Vale la pena di vivere solo dalle 23.00Sulla maglietta c’è scritto: vale la pe na di vivere solo dalle 23.00. Tutto il resto è noia, direbbe il Califfo. La ragazza che si ferma al bancone avrà sì e no vent’anni, capelli lunghi, occhiali da sole griffati, un bel po’ di cellulite ostentata in vita. Prende quattro aperitivi e si dirige a un tavolo di sole ragazze. “Festeggiano”, dice Matteo. “Un esame andato bene, la consegna della tesi, un compleanno, l’essere tornate libere dopo una relazione sentimentale. Qualsiasi cosa. Qualsiasi scusa è buona per bere”. Sono le 19 e comincia l’happy hour in un bar/pub/vineria-non solo/stare-qui-è-davvero-fico in pieno quartiere San Lorenzo, il centro della movida romana per alcuni, periferia da secchioni secondo il punto di vista dei trendy frequentatori dell’Hotel de Russie, a due passi da Piazza del Popolo. Parliamo del bere, dello sballo, dei nuovi riti collettivi giovanili. Parliamo di un popolo che si avvia festoso verso la dipendenza alcolica e che abusa di sostanze vecchie e nuove pur di riempire gli angoli bui e i grandi spazi vuoti generati dalle relazioni virtuali e dalle lunghe solitudini infantili.
C’era una volta il vino, che era un cibo/bevanda. Dava forza ed energia, sostituiva i pasti, era una cosa da adulti. Da maschi adulti, per la precisione. Poi c’erano i liquori, roba da élite maschile, da veri intenditori, di cui le vetrinette casalinghe fornivano solo goffe imitazioni. La tua squadra del cuore ha vinto, pareggiato, perso? Festeggia o consolati con un cicchetto, poi basta. Adesso dobbiamo fare i conti con tutt’altro.
Matteo fa il barman, in realtà è laureato in psicologia, ricercatore e osservatore attento dei comportamenti giovanili urbani. Lavora nella A.P.M. HEOLO, Associazione Psicologi e Medici che offre servizi di supporto psicoterapeutico (www.apm-heolo.org). “In Italia”, mi dice, “le cose sono molto diverse dal resto d’Europa. Alcuni comportamenti sono forse meno estremi, ma non meno pericolosi. Considera il ciclo della serata tipo. Domenica e lunedì vanno bene gli aperitivi e i buffet free dalle 19 alle 21.00. Prezzo medio: 4/5 euro per la prima bevanda, stuzzichini gratis. Poi tutti a casa, alle 23.00 potresti anche chiudere. Però non pensare a situazioni sfigate. Al Micca Club, nell’happy hour incassano anche 6/8mila euro. A una media di 5/6 euro per bicchiere… Anche martedì va più o meno nello stesso modo. Da mercoledì a sabato, invece, il comportamento cambia. Si comincia alle 19.00 con l’happy hour, dopo due-tre aperitivi un salto a casa per cambiarsi, poi si prosegue con la cena fuori casa che comincia verso le 22.00 e durante la quale si beve. Birra più che vino. Molti mangiano un boccone a casa, per non spendere troppo per il cibo. Dopo cena si torna nei locali per bere, dalle 24.00 in poi. La legislazione va nella direzione opposta. Vorrebbero far chiudere i locali alle due di notte, quando tutto è nel massimo svolgimento. Questa cosa non sta bene a nessuno ed ecco le infrazioni, gli incidenti, l’estremizzazione del bere il bevibile in pochi minuti. Si rimane fuori per non tornare a casa, che quasi sempre è la casa dei genitori, con tutti i vincoli del caso. Si rimane fuori per non ripiombare nella solitudine. Stare con gli altri, scuotersi il cervello fino a dimenticare cosa è successo sembra l’unica soluzione accettabile. E l’alcol non viaggia mai da solo. Adesso va molto la ketamina (vedi box), che è un narcotico potentissimo. Lo usano negli zoo per addormentare gli elefanti”.
Sballando sballando Su Internet trovo l’intervista a Federico, definito “barman di un locale in corso Sempione frequentato da giovanissimi rampolli della Milano bene, ritrovo quotidiano e pre discoteca dove si carbura per la serata”. “Vengo chiamato il fine settimana, quando serve più personale. Venerdì e sabato, in particolare, vengono consumati ettolitri di alcol, soprattutto chupiti che a 2 euro a bicchierino si bevono come acqua. Sono soprattutto le ragazze a bere i chupiti, i ragazzi preferiscono i cocktail, i più alcolici, miscele atroci come l’Invisibile e il Long Island. Bevono male, mischiano appositamente per cercare lo sballo e si vantano ‘a chi beve di più’. L’età media dei clienti? Bassissima: ho visto anche quattordicenni chiedermi da bere, lo so perchè non ho potuto fare a meno di chiederglielo. Da qualche tempo chiediamo sempre un documento di identità; è da un po’ che qui hanno intensificato i controlli.” (http://www.02blog.it/post/5466/i-giovani-e-lalcool-arriva-il-divieto-per-i-minori-di-16-anni-anche-a-milano)
I chupiti sono bevande drop shot, da bere in un solo sorso. Molto richiesto in Russia, Ucraina e Stati limitrofi il Vodka Bum, in bicchiere old fashioned, o rock, con Vodka neutra o Vodka alla Frutta a piacere e birra a colmare. Colpetto per far salire le bollicine e giù di un fiato. A Tallinn spopola l’ironico K.G.B. dalle iniziali dei liquori che lo compongono: bicchiere shot con parti uguali (2,25 cl) di Kahlùa, Galliano (liquore dolce alle erbe Italiano) e Baileys. Il Kahlùa è un liquore messicano al gusto di caffè, che contiene anche zucchero, sciroppo di mais e vaniglia, tra i 20 e i 35 gradi. (Fonte: http://www.newsbartenders.it/)
I genitori si preoccupano del Rave? Ormai è roba da CL, adesso attenti al botellon Il botellon è un raduno di giovani che si danno appuntamento, con la solita sequenza di sms, internet e social network, in parchi o piazze di grandi città, per bere, suonare, ballare e chiacchierare in compagnia, senza spendere denaro nei locali, pub o discoteche. Ognuno porta con se’ una scorta di bevande, principalmente rum, birra, vino, ma anche coca-cola, succhi di frutta. Finisce tutto dentro alla bottiglia di plastica da un litro e mezzo: la parola botellon non c’è nei vocabolari spagnoli ufficiali, è un neologismo di origine giovanile, viene dal francese boteille. Cocktail artigianali e risparmio garantito. Ai raduni meglio riusciti arrivano anche aspiranti dj in fase di promozione, che portano quello che serve per ballare e ascoltare musica. È la risposta iberica alla crisi economica. Il fenomeno, infatti, è nato in Andalusia negli anni Ottanta e si è diffuso rapidamente in tutta la Spagna. Prevedibile contorno di polemiche (episodi di violenza, rumore e sporco, comportamenti limite, sesso e sport estremi). Gli studenti spagnoli che arrivano nelle università italiane via Erasmus hanno agito da portatori sani. Botellon a Torino (Palazzo Nuovo o al Parco del Valentino), Milano il 28 marzo scorso (piazza Leonardo da Vinci, nei pressi del Politecnico), Cagliari (viale Fra Ignazio, zona universitaria del polo economico-giuridico). Caratteristiche fondamentali per il botellon: luoghi senza troppi confini ma con un centro, senza troppi controlli, possibilità di sedersi, facilmente raggiungibili in automobile, abbastanza grandi per contenere qualche migliaio di persone in gruppetti ben distinti o grandi aggregazioni. Qualcuno a Milano ha provato a proporne uno in Piazza Duomo, risposta zero.
Mentre scorrono ettolitri di calimocho (dal basco kalimotxo, bevanda alcolica composto fifty-fifty da vino rosso di bassa qualità e una bevanda analcolica a base di cola), il 23 aprile, Giornata Mondiale contro l’abuso di alcol passa inosservata. La sensazione generale è che il mondo adulto non sia in grado né di controllare né di contrastare la capacità del mondo giovanile di produrre fenomeni pesantemente antagonisti.
