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Focus/Iraq PDF Stampa E-mail
Mercoledì 10 Febbraio 2010 15:47

Gli americani in Iraq: una strategia latitante

di Luigi Caligaris

Con organizzata rapidità le truppe americane abbandonano l’Irak da esse invaso sette anni prima. La exit strategy, la strategia del disimpegno, che da un quinquennio con crescente e angosciata frequenza auspicavano senza sapere che esito darle né come condurla, viene ora attuata con pragmatismo e con metodo rimpatriando a ordinati scaglioni il grosso delle forze americane, abbandonando progressivamente nelle mani irakene le zone più critiche e smantellando le loro imponenti città fortezze, prima epicentro delle operazioni e ora convertitesi in impotenti cattedrali nel deserto. Resterà come presidio permanente un robusto nucleo di forze speciali dotato del meglio della managerialità e tecnologia militare e destinato a fornire equilibrato sostegno alle forze irakene nell’auspicio che esse siano comunque in grado di provvedere in proprio a mantenere ordine e sicurezza nel loro paese.

Permane comunque il timore, e il recente crescendo di attentati sembra volerne confermare la plausibilità, che le nuove forze di sicurezza afgane, sommariamente aggruppate, non sufficientemente addestrate ed equipaggiate nonché etnicamente divise come del resto lo è la loro Nazione, curda-sunnita-sciita, possano non reggere a lungo alla prova e l’Irak possa precipitare nella violenza e nel caos. Ove ciò fosse, s’imporrebbe una re-entry strategy, rivolta a rischierare rapidamente in Irak sufficienti forze americane per riportare ordine, stabilità e sicurezza.

Opzione allo stesso tempo impopolare, impellente, difficilmente attuabile, poco proponibile, nonché altamente rischiosa.
Comunque, se anche la situazione in Irak si assestasse restituendo il paese alla normalità, gli Stati Uniti non potrebbero ugualmente cantare vittoria poiché hanno lasciato un paese sconvolto e distrutto alle spalle, per una guerra di cui tuttora non è chiaro il motivo e la cui memoria, nonostante sia penosamente aggravata da un record di sofferenze e di sangue, è destinata rapidamente a svanire nella pubblica opinione di chi l’ha sofferta, metabolizzandone i traumi all’interno delle forze militari che vi hanno partecipato.

Fin d’ora peraltro s’avverte l’impietoso contrasto fra la società mondiale e americana che paiono avere sollecitamente voltato pagina, e le impietose lacerazioni nel tessuto ideale e psicologico del corpo militare americano che ha lasciato oltre quattromila caduti sul campo e oltre diecimila disabili. Nulla di comparabile invero all’antagonismo maturato fra l’amministrazione americana e la propria nazione ai tempi del Vietnam, promotore di una  sindrome che ha inibito il ricorso alla forza da parte degli Stati Uniti per oltre un ventennio.

Condizionamento ufficializzato da George Bush padre all’indomani della sua vittoria nella guerra del Golfo, quando annunciò euforicamente “la fine della Vietnam sindrome”.

Se oggi l’esperienza irakena è pressoché ovunque vissuta con una tolleranza che confina con l’indifferenza, lo si deve anche al fatto che mentre la guerra in Vietnam aveva coinvolto pesantemente la società americana avvicendando nel teatro d’operazioni milioni di giovani di leva, questa volta la rotazione ha coinvolto soltanto qualche centinaio di migliaia di soldati professionisti assai meglio addestrati ed armati, a cui sommare oltre diecimila mercenari, categorie entrambe più politicamente spendibili.

Anche quanto a caduti, 50.000 in Vietnam e oggi poco più di 4000 in Irak, l’impatto non è stato altrettanto brutale anche se molto probabilmente si sia raggiunta nel secondo caso la soglia di sopportazione.

