corda se le donne chiamate a ruoli di responsabilità non dimostrano di sapere cambiare le cose.

Si sente spesso e forte, la voce, anche quando denunciamo la perdurante discriminazione. Convincerà sempre meno, se le donne che “sfondano”, che occupano posizioni di potere, tollerano più del dovuto un Potere arrogante e con esso le mascalzonate dei loro capi o colleghi maschi.

Esprimere il proprio femminile, non è solo autostima, che non va scambiata per vanità o, peggio, pavoneggiamento mediatico; è soprattutto spirito di indipendenza dalle regole maschili del potere che, si sa, sono quasi sempre “far valere la gerarchia, l’autorità più che l’autorevolezza, i patteggiamenti più che la competenza, la fedeltà anziché il merito”.

È spirito di servizio verso il bene comune senza complicità silenziosa con chi va contro il bene comune. La voce che vorremo sentire è la voce critica delle donne di potere contro il potere di cui fanno parte, quando esso si mostra indegno.

Quella voce è troppo debole oggi. Speriamo diventi più chiara e forte, in futuro. Sarebbe il miglior modo per dare nuovo significato all’8 marzo.

 

 

 

 

 

 

 

 

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