Il divieto di vendita di bevande alcoliche agli under 16 deliberato dal Comune di Milano, sembrava aver trovato molti sostenitori tra i sindaci di altre città. Controlli severi, multe ai venditori ma anche ai genitori dei ragazzi pizzicati. Sembra facile da fare, comunicare, applicare. Qualcuno pensa di istituire dei veri e propri spazi dedicati al bere collettivo. Niente di nuovo, è il modello segregazionista svizzero: tutte le mele marce nello stesso giardino, i normali fuori a guardare. False risposte, proposte impraticabili. La macchina repressiva (vigili urbani e polizia, controlli a tappeto nelle ore critiche, ritiro di patenti, sequestri di automezzi) costa moltissimo, durerà pochissimo. Immaginate i baristi che nell’ora di punta chiedono di vedere la patente, mandano via clienti, chiamano la polizia per denunciare tentativi di abuso di alcol... Aspettiamoci, invece, la crescita della mobilità notturna verso i comuni dove il divieto non è stato introdotto. I nemici si moltiplicano e magari si fermasse tutto all’alcol del botellon. C’è il binge drinking, almeno sei dosi alcoliche concentrate in pochi minuti. Garanzia di ubriacatura perseguita in singole occasioni, che comporta comunque l’assunzione di quantità eccessive di alcol. Fate un salto dopo mezzanotte a Piazza Trilussa a Roma il sabato sera. Vedere per credere. Nel 2008 gli italiani con almeno un comportamento a rischio (consumo giornaliero non moderato o binge drinking) sono 8 milioni e mezzo, di cui il 25,5% sono maschi, mentre le femmine sono 1 milione e 910 mila persone (7%).
Il cambiamento di abitudini riguarda non soltanto la frequenza e le circostanze di consumo, ma anche il tipo di bevande consumate. Si stanno consolidando, soprattutto nei giovani e nei giovani adulti (età fra 18-24 anni), comportamenti più vicini al modello di consumo di tipo nord europeo, basato principalmente su occasioni di consumo al di fuori dei pasti. Si riducono i consumatori di solo vino o birra, aumentano quelli che consumano solo altri alcolici (aperitivi, amari e superalcolici) o che combinano le due tipologie. Aumentano gli adolescenti che bevono fino a ubriacarsi: nove ragazzi su dieci bevono in discoteca o nei pub durante il weekend, alla ricerca di uno sballo a basso costo. Punte massime tra i minorenni, in particolare tra le ragazzine: è record per gli under 18, con quattro bicchieri e mezzo consumati dai maschi e sei, addirittura, dalle femmine.
Questa è la fotografia di gruppo che descrive l’uso e abuso di alcol tra i giovani italiani, scattata dalla ricerca pilota condotta dall’Osservatorio nazionale Alcol del Cnesps dell’Istituto Superiore di Sanità, presentata in occasione dell’Alcohol Prevention Day 2009. Bere alla ricerca dello sballo è un’esperienza che coinvolge il 64,8% dei ragazzi e il 34% delle ragazze; il 42% dei maschi e il 21% delle ragazze che bevono fino a ubriacarsi hanno meno di 18 anni.
Pare che la causa principale sia la noia. Da alcune interviste realizzate fuori da scuole e dalle discoteche sembra che circa il 70% degli intervistati si ubriachi regolarmente al sabato sera, il 40% almeno due volte al mese; il 60% non si ricorda o ha solo un debole ricordo di quello che ha fatto nel fine settimana. Cosa c’è di bello a star male di proposito e a non ricordarsi nulla o solo in parte di quello ci quello che si è fatto? A queste domande l'80 % dei ragazzi ha risposto: “Perché è la moda di oggi e poi lo fanno anche i miei amici.” La maggior parte ha cominciato ad ubriacarsi alla festa per la fine della scuola media... Emanuele Scafato, Direttore dell’Osservatorio Nazionale sull’Alcol dell’Istituto Superiore di Sanità sostiene che “I ragazzi bevono perché li fa sentire cool, cioè fighi. Anche le pubblicità, rivolte sempre più a loro, danno questa immagine. Chi beve è sempre trasgressivo, bello, alla moda”. Mai da soli, si beve in gruppo, assunzione collettiva per avere assoluzione collettiva in automatico. Ma gli effetti sulla salute sono devastanti. L’organismo degli adolescenti e dei giovani è ancora in evoluzione: l’alcol può rallentare lo sviluppo mentale, danneggiare apparati importanti come il sistema ghiandolare, il fegato e il pancreas, alterare la capacità di discernere tra emozioni e sensazioni. L’alcol prima euforizza, poi deprime. Non va mai sottovalutato, diminuisce la capacità di attenzione del 40 % e provoca la metà degli 8mila decessi all’anno di giovani causati da incidenti stradali. L’alcol fa già male da solo, ma in genere è anche male accompagnato. Abbiamo parlato della ketamina, ma ci sono anche le smart-drugs (droghe furbe), composti di origine vegetale o sintetica che contengono principi attivi come l’efedrina, la caffeina, la taurina, ma anche sostanze con caratteristiche allucinogene. Il termine comprende tutta una serie di bevande o pastiglie che assicurano effetti eccitanti, ma rimangono nella legalità soltanto perché manca una disciplina normativa specifica. Il “vorrei ma non posso” dello sballo pesante, il parente povero dell’ecstasy, il fai da te della farmacologia si ottiene mettendo insieme i tranquillanti della mamma, i cardiotonici del nonno, vasodilatatori, collirio e chissà cos’altro si riesce a trovare nell’armadietto delle medicine di casa. Certo, non sono furbi i loro consumatori, che entrano in un circuito di aspettativa, frustrazione, dipendenza, compulsività dal quale è sempre più difficile uscire. (Fonte: www.iss.it/ofad/drog/cont.php?id=227〈=1&tipo=5) I dati sull’utilizzo della cocaina dicono che i giovani della Lombardia hanno un contatto più elevato con la sostanza rispetto ai coetanei del resto d’Italia. Nella regione Lombardia il rischio di fare uso di cocaina è 2,5 volte maggiore delle altre regioni italiane. Nella provincia di Milano, circa il 6% degli studenti riferisce di aver assunto la sostanza almeno una volta nella vita, e il 4% negli ultimi dodici mesi (dalla sesta edizione dell’Osservatorio Territoriale Droghe e Tossicodipendenze (2005) ASL MI2).
La ketamina è un anestetico dissociativo per uso veterinario e umano. È commercializzata con i nomi di Ketalar, Ketanest e Ketaset. A dosi sub-anestetiche causa forti dissociazioni psichiche (nonché lieve analgesia), perciò ha trovato largo uso come sostanza stupefacente. In esperimenti su topi da laboratorio è stato riscontrato che la ketamina, ad alti dosaggi (40 mg/KG), può danneggiare il sistema nervoso centrale causando la cosiddetta lesione di Olney (vacuolizzazione neuronale). Poiché l’esatto funzionamento della Ketamina è tuttora sconosciuto, la FDA (Food and Drug Administration) non ne ha autorizzato l’uso. Nonostante ciò, la ketamina è attualmente usata sotto controllo medico per interventi chirurgici soprattutto in campo pediatrico e veterinario e nella traumatologia, senza che studi clinici abbiano al momento rilevato effetti dannosi sulle funzioni cerebrali dei soggetti. Per l’assunzione cronica a scopo stupefacente, che nell’uomo induce dipendenza, è stata invece evidenziata una riduzione delle capacità mnestiche, in particolare della memoria a breve termine, e intensi sintomi psichiatrici. Il suo uso è in ogni caso sconsigliato su soggetti epilettici o con patologie cardiache. Effetti indotti Defecazione involontaria. Può essere utilizzato come stimolatore anale. È un anestetico di carattere dissociativo. Con dosaggi sub-anestetici può portare il soggetto a forti allucinazioni visivo-auditive definite come “di pre-morte”, con la percezione di “entità disincarnate”, apparenti visioni del futuro (flashforward) e vista del proprio corpo dall’esterno. Si tratta dell’unico anestetico capace di permettere il respiro autonomo della persona sedata. Derivato della fenciclidina che sostituì come anestetico generale: meno effetti collaterali (psicosi e reazioni violente indotte) e una durata d’azione minore (45 minuti-1 ora) che lo rendevano più maneggevole e sicuro. Determina anestesia dissociativa, in quanto deprime il sistema talamo-corticale, stimolando il sistema limbico e la formazione reticolare. Ne consegue che il paziente sottoposto ad anestesia da ketamina, pur avendo un notevole grado di analgesia, non dorme come dopo somministrazione di tiobarbiturico o altro anestetico endovenoso. Il paziente può vocalizzare suoni, presenta nistagmo (sonnolenza), conserva i riflessi faringo-laringei e può presentare lacrimazione.
