Donne e Islam: quanta discriminazione?
di Simone Ovart* Lo status e i diritti umani delle donne nel mondo islamico variano da paese a paese, a seconda della situazione economica, sociale e politica. In generale, comunque, le donne nel mondo islamico sono accomunate da forti limitazioni nel godimento dei diritti umani, in particolare di quelli legati al matrimonio, all’eredità, al divorzio, alla nazionalità di appartenenza. Questi sono infatti regolati dalla Sharia, la legge Islamica che si rifà al Corano e ai detti e fatti del Profeta (una legge consuetudinaria integrata a tutti gli effetti nel diritto islamico).Le fonti relative alla tutela dei diritti umani nell’Islam rivelano una forte inferiorità giuridica della donna rispetto all’uomo, soprattutto nella sfera socio-economica.
Elementi fortemente discriminanti sono le leggi che regolano l’eredità (la donna può ereditare solo metà della cifra che eredita un uomo, a parità di situazione); l’assoluta monogamia per la donna (mentre l’uomo può sposare fino a quattro mogli contemporaneamente), alla quale è permesso sposare solo musulmani (prescrizione non valida per l’uomo, che può sposare anche cristiane o ebree). Inoltre le misure coraniche che regolano la struttura della famiglia stabiliscono che la moglie è sotto la totale responsabilità del marito. Il versetto che per eccellenza conferma la superiorità maschile sulla donna è il 4:34, che conferisce al marito il diritto di picchiare la moglie se questa disobbedisce. Il diritto musulmano, infine, riconosce il diritto dell’uomo di dissolvere il legame del matrimonio senza addurre nessuna ragione e senza l’interferenza della Cor te, semplicemente pronunciando la formula del ripudio tre volte (“triplice ripudio”) e corrispondendo alla moglie una compensazione per il danno subito. La donna, invece, può richiedere lo scioglimento del matrimonio tramite la restituzione della propria dote oppure convincendo la Corte della bontà delle proprie motivazioni riguardo al divorzio. L’istituto del ripudio, che sopravvive in molti dei Paesi islamici moderni, continua a costituire una causa di instabilità del matrimonio, così come un efficace strumento di pressione psicologica da parte del marito, poiché al ripudio si accompagnano inevitabilmente ostracismo e disprezzo sociale per la moglie. Di seguito riportiamo una descrizione della situazione attuale in Arabia Saudita, Iran e Afghanistan, gli Stati che presentano ad oggi la situazione più critica per le donne.
Arabia Saudita L’Arabia Saudita è l’unico Paese Islamico a non avere una Costituzione. L’Islam è perciò la religione di Stato e anche la principale fonte di diritto, il quale non prevede alcuna misura specifica riguardo i diritti delle donne, che vengono affrontati indirettamente dalle misure riguardanti la famiglia.
La tradizionale struttura patriarcale della famiglia saudita mantiene le donne subordinate agli uomini, escluse dalla vita pubblica e private dei diritti fondamentali. Alle donne è vietato uscire e presentarsi da sole in pubblico (esse devono essere sempre accompagnate da un componente della famiglia di sesso maschile), mostrare il volto a uomini non facenti parte della famiglia, guidare e lavorare (possono farlo solo col permesso del marito, e comunque le donne in Arabia Saudita costituiscono appena il 5% della forza lavoro). Esse infine non hanno diritto di voto, neanche alle elezioni comunali, (anche se qualcosa si sta muovendo in questa direzione, e grazie alla nuova legge elettorale promulgata nel 2005 esse potranno forse votare alle prossime elezioni).