Tutto ciò ha contribuito ad attenuare l’impatto emotivo, oltre che psicopolitico, della guerra irakena, ma ne ha anche estraniata la popolazione. Significativo è il termine “guerra dell’1%” con il quale alcuni mass media americani hanno voluto etichettare queste guerre, onde evidenziare il fatto che solo una minima parte delle risorse del paese era partecipe di quel conflitto.

Non vi è quindi da meravigliarsi se alla vigilia della exit strategy dall’Irak, l’attenzione politica, mediatica e la pubblica opinione internazionale ed americana si sono disinvoltamente e rapidamente rivolte a un altro scenario di guerra, quello dell’Afghanistan, rimuovendo dalla loro caduca memoria il teatro irakeno.

Fenomeno che sta provocando frustrazione e sconcerto nelle truppe che vi hanno combattuto e tuttora combattono.
L’alternarsi del centro di gravità delle guerre, senza che ad esse siano associabili chiari obiettivi politici e militari, senza vincitori né vinti, può indurre a configurare l’emergere di una tendenza alla volubilità conflittuale. Guerre cioè non associabili secondo Obama a uno scopo vitale (wars of necessity) bensì attribuibili a una scelta di opportunità politica (wars of choice).

Non già l’uso della forza per il perseguimento di uno scopo della politica, bensì alternativa intesa a colmare il suo sconcertante vuoto. Che nel breve spazio di otto anni del Terzo Millennio l’impegno politico e militare degli Stati Uniti e dei loro alleati sia iniziato in Afghanistan e poi si sia trasferito in Irak per poi ritornare all’Afghanistan senza comprensibile motivazione, pare inquietante conferma del radicarsi di questa destabilizzante tendenza.

A catalizzare questo nevrotico rapporto fra cause ed effetto ha contribuito in primis la guerra irakena, caparbiamente voluta da George W. Bush senza esibire un casus belli credibile, a differenza di  quello contro l’Afganistan, nemico più che plausibile per avere ospitato il movimento terroristico Al Qayda, artefice della strage a New York dell’11 settembre 2001.

Invece, riguardo all’Irak, George W. Bush non solo non ha convinto il mondo e la propria Nazione di avere motivi per giustificare la propria “scelta”, ma quelli da lui esibiti, ossia la minaccia di armi di distruzione di massa e la collusione irakena con Al Qayda, erano stati inventati su sua commissione dalla sua altrimenti formidabile Intelligence. Che poi, per riparare all’errore, George W. abbia voluto offrire motivazioni alternative, fra le quali il ruolo centrale dell’Irak nella guerra globale al terrore (global war on terror – GOT)  e la volontà americana di liberare e democratizzare il paese, ha portato ad accrescere i dubbi sulla legittimità e razionalità dell’impresa.

Mancava inoltre per l’invasione dell’Irak un plausibile disegno politico (war of necessity) quale il voler acquisire con atto di forza un più sicuro e stabile assetto geo-strategico nel golfo Persico, le cui risorse energetiche e centralità geostrategica ne fanno area di rilievo vitale a livello globale.

Peraltro, se questo fosse stato il motivo, l’avversario da dominare sarebbe semmai stato l’Iran, epicentro strategico dell’area del cosiddetto Medio oriente allargato in cui confluiscono gli interessi strategici ed economici di tre continenti, nonché da oltre un ventennio nemico dichiarato degli Stati Uniti, ossia da quando nel 1979 Khomeini aveva spodestato lo Shah, loro più che fedele alleato.

Infine, a fare dell’Iran un nemico ben più pericoloso dell’Irak contribuiva la sua determinazione, oltre che la sua capacità, di dotarsi di armi di distruzione di massa. Problema ancora irrisolto, dato che l’alternarsi di minacce (hard policies) e blandizie (soft policies) da parte americana e i tentativi conciliatori di cinque importanti nazioni europee non hanno sortito finora alcun effetto, tanto è vero che ora, con crescente frequenza si parla di un intervento risolutivo demandato agli israeliani.

Tutto ciò sembra giustificare il dubbio che il terzetto decisionale americano abbia deliberatamente optato per l’Irak considerandolo la scelta più facile, dimostrando di non saper scegliere.