La ketamina è l’unico anestetico somministrabile sia per via endovenosa che intramuscolare. Mantiene sia i riflessi oculari sia quelli laringei, aumenta tutte le secrezioni (saliva, lacrime, secrezioni tracheo-bronchiali). Può causare intensa attività onirica e talvolta psicosi allucinatoria. Al risveglio il paziente deve recuperare gradatamente l’orientamento spazio-temporale in assenza di stimoli che potrebbero provocare allucinazioni. La ketamina aumenta il consumo cerebrale di ossigeno, con incremento del flusso ematico cerebrale e della pressione intracranica; di conseguenza la frequenza respiratoria (ma non nei piccoli roditori) aumenta il tono simpatico e le secrezioni delle vie aeree, sull’apparato cardio-vascolare induce aumento della pressione arteriosa, della gittata cardiaca e della contrattilità miocardica; per tale caratteristica (azione cronotropa e inotropa positiva) viene raccomandato come farmaco induttore dell’anestesia generale nei pazienti gravemente shoccati (soprattutto in shock emorragico). Ha una controindicazione assoluta nei pazienti ipertesi, broncopneumopatici e con disturbi psichici. Recentemente, in alcuni studi sperimentali, la ketamina ha dimostrato di poter indurre, a dosaggi subanestetici, un rapido e deciso miglioramento del tono dell’umore in pazienti affetti da depressione maggiore e non responsivi alla comune terapia farmacologica. (fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Ketamina) La lunga storia del ma trimonio tra l’acqua e il vino
Facile come bere un bicchiere d’acqua. Ci sono dei gesti che facciamo ogni giorno con grande naturalezza, come se ci appartenessero da sempre. Al contrario, ce ne sono altri che abbiamo compiuto per centinaia di secoli e che abbiamo dimenticato, anche se sono scomparsi dal nostro agire quotidiano solo da poco tempo. Aprire il rubinetto dell’acqua e berne un bicchiere, ad esempio, sono gesti “moderni”. Andare al pozzo e riempire una conca d’acqua per cucinare e lavarsi sono, al contrario, gesti molto antichi. Noi che viviamo nei Paesi Industrializzati ci siamo talmente abituati ad avere certe cose a portata di mano, che su quelle cose abbiamo smesso di riflettere, pensare, ricordare. È quello che ci è successo a proposito dell’acqua e del vino. Nessuno di noi, oggi, si sognerebbe di dare al proprio figlio, sudato e accaldato dopo un gioco, un bicchiere di vino, nemmeno se allungato con acqua. Eppure, la scuola medica browniana dei primi anni dell’800 vantava gli effetti terapeutici del vino che “svolge un efficace ruolo di ristabilimento degli equilibri dell’eccitamento vitale”. Brown, a sua volta, è debitore del sapere dei medici medievali e della grande scuola rinascimentale, che suggerivano di concedere ai bambini qualche sorso di vino e di evitare assolutamente l’acqua pura (e perfino il latte). Al vino si attribuiva la caratteristica di mantenere costante la temperatura corporea e di salvaguardare, fin dalla primissima infanzia, da molte malattie dell’apparato digestivo. Proverbi: “buon vino fa buon sangue”, “due dita di vino sono un calcio al medico”, “il vino è il latte dei vecchi”, “il vino è il sangue dell’uomo”, “nel vino si trova la verità”, “il vino allunga la vita, l'acqua accorcia gli anni”, “l’acqua fa male, il vino fa cantare”. I distillati alcolici sono stati definiti dai popoli latini aqua vitae (acqua della vita), lo stesso significato del gaelico uisge beatha, da cui prenderà nome il whisky. Anche l’acqua ha il suo peso nella storia dell’umanità. Fino a 360 milioni di anni fa era l’unico ambiente in cui si svolgeva la vita, poi iniziarono a comparire animali più complessi, in grado di sopravvivere anche sulla terraferma. Indispensabile per la vita in tutte le sue forme, dal punto di vista simbolico si collega al principio vitale, alla figura materna, alla verginità, all’inizio. Ma la presenza dell’acqua ha sempre avuto il suo risvolto negativo, ostile, rappresentato dalla palude, simbolo di stagnazione, putredine e morte, abitata da mostri spietati e subdoli.
Un bicchier d’acqua? No, grazie In tutto l’Occidente, fino al secolo scorso, l’acqua è stata considerata una fonte di malattie. Il rifiuto dell’acqua come bevanda è comune a tutte le civiltà antiche, nel Vecchio e nel Nuovo Testamento, tra gli egizi come tra i greci e i romani. A differenza di quanto avveniva in Oriente, dov’era diffuso da millenni l’uso del tè, in Occidente nessuno faceva bollire l’acqua per usi alimentari e i vantaggi igienici derivanti dalla bollitura (distruzione di batteri e parassiti vari) non erano noti. Una prova scientifica della divaricazione tra Oriente e Occidente sta nella recente scoperta di un metabolismo dell’alcol geneticamente diverso. Circa la metà della popolazione cinese e giapponese soffre della mancanza di un enzima (deidrogenasi dell'aldeide mitocondriale). Gli orientali privi di questo enzima sono intolleranti all’etanolo, il cui consumo provoca in loro gravi disturbi. Il problema non è presente nel DNA degli Occidentali. Per quasi 10mila anni, in Occidente, la birra, il sidro e il vino sono state le principali bevande dissetanti, consumate quotidianamente da tutti, a tutte le età. Non l’acqua. Questo uso generalizzato ha stimolato l’organismo umano a sviluppare l’enzima giusto per “gestire” l’etanolo. Birra e vino sono prodotti per fermentazione. La quantità alcolica che si ottiene dalla fermentazione è relativa e, soprattutto, poco stabile. Inoltre, insieme all’alcol, nella birra come nel vino, erano presenti l’acido acetico ed altri acidi organici. Da un lato l’acidità dava una mano a sterilizzare l’acqua utilizzata per diluire quelle bevande, dall’altro ne rendeva problematica la conservazione e la durevolezza delle caratteristiche di sapore e gusto. Nelle case dei ricchi romani del primo impero si trovava roba di origine oscura, mischiata con aromi e materiali diversi (resina, miele, erbe, frutta secca, pece, resine, profumi femminili, acqua marina e addirittura cloruro di sodio o gesso, ecc.). Il vino non si beveva mai puro, ma diluito con acqua calda. L’operazione era chiamata “mescita”, cioè mescolanza. Si trattava di un prodotto oggi improponibile, davvero difficile da bere in grandi quantità. Questo spiega, almeno in parte, il fatto che dall’inizio dell’Era Moderna fino all’inizio del XVIII secolo l’atteggiamento comune fu, se non favorevole, comunque poco ostile al consumo di alcol. Paradossalmente, era l’acqua a subire l’aperta ostilità delle autorità religiose, soprattutto in tema di abluzioni e di igiene intima personale. Il primo, vero colpo al consumo generalizzato di alcol arriva alla fine del 1600, con l’introduzione del tè, del cacao e del caffé in Europa. “Dal 1680 al 1730 si consumò più caffé a Londra che in qualsiasi altra città del mondo e, di conseguenza, verso la fine del secolo, si ebbe in Inghilterra una sensibile diminuzione dell’intossicazione da alcol fra le classi più abbienti. La diffusione di bevande alternative cominciò a rendere superfluo il consumo di alcol come principale metodo atto ad assicurare l’equilibrio dei liquidi: ancor meno necessario il consumo di alcol era già diventato, a quel tempo, come metodo di assunzione di un’adeguata quantità di calorie”. (fonte: www.medicinatossicodipendenze.it) Il secondo colpo viene dall’industrializzazione dei processi di distillazione, che consentono produzioni su larga scala di una grande varietà di superalcolici al di sopra dei 16 gradi. La distillazione come processo era nota da diversi secoli, ma l’impiego su larga scala si concretizza tra la fine del 1700 e il primo decennio del 1800. Il terzo colpo viene dal miglioramento delle tecniche di conservazione e dall’aumento delle scorte alimentari, con il conseguente miglioramento dell’alimentazione quotidiana della classe media. L’alcol, nella sua forma di vino e birra, esce dalla dieta giornaliera, perde le sue connotazioni positive e diviene un dramma sociale. L’avvento della rivoluzione industriale e la concentrazione urbana della forza lavoro sono le premesse per le prime politiche di contrasto dell’abuso di alcol. Gli effetti negativi del consumo eccessivo di birra e di vino (perdita di capacità di giudizio, attacchi di collera e di violenza, caduta dei freni inibitori) cominciano ad essere un problema di ordine pubblico. Gli “effetti collaterali” della birra e del vino erano una condizione normale per la maggioranza della popolazione attiva: la blanda sensazione di benessere aiutava a neutralizzare la fatica e la noia e attenuava molti piccoli dolori fisici, contro i quali non c’erano rimedi efficaci. Il primo impianto di distribuzione di acqua potabile che riforniva un'intera città fu sviluppato a Paisley, in Scozia, nel 1804. Nel giro di tre anni, l'acqua filtrata fu trasportata a Glasgow. Nel 1806 fu la volta di Parigi. Nel 1827, l'inglese James Simpson brevettò un filtro a sabbia per la depurazione dell'acqua potabile. Ancora oggi questa innovazione è considerata il contributo decisivo alla sanità pubblica, perché costituì il modello di riferimento per tutte le grandi città del tempo. “L'abuso di alcool venne catalogato come malattia, anche da un punto di vista medico-sanitario, solamente nel XX secolo, quando l'uso corrente di acqua potabile, rese non plausibile l'uso della bevanda alcolica per ragioni di salute.“ (Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Bevanda_alcolica) A proposito, la parola alcol viene dall’arabo e significa “il meglio di una cosa”, la sua essenza, la sua parte più nobile. In Italia si stima che tra i 2 ed i 3 milioni di persone siano vittime dell’alcolismo. Cresce la quota di giovani e giovanissimi; tra i giovani, crescono le polidipendenze (droga più alcol, più gioco, esperienze e comportamenti estremi, bullismo, ecc.). C’è molto da fare, soprattutto sul piano dell’informazione sul cosa fare, sui comportamenti da adottare e sulle possibili soluzioni che abbiamo a disposizione quando ci troviamo di fronte a un alcolista.
Cos’è AA Alcolisti Anonimi è nata in America, tra la metà e la fine degli anni ’30. Il primo gruppo viene aperto a New York nel febbraio del ’40. I risultati raggiunti, con migliaia di alcolisti che smisero di bere, superarono rapidamente ogni previsione. La filosofia di AA, centrata sui Dodici Passi, si diffuse in tutto il mondo. Nel 1950 si tenne la prima Convention Internazionale. Non sono previste quote sociali né tessere. L’unico requisito per divenire membri di AA è desiderare di smettere di bere. Gli scopi primari dell’Associazione, quindi di tutti gli associati, sono tre: superare la malattia dell’alcolismo, rimanere sobri e aiutare altri alcolisti a raggiungere la sobrietà. I tre obiettivi sono strettamente legati gli uni agli altri. AA sostiene che un buon livello di sobrietà si raggiunga proprio quando si dedica parte del proprio tempo ad aiutare altri alcolisti a rimanere sobri. Gli alcolisti hanno imparato molto presto a vivere e lavorare insieme per raggiungere i loro obiettivi e il gruppo rappresenta lo strumento che consente di crescere e di portare il messaggio all’alcolista che soffre ancora. Nel Lazio i gruppi attivi sono circa 50 e sono oltre 500 in Italia, raccogliendo più di 1mila alcolisti. L’Associazione ha una lunga e consolidata tradizione di indipendenza economica e di “dignitosa povertà”. Fino dalla sua istituzione, AA vive e opera solo attraverso la contribuzione libera e spontanea dei propri associati. In questo modo evita che altri problemi (prestigio, potere, danaro, ecc.) possano ostacolare il raggiungimento dei tre scopi. AA non è affiliata a nessuna confessione o setta, non sposa nessuna idea politica, organizzazione o istituzione. Non ha opinioni su questioni che non riguardano gli alcolisti, di conseguenza il nome di AAnon è mai coinvolto in controversie. AA è composta di alcolisti, non vuole diventare una struttura professionale. Ad AA è associata Al-Anon, Associazione dei familiari degli alcolisti anonimi. Per alcuni anni, agli inizi di AA i familiari frequentarono le stesse riunioni degli alcolisti; poi, in concomitanza con la crescita di AA, nei primi anni quaranta si iniziarono a formare i primi gruppi di soli familiari di alcolisti che negli anni successivi si moltiplicarono, sino ad avvertire l’esigenza di costituirsi in un’associazione autonoma, Al-Anon. Per chi volesse mettersi in contatto con Al-Anon: Gruppi Familiari Al-Anon, Servizi Generali, C.P. 1348 - 20101 Milano Tel.: 02 580 182 30 Centro di ascolto 02 504 779 Al percorso dei Dodici Passi elaborato da AA aderisce anche l’associazione Narconon (N.A).
Come opera AA Una Scuola Superiore vuole informare i propri studenti sui rischi dell’alcolismo, una comunità locale vuole contrastare il fenomeno delle polidipendenze, l’amministratore di una società vuole sapere come comportarsi nei casi di alcolismo. Basta una telefonata a uno dei centri o alla sede Nazionale (centro d’ascolto: 06 66.36.620 alcolisti-anonimi.it - Via Torre Rossa, 35 – 00165) o una lettera all’indirizzo e-mail:
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. Questo è il modo di intervenire di AA: gratuitamente, di persona, direttamente nei luoghi dove si manifesta interesse o bisogno, nel momento in cui un gruppo di persone, una comunità locale sta cercando risposte concrete a un problema dolorosamente concreto, gli uomini e le donne di AA portano la loro esperienza. Come alcolisti, conosciamo bene gli effetti devastanti di questa dipendenza sulle persone, le famiglie, le aziende, le comunità locali e le nostre testimonianze dirette possono essere molto utili. Noi parliamo alle persone che hanno bisogno di una mano tesa per fare il primo passo fuori dalla malattia e dalla sua compulsività. Conosciamo bene quali sottili meccanismi psicologici si mettono in azione quando un alcolista è ancora lontano dalla sobrietà. AA, che opera sempre e soltanto attraverso i suoi aderenti, non vuole sostituirsi a nessuno: né ai tecnici dei diversi settori, né agli scienziati né, tanto meno, ai medici e agli operatori socio-sanitari. Si propone, invece, come risorsa in una linea di collaborazione con chiunque voglia affrontare il tema del recupero dell’alcolista. Ogni persona che frequenta AA è “portatrice sana di responsabilità”, qualità che le proviene dal lungo cammino percorso e dalla sofferenza che ha dovuto attraversare e superare prima di raggiungere la sobrietà. Forse proprio questo carattere profondamente umano costituisce il tratto più distintivo di AA.