Purtroppo in Arabia Saudita non si è sviluppato un attivismo femminile quale invece troviamo in altri Paesi (vedi in Iran), ma non per questo le donne saudite, soprattutto le più istruite, hanno rinunciato a far sentire la propria voce, lanciando una sfida: tornare alle antiche radici della legge islamica, dato che l’era del Profeta Maometto è conosciuta come “l’età dell’oro” per i diritti delle donne. Un gruppo di studiose ha perciò analizzato in modo approfondito il Corano per passare in rassegna tutti gli argomenti religiosi a sostegno della causa dei diritti femminili, forti del fatto che, mentre il Profeta era in vita, donne come Aisha e Fatima occuparono un ruolo molto importante nel sottoporre alla sua attenzione la condizione e i diritti del sesso femminile. Queste donne sono convinte che una lotta silenziosa aprirà una breccia nella tradizione secolare dell’Arabia Saudita, e costituirà la base per nuove leggi meno conservatrici e più progressiste. Iran All’indomani della rivoluzione del 1979 l’Imam Khomeini impose un ritorno radicale a un modello di società islamica tradizionale, facendo regredire nettamente lo status delle donne in Iran. Egli abrogò, infatti, il “Family Protection Act” emanato dallo Scià Reza Pahlavi nel 1967, il quale conteneva una disciplina molto avanzata del diritto di famiglia (soprattutto in materia di divorzio, poligamia e affidamento dei figli), per adottare provvedimenti assai penalizzanti. Alcuni esempi: l’età minima per contrarre matrimonio è stata notevolmente abbassata (da 18 a 13 anni, ma ufficiosamente è consentito anche il matrimonio di bambine fin dall’età di 9 anni); è stata incoraggiata la pratica dei “matrimoni di godimento” stipulati a termine (cioè con una scadenza) per il solo fine di intrattenere relazioni di tipo sessuale con una donna; la poligamia è vigente ed è molto diffusa, e il divorzio è visto dai giudici come un diritto esclusivo dell’uomo. Sono state poste restrizioni al diritto della donna all’istruzione e al lavoro, anche attraverso l’interdizione dell’accesso alle cariche pubbliche di una certa importanza. Alle donne continua ad essere vietato lo studio in campi quali l’agricoltura, l’ingegneria, l’industria mineraria e la metallurgia, così come la carriera di giudice.
La forte segregazione sessuale tra studenti e professori, per cui le ragazze devono avere insegnanti donne, ha avuto come risultato la chiusura di numerose scuole fem minili (a causa della mancanza di insegnanti di sesso femminile), l’eccessivo affollamento delle scuole femminili rimaste e un conseguente abbassamento degli standard qualitativi dell’insegnamento. Anche il tasso di occupazione femminile ha subito una notevole diminuzione (dal 13 al 6,5%), perché le donne hanno bisogno del permesso ufficiale del marito per lavorare, così come per recarsi all’estero. Esistono restrizioni per l’attività sportiva e vige l’obbligo tassativo, sanzionato penalmente, di portare in ogni situazione l’hijab (una veste nera che copre interamente il corpo lasciando visibili solo il volto e le mani). Nonostante l’attuale situazione, le associazioni femminili sono molto attive per la protezione dei diritti umani grazie anche a figure come Shirin Ebadi, prima donna nominata magistrato in Iran (nel 1970), e prima musulmana ad aver vinto il Premio Nobel nel 2003 per l’impegno a favore dei diritti di donne e bambini.
Afghanistan
Quasi 30 anni di occupazione e guerra civile hanno aggravato considerevolmente la condizione delle donne afgane e la loro capacità di sviluppo in condizioni di equità e libertà. Mentre gli uomini combattevano fuori casa contro gli invasori di turno, le donne hanno portato avanti la lotta per la vita e la sopravvivenza, mantenendo però un protagonismo cruciale nell’appoggio e nel sostegno alle loro famiglie, un ruolo che è diventato sempre più difficile data la diminuzione delle risorse provocata dalle guerre. Purtroppo, come nella mag gioranza dei paesi dominati dal fondamentalismo islamico, anche qui le donne sono considerate esseri di seconda categoria, adatte solo ai lavori domestici, al piacere dell’uomo e alla procreazione. Già con l’arrivo al potere dei Talebani nel 1992, i diritti delle donne a partecipare pienamente alla vita sociale, economica, culturale e politica del paese vennero drasticamente ridotti. Durante il dominio talebano le donne furono infatti totalmente private del diritto all’istruzione (tutte le scuole femminili vennero chiuse), del diritto al lavoro (a tutte le donne fu imposto di restare a casa), del diritto alla salute riproduttiva e sessuale (la pianificazione familiare è ancora fuori legge). Ancora oggi, nonostante la fine del regime nel 2001, le donne continuano a esser vittime di gravi violazioni quali lo stupro di gruppo, la violenza sessuale, gli omicidi d’onore e i matrimoni forzati (dai quali cercano di scappare dandosi fuoco o suicidandosi alla vigilia delle nozze).