Difettando le motivazioni e sbagliando nemico, gli Stati Uniti sotto George W. Bush avrebbero quantomeno dovuto  chiarirsi le idee sul tipo di guerra che avrebbero dovuto combattere. Invece commisero l’errore di ignorare o quantomeno sottovalutare il probabilissimo violento prosieguo dell’invasione dell’Irak, mentre chiunque avesse studiato la storia avrebbe saputo in quali guai si sia andato ogni volta a cacciare chiunque abbia tentato di imporre troppo a lungo la propria presenza armata su terre altrui.George Bush senior  lo sapeva, tanto è vero che dopo la vittoria nella guerra del Golfo ha rinunciato a Baghdad, lasciando prontamente l’Irak.

Insomma, a dare retta allo stratega Clausewitz per cui, “nessuno, almeno nessuno che ragioni, fa una guerra senza sapere perché e come condurla e concluderla ”, si dovrebbe arguire che nel scegliere come bersaglio l’Irak, George W. Bush sia uscito di senno o se così non è stato egli abbia comunque subito la nociva influenza del suo esclusivo e stretto legame.Con Donald Rumsfeld, ministro della difesa e Dick Cheney, suo vice presidente, entrambi con vocazione all’intrigo.

Non per nulla la stampa americana ha battezzare il terzetto al vertice americano non già come Team, ossia squadra abile e coesa, e neppure come clan devoto a sé stesso, ma piuttosto come cricca (cabal) devota al potere. Ciò parrebbe dimostrarlo anche il fatto che, nel prepararsi all’invasione dell’Irak, sia stato da essi emarginato Colin Powell, già comandante in capo nella vittoriosa guerra del Golfo e allora ministro degli esteri, contrario alla guerra in Irak e anche assai critico sui modi con i quali i tre avrebbero voluto combatterla. 

Ha inoltre concorso non poco a sottovalutare rischi e difficoltà dell’impresa irakena, il precedente della facile, rapida, incruenta e vittoriosa guerra in Afghanistan condotta con poche forze americane, un apparente modello vincente sempre e ovunque applicabile, confidando sulle avveniristiche prestazioni tecnologiche delle armi del terzo millennio.

Quel  modello, parzialmente sperimentato la prima volta nella guerra del Golfo e collaudato con crescente successo prima da Clinton in Bosnia e Kossovo e poi dallo stesso George W. nell’Afganistan, era  apparso al terzetto decisionale una soluzione rapida, indolore e facile.

Bob Woodward, il giornalista reso famoso dal Watergate, presente alla Casa Bianca mentre si preparava la guerra, riferisce su un clima decisionale euforico consono più a chi partecipa a giochi di guerra con la sua play station che non a chi prepara una guerra vera.

Con azzardata analogia, quel clima ricorda quello del vertice italiano in occasione dell’invasione della Grecia, sessant’anni prima. Si ricorda il clan ristretto con Mussolini, Ciano e pochi sprovveduti e arroganti gerarchi, la loro faciloneria nel mettere mano ai piani operativi, i pretesti accampati per giustificare l’invasione, l’euforia bellicosa del clan prossimo al Capo, le menzogne dell’intelligence, la sprezzante emarginazione degli Stati Maggiori, la sottovalutazione dei rischi, il mito della guerra rapida e facile.

A parte l’immensa differenza di efficacia, efficienza e potenza, l’analogia sembra calzare a dovere, possiamo quindi vantarci di avere indicato la via del disastro niente di meno che agli Stati Uniti. Ciò pare confermare la tesi di Raymond Aron, secondo il quale a condurre malamente le guerre sono i governanti “semplificatori”, incapaci di rendersi conto delle difficoltà e dei rischi derivanti dalle loro scelte. Come semplificatore George W. Bush sembra avere battuto ogni record.