Intervista alla Prof.ssa Maria Luisa Attilia, responsabile del Day Hospital del Centro di Riferimento Alcologico della Regione Lazio presso il Policlinico Umberto I di Roma
Contro l’alcolismo un approccio integrato
“Una corretta diagnosi equivale a una corretta ed efficace terapia”. Non usa mezzi termini la Prof.ssa Maria Luisa Attilia, responsabile del Day Hospital del Centro di Riferimento Alcologico della Regione Lazio presso il Policlinico Umberto I di Roma, nel definire la necessità di un approccio integrato al problema dell’alcolismo. Una donna che, con molta determinazione e con la giusta dose di entusiasmo, da più di trent’anni si occupa di problemi legati all’alcolismo e li affronta con un approccio integrato che tenga nella dovuta considerazione tutti i vari aspetti della questione. Una donna che è anche una pioniera di una nuova metodologia, visto che la sua è una delle poche strutture pubbliche che affronta specificamente il problema dell’alcolismo e che tenta al suo interno di giocare una collaborazione con Alcolisti Anonimi. Quali sono i tratti caratterizzanti della metodologia che impiegate per affrontare il problema dell’alcolismo? “Fino a qualche tempo fa il problema dell’alcolismo veniva affrontato unicamente con un approccio medico, con l’andar del tempo ci si è resi conto che non era sufficiente e che era necessario un approccio complesso, medico, psicologico e sociale insieme, in modo da poter dare una risposta integrata. Questo è proprio quello che cerchiamo di fare nella nostra struttura e ci proviamo nei limiti delle risorse che abbiamo, che spesso sono precarie e ristrette. I pazienti arrivano da noi per i motivi più vari: perché si rendono conto che da soli non ce la fanno e cercano un sostegno, perché spinti dai familiari, perché sorpresi a guidare in stato di ebbrezza o, ancora, perché mandati dai S.E.R.T., che, secondo una legge nazionale, devono trattare tutte le dipendenze e, dunque, anche l’alcolismo. Capita spesso peraltro che l’alcol cementi l’uso di altre sostanze, perciò chi fa uso di cocaina spesso fa uso anche di alcol. Sebbene sia giusto parlare di una dipendenza in senso generale, in questi casi occorre valutare quale sia il problema prevalente”. Ma che cosa è la dipendenza indotta dall’alcolismo? “L’alcolismo è un fenomeno complesso e da un punto di vista scientifico non è possibile individuare una terapia unica, poiché ogni singolo aspetto deve avere una propria risposta. Ad esempio, presso il nostro centro, quasi il 35% dei pazienti ha anche problemi di carattere psichiatrico e se non trattassimo con la dovuta cura anche questo aspetto, il paziente non trarrebbe vantaggio alcuno dal trattamento: una corretta diagnosi equivale infatti a una corretta ed efficace terapia. Anche per questo, per poter effettuare una diagnosi con un linguaggio scientificamente valido e uniforme, abbiamo scelto di adoperare i criteri individuati dal Manuale psichiatrico-diagnostico degli psichiatri americani (D.F.M. IV). Sulla base di questo criterio “l’abuso di alcol” si caratterizza per il fatto che può esserci un danno organico ma non c’è la sindrome da astinenza alcolica, mentre la “dipendenza da alcol” è caratterizzata proprio dalla presenza della sindrome da astinenza e dalla cosiddetta “tolleranza”, ossia dalla circostanza che per raggiungere l’effetto desiderato è necessario aumentare sempre di più il dosaggio. Per dare una risposta adeguata al problema è necessario affrontarlo in modo diversificato e, dunque, è necessaria una diagnosi differenziale tra abuso e dipendenza. La sindrome da astinenza genera, infatti, danni di carattere neurologico e, dunque, ha certamente bisogno di una risposta adeguata. Inoltre, non è sempre la stessa per tutti: ad esempio, per quella che è la nostra esperienza, abbiamo potuto osservare che gli immigrati con problemi di alcolismo che venivano dai Paesi dell’Est presentavano crisi di astinenza più gravi e più precoci rispetto agli altri. Questo dato, nel tempo, ha trovato anche un riscontro negli studi sulla genetica”. Come viene affrontato il problema dell’alcolismo a livello istituzionale? "Nelle Università c’è un deficit formativo sull’alcolismo, alla Sapienza stiamo tentando di inserire un programma formativo sulla dipendenza da alcol. È assolutamente necessario riconvertire e formare le strutture che si occupano della dipendenza da alcol anche in base alle nuove acquisizioni scientifiche degli ultimi anni. L’alcologia, infatti, è una scienza moderna, le prime scoperte della genetica nella dipendenza da alcol risalgono ai primi anni novanta. La Legge nazionale sull’alcol è stata un passo importante, sebbene rimanga non attuata per molti aspetti. Questa legge stabilisce, difatti, l’opportunità di creare posti letto dedicati ai pazienti affetti da alcolismo nelle Aziende Ospedaliere ma, purtroppo, questo non avviene quasi mai. Al Policlinico, ad esempio, non ci sono posti letto per casi di astinenza acuta né per altre patologie alcol correlate, che sono tante”. Quali sono le patologie alcol correlate? “Nell’immaginario collettivo si tende a pensare che l’alcol danneggi soltanto il fegato, in realtà l’alcol è un tossico diffuso che colpisce tutte le cellule dell’organismo e può provocare cardiopatia dilatativa, epatite alcolica, danni cerebrali, aritmie cardiache, danni cutanei e danni del pancreas. Anche in ambiente medico, questa disciplina non è molto approfondita”. Quali sono i dati caratterizzanti dell’alcolismo femminile? “Se trenta anni fa il rapporto tra uomo e donna rispetto al problema dell’alcol era di cinque a uno, adesso è di cinque a tre e negli adolescenti è addirittura di uno a uno. Dobbiamo sfatare il mito delle casalinghe e delle donne in menopausa che bevono: l’abuso di alcol, infatti, aumenta con l’aumentare del livello culturale e più è alto e più aumenta. Se vogliamo la parità con gli uomini dobbiamo capire che questa non si conquista con l’imitazione di modelli maschili. Una chiave di lettura di questo complesso fenomeno potrebbe essere il fatto che la donna in carriera viene in contatto con alcune ritualità, alcune consuetudini maschili esistenti e consolidate”. Ci sono differenze, quanto ai danni prodotti dall’alcol, tra uomo e donna? “Sicuramente la donna, a parità di assunzione alcolica, va incontro a danni maggiori rispetto all’uomo. Noi donne abbiamo una maggiore concentrazione di grasso e un minor volume di acqua, in cui l’alcol si scioglie, e questa è una delle cause che ci porta a subire maggiormente i suoi effetti. Gli uomini, poi, hanno in quantità maggiore un enzima che consente di iniziare a metabolizzare l’alcol già nello stomaco. Vi sono particolari danni in caso di gravidanza: l’alcol passa attraverso la placenta e può causare la sindrome feto-alcolica, che comporta alterazioni del feto (disturbi cognitivi, alterato sviluppo corporeo) a seconda della durata di esposizione del feto all’alcol”. Quali sono i dati che emergono dal suo osservatorio privilegiato del centro? “Al nostro centro abbiamo circa 450 nuovi casi all’anno, a questi vanno aggiunti i “vecchi” pazienti che continuiamo a monitorare con controlli periodici anche dopo i trattamenti in Day Hospital. In particolare, le donne rimangono più aderenti al trattamento: a sei mesi il 66% delle donne continuano ancora a venire agli incontri. Il monitoraggio periodico è fondamentale: ad esempio tutti i pazienti che hanno avuto un trapianto di fegato vengono seguiti prima di accedere al trapianto ma anche dopo perché se riprendono a bere viene vanificato il trapianto stesso”. All’interno del Centro vi è una sorta di collaborazione con Alcolisti Anonimi. In che cosa consiste? “Una volta a settimana sono presenti presso il Centro persone appartenenti ad Alcolisti Anonimi che informano i pazienti dell’opportunità di frequentare i loro gruppi, portando la loro esperienza diretta. Cerchiamo di dare al problema dell’alcolismo anche la risposta sociale di Alcolisti Anonimi, sebbene non possa essere l’unica risposta al problema, che, ripeto, deve essere affrontato in tutti i suoi vari aspetti. Tra i vari non va trascurata la circostanza che anche i rapporti affettivi, oltre che quelli lavorativi, vengono alterati dall’alcol. È importante, dunque, fornire adeguato sostegno anche alla famiglia dell’alcolista: non soffre solo chi assume l’alcol ma anche chi gli sta intorno. In Alcolisti Anonimi c’è anche un gruppo dedicato ai familiari degli alcolisti, proprio per dare loro il supporto di cui hanno bisogno". Intervista a Carlo Borriello, presidente di ArtAttack Adv