Risale a pochi mesi fa il progetto di legge del Parlamento contro le donne sciite (fortunatamente abrogato), che limitava fortemente la già scarsa libertà di movimento delle donne, e che prevedeva la loro sottomissione ai desideri sessuali del marito, legittimando in tal modo lo stupro coniugale. Il tasso di analfabetismo per le donne ha sfiorato livelli mai visti (87%) e ancora oggi la maggior parte delle donne non si è liberata dall’imposizione del burqa, introdotto dai talebani più di 15 anni fa. L’intreccio tra povertà, fondamentalismo religioso e guerra rende difficile l’attuazione del dovere collettivo al riconoscimento di pari dignità tra donne e uomini, ma ciò di conseguenza rafforza anche l’impegno da parte di associazioni femministe locali a combattere per la promozione dei propri.
*Presidente Comitato Nazionale UNIFEM Italia
Fonti: Amnesty International (1999) WOMEN IN AFGHANISTAN, “Pawns in men’s power struggles” www.rawa.org, (18/06/2009), www.unifem.org, www.un.org.
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www.unifem.it Afghanistan, un Paese che cancella le donne
di Marta Ajò
Il territorio geografico dell’Afghanistan si trova nel cuore dell’Asia centrale e per questa sua posizione strategica è stata una terra frequentemente sottoposta a invasioni e conquiste da parte di altri paesi limitrofi. L’Afghanistan ha conosciuto lunghi periodi sordidi a causa di piccole e grandi potenze che hanno esercitato il proprio dominio in nome di interessi strategici. Una storia dannatamente complessa, quella del paese, che è risorta alla ribalta mondiale per essere divenuto il rifugio principale del terrorismo islamico e dell’immagine del suo fanatismo. Sono ormai decenni che l’Afghanistan rappresenta per l’opinione pubblica internazionale il simbolo di un dominio politico e culturale fra i peggiori, e gli interventi stranieri non sembrano aver modificato di molto questa situazione. Vittima inevitabile di questi cambiamenti è stata ed è la popolazione, uomini e donne colpiti nelle loro radici più profonde. Ma, ancor più, la condizione subita dalle donne che, come vittime sacrificali, sono state ridotte a meno che niente sul piano umano e fisico, o addirittura a merce di scambio. Non è stato sempre così, questa terra ha avuto anche grandi momenti di dignità nazionale e culturale; ci sono stati periodi in cui le donne non avevano l’obbligo del velo né tanto meno l’appartenenza al sesso femminile precludeva loro il diritto all’istruzione ed al lavoro. Nell’ultimo quarto di secolo, però, l’Afghanistan non ha mai conosciuto momenti di stabilità. Nel 1973 il re Zahir venne detronizzato da un colpo di Stato che impose la dittatura militare per cinque anni e fu poi deposto da un contro-golpe degli ufficiali comunisti pro-sovietici. Le dure riforme del nuovo regime militar-socialista scatenarono una rivolta popolare che giustificò l’invasione sovietica del 1979 e la conseguente occupazione militare di tutto il territorio. Come avviene in ogni conflitto, i conquistatori hanno cercato di imporre le proprie ideologie e la propria cultura. Questa dolorosa forzatura non è venuta meno neanche allora: la cultura russa predicava un’emancipazione femminile che introduceva matrimoni liberi, senza il consenso genitoriale, andando a cozzare inevitabilmente con quella afgana, costituita essenzialmente da una società patriarcale. Contro il dominio sovietico nacque l’opposizione armata dell’Unione islamica, che riuniva le varie fazioni dei guerriglieri musulmani, i mujaheddin. Essi, con una guerra di logoramento, e con l’appoggio degli Stati Uniti in funzione anti-sovietica, salirono al potere nel 1992 instaurando un regime semifondamentalista. In quello stesso periodo nacque il movimento dei Taliban, “studenti di teologia coranica”, che proclamavano l’integralismo islamico formando un'organizzazione di stretta osservanza religiosa. I Taliban si fecero portatori dell'ideale politico-religioso per recuperare tutto il portato culturale, sociale, giuridico ed economico dell' Islam. Imposero poi una dura repressione rivolta