|
di Marc Augé Bollati Boringhieri editore – pagg. 69 – euro 8,00
Il bello della bicicletta si trova in ognuno di noi. Per ciò, la bicicletta – se si accetta il paradosso - può diventare il motore di una nuova vita sociale nei confini organizzati di una metropoli ad alta interazione umana. In sintesi questo è ciò che l’etnologo francese Marc Augé suggerisce nel suo ultimo, agile saggio edito da Bollati Boringhieri.
Il punto di partenza di Augé è semplice, talmente semplice che viene da domandarsi, “perché non ci ho pensato prima?”. La bicicletta appartiene a ciascuno di noi, è uno dei primi ricordi importanti della nostra infanzia e uno dei primissimi efflati di libertà. C’è il primo giorno di scuola e c’è il giorno in cui abbiamo imparato ad andare in bicicletta, provando uno straordinario, elementare, senso di indipendenza. A quel momento è legata anche la presa di coscienza del corpo, della sua potenza e dei suoi limiti.
La bicicletta, poi, (in particolar modo per una certa generazione che oggi ha sulla cinquantina o più) è l’emozione condivisa delle tappe del Giro d’Italia o del Gran Tour, vissuta, in Italia ma anche oltralpe, nell’eterno antagonismo di due eroi nazionali: Gino Bartali e Fausto Coppi. Campioni in competizione eppure immortalati nella generosità di un gesto – il famoso passaggio della borraccia durante una durissima tappa sulle Alpi – che diventa paradigmatico del potenziale rivoluzionario che la bicicletta, oggi, porterebbe con se’.
Mentre lo sport ciclismo, passa un po’ in sordina rispetto a ieri, la bicicletta, teorizza Augé, può diventare il nuovo strumento egualitario di una rivoluzione urbana capace di rendere le nostre esistenze più consapevoli. Dello spazio che ci circonda, degli altri uomini che vivono con noi, di quelli che vivono dentro di noi. “Un nuovo umanesimo dei ciclisti” che al ritmo cadenzato della pedalata si riappropria della vita, del tempo e del pensiero e dell’ambiente in cui tutto ciò ha luogo. Utopia?
Francesca Tabarrani
|