Progetto Allarme Alcol
Pubblicitario di lungo corso ed esperto di Comunicazione Sociale, Carlo Borriello è il presidente di Art Attack Adv (www.artattackadv.com). Ha lavorato nelle più importanti multinazionali del settore per grossi clienti italiani e internazionali. È stato vicepresidente dei Tecnici Pubblicitari Italiani, coordinatore didattico e docente dello IED, docente di Tecnica Pubblicitaria nel master di Relazioni Pubbliche Europee presso Atheneo Impresa. Lei è uno dei promotori del Progetto Allarme Alcol. Come nasce questa iniziativa? “Gli animali sentono molto prima degli altri esseri viventi i grandi eventi naturali che sono in procinto di accadere. Così noi ‘animali della comunicazione’ stiamo sentendo cose che non vorremmo sentire e avvertiamo il rischio che si trasformino rapidamente in drammi sociali di larga portata. Bambini di dodici anni che si sbronzano, feste di tredicenni a base di alcol, riti di iniziazione basati sullo sballo, una modalità ormai acquisita di ‘sbronza da week end’ presso numerose e spesso insospettabili categorie di persone (giovani e giovanissimi, ma anche donne adulte, lavoratori, professionisti, etc.). Insieme agli amici di AA, i primi per la verità a segnalare il problema, abbiamo compreso la gravità del caso, soprattutto perché abbiamo colto una incredibile sottovalutazione da parte di molte istituzioni e delle famiglie”. Come mai avete scelto proprio il tema dell’alcol? “Non siamo stati noi a scegliere l’alcol. È stato l’alcol a irrompere nelle nostre vite, dal momento in cui si è trasformato in emergenza sociale. A differenza di altri consumi, l’alcol in Italia non ha nessuna barriera vera (né etica, né legale). Formalmente ci sono molti divieti e strumenti di repressione, ma nessuno li usa. Qualche giorno fa a Milano un barista ha segnalato la presenza di minorenni ubriachi, è arrivata la polizia che li ha consegnati ai genitori (ovviamente sorpresi). È diventata una notizia da telegiornale, mentre dovrebbe essere la regola. Noi avvertiamo chiaramente che sta prendendo corpo la possibilità che un certo tipo di ‘mode’ si trasformi nel più imprevisto degli tsunami, in grado di abbattersi sulle giovani generazioni. Se negli anni ’70 erano pochi i giovani che sceglievano l’alcol e, di conseguenza, la popolazione a rischio di alcolismo era ridotta, oggi il consumo di massa fa presagire la possibilità di trovarci di fronte a larghe fasce giovanili aggredite da questa subdola e pericolosa malattia. Mi riporta alla memoria l’effetto delle droghe pesanti sui movimenti giovanili (neri e non solo) nell’America degli anni ’70 e nell’Europa del decennio successivo”. Quali sono gli obiettivi di Allarme Alcol? “Di base, vogliamo creare la massima consapevolezza sociale per mettere in protezione le fasce più deboli, più a rischio e più giovani. Ma, attenzione, non è un problema di leggi. Guardate quello che è successo sulla droga. Non è con i divieti e con l’inasprimento delle pene che si ottengono seri risultati. Quelle cose servono solo a mettere a posto la coscienza di chi il problema non ce l’ha (o se lo risolve in modo invisibile). Poi vogliamo che le istituzioni in primo luogo e la società civile poi, prendano l’impegno di riflettere almeno una volta l’anno sul problema alcol, in occasione del 20 aprile, Giornata Mondiale della Lotta contro l’Alcol. Fino a oggi, questa ricorrenza è stata osservata soltanto da pochi specialisti addetti ai lavori, ma la maggior parte dei cittadini di questo Paese non ne conosce nemmeno l’esistenza. Più informazione, più coscienza, più attenzione”. Come si fa a partecipare al progetto? “Quando la casa brucia bisogna rendere consapevoli chi sta dentro e chi sta intorno. Poi occorre circoscrivere l’incendio e, intanto, attivare la catena dei portatori d’acqua. Siamo nella prima fase. Stiamo raccogliendo le prime adesioni usando il più semplice dei passaparola: le nostre agende e le mailing list degli amici e delle persone che sappiamo sensibili ai temi sociali. Poi contiamo sull’effetto sasso nello stagno, per allargare la partecipazione e il consenso. Quando metteremo l’iniziativa on line sarà possibile scrivere per farsi mandare il testo del progetto e, se si condivide l’iniziativa, si può dare la propria adesione”. Attraverso quali canali pensate di diffondere il progetto? “La sfida principale riguarderà i social media, con al centro FaceBook e YouTube. Ma non solo. Non voglio fare anticipazioni sugli strumenti, perché siamo ancora nella fase dello studio. Certo, la questione alcol chiama in causa nomi pesanti nel mercato pubblicitario e tocca dei consistenti interessi dello stesso Stato Italiano, che dalle accise sull’alcol porta a casa dei bei soldi, ma questo muro fatto di silenzio, ignoranza, indifferenza e di omertosa complicità bisognerà abbatterlo, prima o poi”. Non c’è il pericolo di parlare di cose molto serie in un ambiente come quello dei social network che, almeno nella maggioranza dei casi, è accusato di occuparsi di cose poco serie? “Abbiamo un Presidente nero negli USA grazie, principalmente, a un uso corretto e molto professionale della rete. La cosa mi sembra molto seria. La rete non si occupa della vita dei cittadini. Oggi, piuttosto, direi che occupa la vita dei cittadini. Per molti è insostituibile, per molti è parte integrante del vivere e lavorare quotidiano e chi ne è escluso bussa alla porta di chi ne è dentro. Un solo dato: 15 milioni di utenti FaceBook. Neanche Sanremo o la nazionale di calcio mettono insieme tante persone. Gran parte del digital divide è stato superato proprio grazie a questo tipo di spazio nuovo. Certamente perfettibile, certamente indispensabile”. Avete un’idea di quando potrete arrivare on-line con la vostra iniziativa? “È il nostro lavoro e i tempi dal punto di vista operativo possono esser brucianti. In alcuni casi bastano poche ore, in altri pochi giorni. La vera complessità è data dalla necessità di dare la corretta calibrazione al progetto, dalle valutazioni dei diversi interlocutori coinvolti e dalle specificità delle competenze necessarie. Stiamo cercando il sasso giusto. Se lo troviamo, se ne dovrebbero accorgere in molti…”. La guerra di Piero, alcolista