A causa della incompetente impertinenza del clan e della sua discutibile leadership, gli Stati Uniti si sono baldanzosamente gettati in una guerra ad altissima tecnologia (high tech strategy) contro un avversario infinitamente meno preparato di loro quanto a forze tradizionali, ma consapevole dell’opportunità ad esso offerte dai limiti della tecnologia in scenari urbani e rivoluzionari.

 L’invasione fu, come prevedibile, rapida e facile poiché tagliata su misura delle straordinarie capacità militari americane. A confermare la teatralità della cosa, l’impresa si è conclusa in uno scenario di tipo hollywoodiano con l’atterraggio di George W. Bush sulla portaerei per dichiarare “missione compiuta”, quasi avesse eletto a modello Tom Cruise e la sua sfida della “missione impossibile”. Con altrettanta superficialità venne affrontato il dopoguerra in un tripudio di rivalità e conflitti di potere all’interno degli Stati Uniti, mentre le forze avversarie si preparavano discretamente al loro insidioso tipo di guerra .

Guerra, dai politologhi battezzata “asimmetrica”, a indicare l’enorme divario di potenza fra le forze americane e le loro spregiudicate ma assai meno armate forze avversarie.

La guerra americana high tech, nota come quella che “contro il bersaglio lancia la pallottola e non l’uomo”, divenne un problema più che una soluzione, accumulando fra i civili numerosissime vittime, i ben noti danni collaterali causati da armi di potenza assolutamente sproporzionata rispetto agli effetti cercati contro un nemico attento a non rappresentare bersaglio.

La guerra “high tech” lasciò quindi il posto a quella dura e sporca del corpo a corpo tradizionale e dell’insidioso agguato e, dopo tanta sicumera iniziale, il team decisionale di George W. Bush dimostrò di non sapere che pesci pigliare: Rumsfeld fu mandato a casa, Cheney fu emarginato e la mano passò ai soldati combattenti delle forze terrestri (a foot on the ground) aumentando numericamente le truppe (the surge) che Rumsfeld aveva voluto drasticamente ridurre, adottando strategie vicine alla realtà, cioè ai soldati e alla gente.

Strategia cooptata da quella che, mezzo secolo prima, aveva decretato il successo in Malesia delle forze britanniche che, applicando le strategie e le tattiche delle guerre coloniali del XIX e inizi del XX secolo, avevano riscosso successo abbinando un accorta gestione politica con una specifica azione. Il loro metodo “vincere i cuori e le menti” (to win hearts and minds) ha ispirato i recenti mutamenti della dottrina americana prima improntata al bellicoso “cerca e distruggi“ (search and destroy), inadeguato per un contesto rivoluzionario quale quello irakeno.  

Gradualmente, la situazione accennò a migliorare e la exit strategy finì di essere un inafferrabile auspicio per divenire una credibile opzione. Oggi la guerra in Irak non lascerà alcuna sindrome. Per feriti e caduti difficilmente ci sarà un monumento a ricordarne il sacrificio e le gesta e se ci sarà un monumento esso verrà costruito all’interno di qualche caserma. Commenta un periodico americano “un soldato, il cui sacrificio è considerato persino dai suoi genitori come una vita sprecata, difficilmente si fa una ragione del perché dover perdere la propria vita”. È aspetto da non sottovalutare.

Sul finire delle cose irakene ci si può interrogare sul perché questa guerra sia stata possibile e ci siano inizialmente entrati anche alcuni paesi europei, quale il nostro. Ad assumere l’iniziativa sono stati gli Stati Uniti, nel bene e nel male capaci di una determinazione assente nei paesi europei che, incapaci di una posizione comune e di un’azione coerente con essa, senza sapere cosa andavano a fare, si sono accodati quale esitante e incerto gregge dietro al proprio pastore, tentando di ridurre al massimo i rischi e le perdite. La consistenza e l’impegno delle loro forze non deriva dal calcolo di quanto sia necessario per assolvere un ruolo coerente con il compito da assolvere, bensì dal pragmatico confronto fra le possibili, anzi probabili o certe reazioni delle rispettive opinioni pubbliche e il desiderio di ottenere credito dagli americani.