in particolare contro le donne. Il primo editto che essi mandarono in vigore asseriva: “Donne, dovete restare a casa. E se uscite, non dovete vestire abiti alla moda o essere truccate o apparire davanti agli uomini come accadeva prima dell’Islam”. S’introdusse l’obbligatorietà del burqa, oltre a molte altre proibizioni che avrebbero impedito alle donne di lavorare, andare a scuola, frequentare bagni pubblici, lavare vestiti al fiume, camminare da sole, essere assistite da un medico durante il parto. Un accanimento contro le donne che portò ad un vero e proprio femminicidio dovuto a fame, infezioni, morti per lapidazione, fucilazioni contro presunte prostitute, dove inoltre ogni accusa, anche senza prove, poteva portare alla morte. E in questa oppressione perpetrata nei loro confronti le donne persero la dignità di esseri umani. Persero inoltre, insieme a ogni forma di libertà, il diritto allo studio divenendo conseguentemente schiave del sostentamento maschile, e le vedove furono costrette a mendicare o a prostituirsi, spesso a suicidarsi. Solo per ricordare alcuni casi: nel 2002 fu fatta saltare in aria con esplosivo la scuola femminile di Ghazni, per affermare che le donne non possono avere istruzione; una donna (fonte Apcom) si dette fuoco dopo un tentativo di stupro da parte del suocero; l’Afghan Independent Human Rights Commission documenta come “la vita, per molte donne afgane, era ed è così ancora terribile e dolorosa da preferire la morte, anche se atroce, fra le fiamme. L’organizzazione ha intervistato 800 persone, le cui sorelle, figlie o nuore si sono uccise appiccandosi il fuoco pur di sfuggire alle angherie e agli abusi, ai matrimoni forzati o ad altri comportamenti misogini cui erano sottoposte”. Eppure, quello che accadeva in Afghanistan nei confronti delle donne, veniva molto spesso raccontato ed esportato secondo un concetto, troppo spesso accettato, o sottociatuto, come il prodotto di una cultura locale che doveva essere rispettata come qualsiasi altra cultura differente. Ecco perché, circa tre mesi fa, la firma che l’attuale presidente afgano Karzai ha apposto sulla proposta di legge che legalizza di fatto lo stupro all’interno delle mura domestiche e che obbligherebbe la moglie ad avere rapporti con il marito quando e quanto vuole, anche se non consenziente, rappresenta la certificazione del fallimento di qualsiasi forma di democrazia. È questa, infatti, una normativa che non fa altro che reintrodurre i rigidi principi della legge coranica, così come era stata imposta dai talebani in molte zone del paese, oltre a rendere possibile, di conseguenza, l’orribile esecuzione per la lapidazione delle donne adultere. La vita delle donne, in un Afghanistan martoriato, non ha né prezzo né valore. Le persecuzioni che nel tempo esse hanno subito ogni qualvolta abbiano tentato una politicizzazione del loro genere o abbiano svolto campagne di sensibilizzazione anche all’estero, cercando di divenire cittadine visibili a tutti gli effetti, stanno a dimostrare il prezzo che esse stanno pagando all’integralismo e al fanatismo che ancora vige in quel paese. È stato scritto, e non si stenta a crederlo, che le donne siano state usate, ancora una volta, come merce di scambio in vista delle prossime elezioni presidenziali di agosto, che vedranno per l’appunto il presidente Hamid Karzai impegnato nella raccolta di voti; voti e sostegno, specie fra i fondamentalisti islamici che guardano al programma elettorale come a un traguardo per le loro idee. O anche, come ha insinuato il giornale “The Independent”, tale provvedimento di legge potrebbe essere il frutto delle pressioni dell’Iran, che mantiene uno stretto legame con la minoranza sciita afgana. Neanche le posizioni espresse dalla comunità internazionale, Stati Uniti e Occidente, sembrano scuotere troppo il governo afgano, che dice di voler rivedere questa legge, ma che a oggi ancora non risulta averla né ritirata né modificata. L’Italia, sottolineando la propria disapprovazione, ha chiesto di cancellare la norma sottolineando come “non possiamo aiutare un