Lettera testimonianza di Piero, ex alcolista. “I nostri Dodici Passi, quando sono sintetizzati al massimo, si restringono alle parole amore e servizio. Noi comprendiamo cos’è l’amore e cos’è il servizio” (dall’ultimo discorso del dottor Bob). Spesso mi sono chiesto perché tutte le terapie da me intraprese (psicanalitiche psichiatriche psicologiche farmacologiche disintossicanti antidepressive antabuse alcover di gruppo la Comunità stessa, ecc.) non abbiano mai sortito alcun effetto durevole, di tipo risolutivo nei confronti del mio alcolismo. Eppure, la mia buona volontà era sempre la stessa. E così la decisione di smettere una volta per tutte. E le motivazioni. Azzardo. Forse perché nessuna di esse richiedeva la mia partecipazione attiva, il mio coinvolgimento in un processo di profondo ridisegno interiore, forse perché nessuna sembrava volermi rendere protagonista di un’avventura unica di trasformazione continua, infinita e dal vago sapore d’assoluto. Qualcosa in cui si va sempre ‘oltre’. È spiritualità questa? Per lungo tempo ho dormito e sognato. A lungo ho vissuto come un sonnambulo. Il mio cammino in AA(Alcolisti Anonimi) è cominciato con uno sbattere di palpebre, un guardarmi intorno stranito e confuso, come se mi svegliassi da un sonno drogato, e questo risveglio non poteva accadere finché non fosse terminata una caduta che sembrava senza fine. Ero in caduta libera. In picchiata. Senza più controllo dei comandi. Al termine di questa rovinosa caduta (il mio alcolismo, e tutto quello che aveva comportato) mi sono dovuto rialzare per non morire. Per rialzarmi ho dovuto chiedere aiuto, sono riuscito a chiedere aiuto: non l’ho fatto espressamente, il mio orgoglio me lo impediva, ma il mio semplice “esserci”, essere lì, presente nel Gruppo, testimoniava una mia (im)precisa necessità, un mio (im)preciso bisogno in tal senso. Quel risveglio era permeato, soffuso di una prima larvata forma di umiltà – riuscire a chiedere aiuto pur senza chiederlo – e di una prima forma di onestà verso me stesso – riconoscere a malincuore la vanità di tutti i miei sforzi. Questo risveglio era qualcosa di spirituale? Varcare quella soglia tra mille paure indefinite è stato un atto necessario. Decidere di restare, di frequentare il Gruppo, una prima scelta consapevole, un primo atto di volontà da rinnovare ogni giorno. Nel Gruppo ho cominciato ad ascoltare, pur non sapendolo fare. Ascoltavo con la testa, di meglio non riuscivo a fare, valutavo soppesavo giudicavo criticavo separavo, sperando che le parole degli altri forzassero la corazza del cuore. Avrei avuto pazienza. Finché non fossi riuscito a fare silenzio dentro di me. Attento alle capacità di trasformazione dell’ascolto. Nel Gruppo ho cominciato a parlare, pur non sapendolo fare. Cercavo di condividere i dubbi le difficoltà le incapacità le impossibilità. Parlavo con la testa. Talvolta arrivavo in Gruppo con enormi discorsi prefabbricati di cui non ricordavo nulla. Avrei avuto pazienza. Finché non fossi riuscito a ‘parlare col cuore’. Attento al potere creativo della parola. Ascolto, parola, pazienza. Senza accorgermene avevo cominciato a mettere in pratica “qualcosa” di nuovo. Ho smesso di bere arrendendomi ad un nemico più forte di me, smettendo di lottare, e affidandomi a un potere che speravo benevolo e amorevole nei miei confronti. Il nemico, pago della resa, non ha infierito più di tanto; quel potere, invece, è sembrato accontentarsi di qualche preghiera mormorata nei momenti di più nera disperazione. Quando non avevo più nulla cui aggrapparmi e avevo messo da parte anche la speranza. Sfiduciato, rassegnato. Solo così sono stato salvato. Mollando tutto. Lasciando andare tutto. Quella liberazione dall’ossessione era “qualcosa” di spirituale? Non riuscendo ad avere fiducia in me stesso, avrei cominciato a darla ad altri. Avrei avuto pazienza. Ho iniziato ad avere fiducia nel Gruppo, riconoscendone le superiori qualità di saggezza e coraggio, forza e sobrietà. Un po’ alla volta ho cominciato a lasciar cadere domande e perplessità. Una su tutte: “cosa ci sto a fare qui?”. Ho continuato ad avere fiducia, fiducia che uno sguardo, un’attenzione, una comprensione benevola mi fosse accanto e mi accompagnasse dovunque. Forse non ero così indegno di vivere e di essere amato come mi ero sempre ritenuto. Forse per qualcuno ero sempre stato degno d’amore e sempre lo sarei stato. Ho cominciato a sentirmi amato, ho creduto prima, sperimentato dopo, che quell’amore era da sempre e per sempre, per me come per tutti. E sapendolo, non sono più stato lo stesso. Era questa una trasformazione nel profondo? Ho cominciato ad aprire la mente al nuovo, all’ignoto, al mistero della vita e ai suoi paradossi, alle sue infinite possibilità, abbandonando un po’ alla volta dubbi, riserve, resistenze, difese, le formazioni mentali che da altri avevo appreso. Un po’ alla volta ho disertato i sentieri familiari della pigrizia mentale, dell’inerzia che accetta ciecamente, dell’orgoglio che presume di conoscere, dei luoghi comuni, dei giudizi pre-costituiti, degli slogan di comodo, per accettare la realtà della mia ignoranza, del mio “non sapere”, come necessario punto di partenza del cammino, necessario perché l’unico ragionevole e vero. Ho capito che prima di fare qualsiasi cosa per gli altri, la dovevo fare verso me stesso. Perdonare gli altri, tollerare gli altri, accettare gli altri, non provare rancore… tutto ciò non aveva senso e non era praticabile se prima – o insieme – non avessi perdonato, tollerato, accettato me stesso. E se non ci fossi riuscito - tanto grande era il rancore, il rimpianto, la rabbia, la nostalgia verso il passato - mi sarei rivolto a chi sembrava riuscire ad amare sempre, comunque e nonostante. Ho avuto pazienza. E ho cominciato a non sentirmi più solo. E a provare un nuovo senso di pace, un appagamento, una leggerezza, una “pienezza dell’io” mai prima sperimentati. Da dove proveniva questa nuova pace? Era questa la serenità della nostra preghiera? Era “qualcosa” di spirituale? Ho cercato di vivere nell’eterno presente, perché passato e futuro non esistevano più, avevano cominciato a non essere più reali per me. Ma prima… Ho voluto cominciare a conoscere me stesso, rivisitando il mio passato con gentilezza e comprensione, rispettandone gli errori le paure le fughe le violenze, come parti di un me malato e fragile, ferito e vulnerabile; elencandone le dipendenze i difetti i limiti i debiti le incapacità; impedendo ai rimpianti e al senso di colpa di travolgermi ancora una volta; riscoprendone con gioia e gratitudine le qualità nascoste, mai riconosciute come doni; imparando dagli errori e cercando di trasformare il negativo in positivo. Sono riandato al mio passato, sorpreso di trovarlo anche grande, bello, già infiammato da un bisogno d’assoluto che non avevo mai supposto in me. Mi sono così reso disponibile alla trasformazione, una trasformazione nel profondo, in tutti i campi della mia vita, a tutti i livelli del mio essere, corpo mente anima. Ho cercato di aprire il mio essere a qualunque cosa la vita avesse voluto offrirmi, senza attaccarmi a nulla, senza rifiutare nulla. Ho cercato di cambiare abiti e abitudini mentali, azioni reazioni e comportamenti. Ho cercato di attivare attenzione e concentrazione e di seguire il cuore più che l’istinto, sapendo quest’ultimo malato. Ho cercato di non farmi più bloccare dalla vergogna, dalla paura di non farcela, di non essere all’altezza. E quando non ne fossi stato capace, mi sarei rivolto a quella nuova fonte inesauribile che scorreva in me. Perplesso, ho esaminato i nuovi strumenti di AA ai miei piedi - la preghiera la meditazione l’accettazione l’anonimato le 24 ore - tutti i nuovi principi. Indeciso, ho cominciato a smontarli montarli e rimontarli dentro di me, giocattoli alieni e dall’aria decisamente irreversibile. Titubante, ho cominciato a praticarli, animando e incentivando un processo che non volevo morisse. Questa lenta partenza aveva “qualcosa” di spirituale? In questo cammino più e più volte mi sono fermato, sfiatato frustrato deluso. Più e più volte ho fatto