La strategia era ed è latitante. Chi nutra dubbi sull’impaccio con cui gli europei gestiscono da otto anni l’impegno nel contesto della coalizione dovrebbe dedicare attenzione alla continua diatriba in corso fra loro in merito al contributo, peraltro modesto e inadeguato, da fornire e al compito da assolvere.

Mentre starebbe - il condizionale è d’obbligo - per concludersi l’impegno in Irak, cresce quello in Afghanistan, a dimostrare quanto sia stato errato aprire il  teatro d’operazione irakeno prima di avere conclusa la guerra afgana la cui situazione a confronto appare assai più critica.

Commenta a fine agosto 2009 un alto funzionario della Casa Bianca: “quel governo è affetto dalla piaga della corruzione e dall’inefficienza, la situazione è peggiore di quella irakena per vari ordini di grandezza. Il paese non dispone di comparabili infrastrutture, educazione e risorse naturali e il governo non è in linea con quello americano“.

A ciò si aggiungano i signori della guerra e della droga abbarbicati al proprio potere, la conflittualità antica fra comunità già aggregata al nord e quella pashtun del sud, al cui interno peraltro operano i talebani, più un milione di profughi pashtun insediati nel Pakistan occidentale fra i quali i talebani godono di impenetrabili “santuari” rifugio.

Per finire, un importante e critico paese confinante quale il Pakistan che l’arma nucleare già la possiede, che è afflitto da una guerra permanente in Kashmir, che è aggravato da un instabile equilibrio interno affidato a non sempre affidabili ma insostituibili militari la cui intelligence (ISI) intrattiene un ambiguo rapporto con i talebani. Per fare fronte a tale situazione, sul piano militare gli americani possono contare sul sostegno ineguale di 42 paesi, NATO e non, che nel complesso offrono un concorso militare modesto, mentre sul piano politico non fanno che sollecitare conferenze internazionali in base alla loro convinzione che  “la soluzione è politica”.

In questa situazione trovare una exit strategy credibile è problema più serio e complesso di quanto non lo sia stato in Irak, anche perché  la domanda di un disimpegno dall’Afghanistan da parte della popolazione americana e non solo europea è in crescendo. Peraltro, mentre è impossibile per Obama portare le proprie forze in quell’area a livelli comparabili a quelli realizzati con relativa disinvoltura in Irak, egli è consapevole che una exit strategy che apparisse come getto di spugna avrebbe conseguenze gravissime anche in campo internazionale, minando l’autorevolezza e credibilità americane.  

Cosa riserba il futuro? Anni fa negli Stati Uniti si sosteneva che il ruolo dei militari americani sarebbe stato di fungere da “poliziotti del mondo” (world policemen) impegnati ovunque a riportare stabilità e sicurezza. Forse è quanto anche George W. Bush aveva in mente, ma se così è stato non ha funzionato. Quale la causa o almeno la concausa? La sofferta conclusione della guerra in Irak che ha sottoposto le forze armate americane a incredibile stress segnalando ovunque le loro serie vulnerabilità .  

Se invece gli Stati Uniti si fossero limitati a operare in Afghanistan e avessero consolidato il loro iniziale successo, avrebbero probabilmente confermato il  loro status di superpotenza su scala globale e di conseguenza la loro credibilità sul piano strategico. La caduta di influenza americana è indubbiamente fra le vittime della dissennata scelta di invadere l’Irak. Oggi non è momento per altre imprese importanti, la massima priorità è da attribuire alla soluzione della guerra in Afghanistan.    

Non si può negare che la soluzione “è politica”, ma è anche vero che così come oggi è presentata dai governanti europei è mera e stucchevole affermazione retorica. È indubbio che le crisi in Bosnia, in Kossovo e anche l’attuale exit strategy irakena siano state risolte con iniziative di natura politica, ma senza il preventivo successo militare nulla sarebbe accaduto. La retorica della soluzione “politica” avverso quella “militare” è parente stretta del disimpegno, del rinvio dei problemi, nonché causa d’impaccio nell’impiego delle forze militari. Vi può essere soluzione politica quando mancano, oltre a un disegno strategico, anche interlocutori credibili all’esterno e all’interno del paese in questione?

