Eventi

<<  Maggio 2012  >>
 Lu  Ma  Me  Gi  Ve  Sa  Do 
   1  2  3  4  5  6
  7  8  910111213
14151617181920
21222324252627
28293031   

Newsletter

Per iscriverti alla newsletter inserisci qui i tuoi dati


Ricevi HTML?

L’esigenza di un nuovo impegno “femminista” PDF Stampa E-mail
Giovedì 12 Novembre 2009 15:26

Subire la denigrazione dell’immagine femminile? No, grazie
 
di Olga Mammoliti Severi


Non so voi, care lettrici, ma io o meglio noi di Minerva siamo scandalizzate dalla passività con cui si sta accettando l’insopportabile diluvio denigratorio dell’immagine della donna.

Innanzitutto, nell’Italia pubblica, intendo quella politica e mediatica, che di questi tempi più denigratoria non potrebbe essere. Abbiamo il dovere di reagire.
Già nel 2005, il Comitato ONU per l’eliminazione delle discriminazioni contro le donne (dico Onu non una qualsiasi associazione femminista) bocciò l’Italia per la massiccia mercificazione del corpo femminile in tv, sulla stampa, nella pubblicità.

Passati quattro anni, la situazione è peggiorata.  
Negli anni Settanta uno slogan femminista diceva: “Una donna ha bisogno di un uomo come un pesce di una bicicletta”. Un eccesso antimaschilista, certo. Ma in quegli anni il femminismo, anche con i suoi eccessi antimaschilisti, ha  cambiato il mondo, i costumi, i rapporti di lavoro, il ruolo della donna nella famiglia.
Eppure sembra preistoria.

In Italia rischiamo di ritornare indietro di cinquant’anni. Se si pensa all’oggi, potremmo metterla così: “una donna ha bisogno di un uomo come una lucciola ha bisogno del buio e del cliente”.  
I media non fanno altro, infatti, che presentare le donne come se fossero solo escort, veline, corpi nudi o seminudi, lati b, tette esibite in trasmissioni cosiddette informative o seduttivamente usate negli spot pubblicitari anche quando c’entrano come i cavoli a merenda.
Per non parlare del rigurgito maschilista anche nelle sentenze, come quella recente sullo stupro della quattordicenne di Montalto di Castro, ispirata alla bacata e inconfessata mentalità maschile del “sotto sotto quella ci stava e gli piaceva”.

Ovunque, carriere folgoranti per chi espone  il lato b, regala il lato a.
Sto esagerando? Riconosco che non è ancora così nella realtà, nella società civile, in gran parte della gente normale. Per fortuna! Ma il modello che sta passando è quello.
Si parla di madri che spingono le figlie belle a buttarsi nell’agone del “sesso uguale successo”.

Insomma poche storie, cara figlia mia, concediti se vuoi fare carriera. E chi non lo fa, passa per scema.

Vuoi un lavoro, una promozione, un seggio al comune, alla regione, alla camera o al senato, un ministero, un bel budget per le relazioni pubbliche, un appaltino? Dai, vacci a letto. Tanto, se non lo fai tu, cara figliola, lo fa qualcun’altra.

Il sesso fa audience, tanto da indurre anche la De Filippi a domandare alla sua ospite, la figlia di Celentano: “a chi la stai dando, adesso?”. Tutto avviene  nella passività di noi donne.
Altro che lo slogan “tremate tremate, le streghe son tornate” che gridavano con grinta innocente le nostre madri, orgogliose di spezzare l’antico vicolo maschilista.

Quel vincolo che per secoli è stata la regola, nelle convenzioni sociali e nelle leggi. Una famosa femminista dei primi del Novecento, ricordata su Minerva, Anna Maria Mozzoni, le riassumeva allora così: “educata né più né meno che per piacergli, obbedirgli, per ammirarlo, per adorarlo… per piegarsi in tutto…”. Quasi quasi, anche adesso...
D’accordo, tra le mura domestiche non c’è donna che accetti di essere subalterna al marito o compagno. Ma sappiamo a che prezzo. Secondo i dati Istat, in un anno oltre un milione e mezzo di donne sono vittime di violenza sessuale o fisica. E sono in continuo aumento.  Sui media, nella vita pubblica e nei posti di lavoro, nelle frequenti malsane relazioni uomo-donna, tra mobbing, stalking è un rosario di scandali e ricatti sessuali. Ma se da un lato prevale la sdegnata denuncia, tra le righe si scivola nell’indulgenza: se una donna è bella e in quanto tale solo preda sessuale, che male c’è; se è pronta a spogliarsi e a concedersi in cambio di favori, di carriere facili, di promozioni senza merito e talento, come darle torto.

Se la sola fatica richiesta è a letto, badando con accortezza che il partner non sia un amante qualunque, ma abbia potere e sia ben disposto a pagare i favori sessuali con il prezzo del successo, buon per lui che se la gode.
Di chi la colpa se siamo giunti a questa umiliante situazione? Degli uomini? Care lettrici, colpa soprattutto del silenzio colpevole di noi donne che abbiamo dato per acquisito che la rivoluzione femminile fosse finita. Al contrario, mai come ora serve rilanciare un nuovo impegno femminista.

Colpa della fioca voce delle donne serie che contano. Ma anche, fatemelo dire, dell’uso solo politico, sottolineo solo, che in certi casi facciamo degli scandali sessuali e del becero linguaggio maschilista. Valga per tutti  l’offesa del Premier a Rosy Bindi. A raccogliere le numerose testimonianze di sacrosanta solidarietà alla Bindi in nome della dignità femminile è stato il quotidiano La Repubblica.
Quello stesso quotidiano che nella versione online, repubblica.it, aveva immagini di seni e culi, da mesi lì in bella mostra e rimossi di gran fretta quando Il Foglio si è accorto della imbarazzante contraddizione. L’uso  seduttivo della donna oggetto diventa forse accettabile se la fonte è progressista?
Riprendersi la dignità di donne, non è né di destra né di sinistra.
È più semplicemente reagire all’offesa quotidiana della nostra dignità, per riaffermarla in ogni sfera della vita. Giornalismo e politica, innanzitutto.   

       
 

Contatti

Redazione Minerva

Casa Editrice Minerva Soc. Coop.

Via Antonio Pacinotti, 13

00146 Roma

Tel +39 06 6892972

Fax +39 06 6892972

E-mail: minervariviste@gmail.com