dietro-front, senza più fiducia né speranza. Più e più volte mi sono rialzato, accettando con gioia la verità del mio recupero, questa e non altre, non quelle imparate sui libri, non quelle intraviste negli amici, non quelle sognate ad occhi aperti. Andavo bene così, andavo come un treno, andavo lentamente. Andavo. Ho intuito di essere un “individuo completo”, da sempre completo senza saperlo, completo nella sua imperfezione e nei suoi limiti. Non procedevo da solo. Condividevo, o mi sforzavo di farlo. Condividendo le difficoltà alleggerivo il fardello; condividendo le conquiste mi sembrava che un messaggio di speranza si diffondesse fuori di me. Lentamente cominciavo a uscire dall’isolamento. Dall’immobilità. Capivo che dovevo fare dell’azione e del movimento la mia nuova ragion d’essere, che non dovevo trasformare il Gruppo in un nuovo rassicurante grembo materno. Non procedevo scimmiottando. Cercavo di pensare con la mia testa, in un processo di individuazione e definizione di me, finalizzato alla piena realizzazione delle mie potenzialità, unico scopo che riconoscevo degno. La mia valorizzazione, la riscoperta del divino attraverso l’umano, dell’assoluto attraverso il relativo. Procedevo consapevolmente, conscio della mia unicità, conscio della mia uguaglianza, o mi sforzavo di farlo. Questo processo aveva “qualcosa” di spirituale? Avevo cominciato a fare servizio come se dovessi pagare un debito di riconoscenza verso chi mi aveva tratto in salvo. Non ero stato irriconoscente per tutta la vita? E non volevo forse cambiare? Ma così il servizio mi andava stretto. Farlo senza gioia, che senso aveva? Per tutta la vita avevo fatto esperienza soltanto dell’infelicità, della paura, della scarsità, della “mancanza di”; avevo così sminuito sistematicamente ciò che avevo, lo avevo criticato regolarmente, considerato sempre insufficiente. Lentamente ho cominciato a rivedere tutto, giungendo ad apprezzare le cose che avevo, le persone che mi circondavano, la vita che mi pulsava dentro, a dar loro un valore “giusto”. Ho smesso di dare tutto per scontato, smesso di pensare che tutto mi fosse in qualche modo dovuto; sentivo di non avere nessun merito speciale in tal senso e che tutto mi era giunto “gratuitamente”, come dono disinteressato e, come tale, da restituire immediatamente affinché non morisse dentro di me. E finalmente fui grato alla vita. Scoprirmi grato alla vita rivoluzionava i termini del problema, ne cambiava le coordinate. Non ero più separato dalla vita ma tutt’uno con essa, lo stesso processo dell’alcolismo aveva in sé qualcosa di completo e perfetto, processo necessario, tappa obbligata per riconoscere e dare un significato a me stesso, agli altri, a tutto; per arrivare a una prima, fondamentale “attribuzione di senso”. Ho visto il servizio, l’amore, la preghiera come uno “stato dell’essere”, figli della gratitudine e dell’abbondanza. Figli della fiducia, li ho visti come uno stato di profonda, ininterrotta riconoscenza per quanto ricevuto, e di anticipato ringraziamento per qualunque cosa sarebbe in seguito venuta. Ho cercato di mettermi al servizio della vita e di qualunque cosa mi chiedesse di fare e di essere. C’era “qualcosa” di spirituale in questo atteggiamento? Non lo so. Questo è stato, questo è il mio cammino oggi. Oggi so che quando sto male, quando sono turbato e l’emotività riparte per la tangente, posso parlare con un altro alcolista. Ascoltandolo, riporto i miei problemi alla loro reale dimensione e consistenza. E posso parlare con chi è più grande di me. Ascoltandolo in silenzio ed umiltà, il quadro si ricompone sempre perché so che la sua promessa d’amore sarà mantenuta, è già mantenuta. Oggi, dopo due anni di cammino in AA, mi azzardo e dico che: La spiritualità è inafferrabile, indefinibile, come Dio, come l’amore. Costringerla in definizioni e parlarne la allontana, la rende vaga evanescente, dibattito da salotto. Praticarla, o sforzarsi di farlo, la crea subito reale, viva e pulsante. Con un aroma inconfondibile, un profumo, una densità e leggerezza nuove, diverse da tutto quanto già da me provato. La spiritualità si sostanzia di azioni concrete, vive in un gesto gentile, respira nel calore di un abbraccio, appare nella serenità di un sorriso, si cala nella materialità quotidiana delle situazioni e dei corpi, in un nuovo prendermi cura di me stesso e degli altri. La spiritualità non è insita nelle cose, in luoghi persone situazioni. Non ha nulla di oggettivo o sostanziale. Forse è solo uno sguardo nuovo, un modo nuovo di vedere il mondo, di accostarsi ad esso, un modo, uno sforzo di praticare tutto. Forse comincia da un nuovo modo di vedere ed accostarsi a se stessi.
È un modo di chiudere quella enorme forbice, quella separazione tra me e il mondo, tra me e gli altri, tra me e me stesso. La spiritualità è sempre inconsapevole, e inconsapevole è la pratica dei suoi principi, anche se comincia da uno sforzo tremendo di acquistare consapevolezza di tutto e su tutto. Una spiritualità, un amore, un’umiltà cosciente di sé è una contraddizione in termini, l’ultimo e più sottile trucco della mente per seguitare a mandarmi su piste sbagliate e colme di egocentrismo. La spiritualità non è mai interessata, non insegue risultati né persegue obiettivi; la sua ragion d’essere è in se stessa, la gratuità e il non-interesse sono i suoi motori. È un atto di estrema consapevolezza che si esprime giorno per giorno, ora per ora, momento per momento. È una scelta, e il rinnovo di tale scelta viene effettuato in ogni istante. Anche in questo istante. Soprattutto in questo istante. È un “qualcosa” di più, che c’è prima e va oltre. È inesauribile, perché perenne è la fonte cui attinge. È inevitabile, perché è il mio destino di uomo.
Ho incontrato Piero a Rimini, durante il Raduno di AA. È stato il mio mentore, la mia guida indiana. Conosceva tutti, sapeva un sacco di cose dell’Associazione, mi aiutava a scegliere dove andare e cosa ascoltare. Fumava in modo gentile e sommesso, senza sosta. Mi ha accompagnato in tutti i miei giri, abbiamo mangiato insieme diverse volte e la sera ci raccontavamo a vicenda, quasi coetanei e quasi apparentati dalle stesse esperienze, anche se in luoghi diversi. Messi vicini dovevamo essere buffi, io rotondo come una lattina di Coca Cola, lui essenziale come la cannuccia. Ci siamo ritrovati come succede, qualche fortunata volta, solo tra perfetti estranei che non si sono mai visti prima. I suoi occhi chiari e brillanti avevano visti tante cose, le raccontava con ironia e affetto. Quando sono partito ci siamo stretti la mano come fanno gli amici che vogliono rivedersi presto e sono troppo timidi per abbracciarsi. In treno pensavo alle cose dette, mi veniva in mente una specie di intervista a due voci che attraversava “i nostri primi cinquant’anni”, io in guerra con il mondo, lui in guerra anche con l’alcol e le dipendenze. Mi piaceva il suo linguaggio accurato, appuntito, esatto, rapido. Come la sua partenza. Mi ha lasciato attonito, la sua partenza. Tutta quella pace, tutto quell’appagamento e quella leggerezza. Perché restare ancora, meglio partire. Non ci rivedremo. Quando ho letto queste sue parole, ho sentito che mi aveva lasciato l’intervista. C’è l’essenziale, senza esaltazioni retoriche, senza parole inutili, senza polemiche. L’intervista è questa, la storia di una persona come me, che ha sconfitto l’alcolismo non solo perché ha smesso di bere, ma perché ha ricostruito se stesso e il proprio mondo usando il materiale più prezioso che ci sia: l’amore per sé stessi, per la vita, per gli altri. A cura di Enzo Alfredo Becchetti e Daniela Greco |