Purchè non si intenda per tale l’ennesima conferenza di pace da tenere possibilmente in una capitale europea. Churchill, agli inizi del XX secolo, attribuì la crisi medio-orientale a una diplomazia conferenziera (diplomacy by conference) fatta di incontri solenni, mentre si attribuiva all’uso della forza la tutela di uno status quo a tempo indeterminato. Quel modus operandi fu definito come un modo di cercare la pace tale da vanificare ogni tentativo di pace (a peace to end all peace). Ebbene, quasi un secolo dopo tale tendenza sembra volersi ripetere.

Sarebbe forse il caso di mutare musica e riprendere contatto con il più autorevole stratega delle guerre, Carl von Clausewitz, troppo prematuramente accantonato per inseguire scelte apparentemente più ovvie e più facili, per comprendere le drammatiche complessità della guerra e il suo tormentato rapporto con la realtà della politica.

Il fatto è, però, che egli considerava irrinunciabile che alla testa di una nazione che si apprestava alla guerra fosse un uomo di stato ricco di doti politiche e militari o quantomeno due personalità, un alto leader politico e uno militare, capaci di affrontare sapientemente assieme la sfida.

Nella saga attuale americana in terra afgana e irakena tali condizioni ottimali non sussistevano come dimostrano gli errori commessi da George W. Bush, Cheney e Rumsfeld nel decidere e condurre quelle guerre.
Altra differenza vitale fra oggi e allora, i leader del passato portavano a compimento la loro opera fino alle sue estreme conseguenze, la vittoria o la sconfitta. Non oggi.

Mentre non sbaglia Obama a definire l’impegno afgano quale “guerra su scelta”, è pur vero che quelle scelte cruciali non sono state sue, mentre è lui a dovere rimediare agli errori da altri commessi. In definitiva, sarebbe ora che si prendesse la guerra sul serio, come stanno imparando ancorché tardivamente gli americani ma non i loro alleati europei, ai quali si consiglia come lettura obbligata l’opera magna “Sulla guerra” di Clausewitz.

Non è mai troppo tardi! Forse.

 

Gli italiani in Iraq: una missione imbarazzante

di Piero La Porta

La partecipazione militare italiana al conflitto in

Iraq ha uno spartiacque imbarazzante che stiamo cercando di rimuovere con un processo viziato sin dalla fase istruttoria.

Il 1° maggio 2003, il presidente degli Stati Uniti Gorge W. Bush, a bordo della portaerei USS Abraham Lincoln, sotto un gigantesco striscione “Mission Accomplished” (Missione Compiuta), annunciò la fine della guerra in Iraq.Era lievemente fuori tempo e alquanto ottimista, come si sa. Di pari passo lo furono i paesi alleati, l’Italia fra gli altri. Anche il Consiglio di Sicurezza era ottimista del pari: la Risoluzione 1483 additò ai paesi delle Nazioni Unite la necessità di “svolgere un ruolo vitale nel soccorso umanitario, per la ricostruzione dell'Iraq, per la ricostituzione e la creazione delle istituzioni locali e nazionali […]”, cioè una agevole missione umanitaria e post bellica.

Giovi ripeterlo, era il 22 maggio 2003, cioè cinque mesi prima della strage di Nassirya.

L'Italia rispose all’ONU con la missione umanitaria “Antica Babilonia” il 15 luglio 2003. Il ministro degli Affari Esteri, Franco Frattini, con gli applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro, della Margherita e dell’Ulivo, comunica alla Camera la decisione del governo: “Signor Presidente, onorevoli colleghi, siamo di fronte ad un Iraq finalmente liberato dal regime di Saddam Hussein […]. La missione che avremo in Iraq non è l'ISAF dell'Afghanistan e neppure quelle dei Balcani: missioni, queste, destinate alla stabilizzazione politica e sociale, oltre che alla sicurezza. Quella dell'Iraq di oggi è, invece, una missione italiana che ha scopo emergenziale e umanitario per salvaguardare, mentre si definisce il quadro internazionale, le condizioni della popolazione civile”.