amico come l’Afghanistan senza che torni indietro su questa cosa che offende non le donne, ma tutti noi”. Intanto, a Kabul è stato commesso un omicidio nei confronti di una consigliera provinciale di Kandahar, Sitara Achzai, colpevole di promuovere attività in favore dei diritti femminili; una giovane coppia, fuggita dalle famiglie per sposarsi è stata fucilata. Le storie di questo tipo non finiscono qui. Molti altri sono i nomi di donne, più o meno visibili, che continuano a sparire. Le donne, per prime e con coraggio quelle afghane, hanno manifestato il loro dissenso contro il tentativo di far passare la legge che legalizza lo stupro; rendendo visibile la forza del loro movimento, ma questo grido appare ancora troppo flebile rispetto alle logiche degli interessi politici. La sconfitta della dignità, della libertà e dei diritti umani delle donne afgane non può passare che attraverso la sconfitta di tutte le donne che, per queste conquiste, hanno pagato nel tempo prezzi altissimi. Sit-in di protesta davanti all’ambascia afgana di Roma contro la legge stupro nel matrimonio La reazione delle donne italiane di Marzia Pomponio
Si sono date appuntamento davanti all’ambasciata afgana di via Nomentana e hanno manifestato con striscioni e volantini distribuiti ai passanti. Lo scopo? Protestare contro il nuovo diritto di famiglia proposto in Afghanistan che legittima lo stupro della donna da parte del coniuge. Sono le donne dell’Udi (Unione Donne Italiane) de “La Goccia” di Roma e dell’Affi (Associazione Federativa Femm inista Internazionale), organizzazioni che dagli anni Ottanta si battono per l’affermazione dei diritti delle donne e per una maggiore equità del loro vivere sociale contro ogni patriarcato, con convegni, manifestazioni, servizi sociali dedicati al mondo femminile, proponendo leggi e pubblicazioni. La scintilla della protesta è divampata alla notizia diffusa dalle Nazioni Unite e da alcune associazioni per i diritti delle donne che operano in Afghanistan, secondo cui il presidente afgano Hamid Karzai ha firmato una legge per la comunità degli sciiti (circa il 20% della popolazione) che modifica il diritto di famiglia e che stabilisce all’articolo 132 il dovere della donna di concedersi ai desideri sessuali del marito senza opporre resistenza. La riforma del diritto di famiglia firmata ma non ancora pubblicata, non si limita a regolare l’intimità coniugale, ma anche lo stile di vita delle donne sposate proibendo loro di uscire di casa, di cercare lavoro e di sottoporsi a visite mediche senza il consenso del coniuge. Disposizioni discriminatorie a danno della donna non hanno risparmiato neanche l’educazione della prole, affidata in via esclusiva a padri e nonni. Un ritorno a un regime patriarcale che non ha lasciato indifferente il mondo politico internazionale sollevando un polverone di indignazione per una legge che entra in evidente contrasto sia con il Codice Civile in vigore nel Paese, sia con alcuni trattati internazionali sui diritti umani firmati dal governo afgano. Le manifestanti delle associazioni romane AFFI e IDI-La Goccia hanno presentato all’ambasciatore dell’Afghanistan una petizione con la richiesta, indirizzata al presidente Karzai, di non limitarsi a bloccare momentaneamente la riforma-scandalo, ma di impegnarsi a ritirarla. Un appello è stato rivolto anche al governo italiano in quanto sostenitore, con i propri soldati, del governo afgano: in specifico le donne si sono indirizzate alle Commissioni Estere di Camera e Senato, al Ministero per le Pari Opportunità e al ministro degli esteri Franco Frattini, il quale dalla Conferenza Internazionale Onu tenuta all’Aja ha fatto sapere di avere già chiesto chiarimenti al presidente Karzai su questa legge che legittima limitazioni alla libertà e ai diritti delle donne. “Non dobbiamo lasciarle sole” è stato lo slogan che ha animato il sit-in femminista davanti all’ambasciata afgana, alla quale hanno preso parte anche alcune esponenti dell’Associazione Donne Iraniane Democratiche in Italia.
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