Mentre ai comandanti italiani l’intelligence segnala solo possibilità di attentati con mortai, il 12 novembre 2003, ore 8,40, un’autocisterna con quattro tonnellate di tritolo distrugge due basi dei carabinieri, l’una dall’altra distanti oltre 400 metri, separate dal fiume Eufrate. Sul terreno rimangono 28 persone, delle quali 19 italiani, 17 militari e due civili.

L’appuntato Andrea Filippa, di guardia in quel momento, muore chiedendosi perché ha soltanto una mitragliatrice leggera e perché hanno messo la base nel centro della città, in una posizione indifendibile. La mitragliatrice non serve a nulla. Un’autocisterna di sei tonnellate in piena corsa la fermi solo con un razzo controcarro. I carabinieri non hanno armi controcarro. Chi ha deciso che le armi controcarro non sono necessarie? Non i comandanti oggi chiamati in giudizio per negligenza.

Lo stato maggiore della difesa, su ordine del governo, emana la direttiva operativa, le “regole di ingaggio” e gli altri ordini necessari per la missione. Lo stato maggiore della difesa ha stabilito pure dove disporre le basi, quali armi utilizzare e con quali criteri. Sembra non interessi a nessuno che tali decisioni siano prese a Roma, non a Nassirya.

I due generali incaricati dal ministro di fare un’inchiesta “congetturano”, non si sa su che basi, che siano esplosi 300 chilogrammi di tritolo, cioè meno di un decimo della quantità reale. Il processo si avvia senza una perizia sull’esplosione. Ed è tutto tuttora in corso. Siccome abbiamo fiducia nella magistratura tanta quanta ne abbiamo nelle capacità tecniche dei due generali inquirenti, aspettiamo la fine di questo processo convinti che comunque non farà onore al paese.

Dall’Iraq andammo via quando sopraggiunse il governo di sinistra che non condivideva le scelte del precedente, il quale, a sua volta, dopo la strage, non confermò le ottimistiche regole di ingaggio vigenti il 12 novembre 2003, ma neppure stabilì quelle più adatte alla guerra nel frattempo riaccesasi. Così abbiamo disperso lo sforzo militare e il sacrificio delle stesse vittime della strage.

L’Iraq è potenzialmente il secondo produttore di greggio al mondo dopo l’Arabia Saudita. Quando il costo del barile è schizzato a 100 dollari, la crescente produzione di greggio iraqeno ha contribuito molto a raffreddare il prezzo del nostro pieno.

Oggi siamo ancora in Iraq con la “NATO Training Mission Iraq” (NTM-I), insieme a 16 paesi alleati e all'Ucraina. Il Quartier Generale della Missione è situato nella International Zone (IZ) a Baghdad, presso il Cultural Centre Compound, mentre un quartier generale avanzato è stato stabilito ad Ar Rustamiyah (20 Km circa a Sud Est di Baghdad) per realizzare la Scuola di guerra e l'Accademia Militare delle forze armate iraqene. L’obiettivo dichiarato dei 69 militari italiani, in gran parte carabinieri, è fornire al neocostituito esercito iraqeno la collaborazione necessaria per raggiungere un’autonoma capacità di sicurezza.

Nel 2003 avevamo mandato 3000 uomini e li abbiamo ritirati nel modo che si è detto. Ora ne abbiamo inviati 69 per una missione che potrebbe compiere altrettanto bene la Repubblica di San Marino. Tirate le somme da una missione all’altra, ci rimane in attivo un processo imbarazzante e il petrolio elargito dal colonnello Gheddafi.

Bel colpo. 

 

 

 

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