di Pierluigi Natalia
La soddisfazione con la quale lo scorso ottobre è stata accolta la notizia della a liberazione della nave mercantile italiana Montecristo, abbordata nell’oceano Indiano da pirati somali , non cancella il fatto che la sfida della pirateria ha trovato finora risposte insufficienti, se non improprie. Soltanto per quanto riguarda l'Italia, l’esito positivo della vicenda della Montecristo non può far dimenticare che – al momento in cui questo articolo viene scritto – ci sono ancora marinai sequestrati a bordo delle navi italiane Savina Caylin e Rosalia D’Amato.
Tra l'altro, dopo aver impegnato cifre ingenti per far partecipare navi militari italiane alle missioni contro la pirateria (per inciso, una delle tante operazioni finanziate con fondi tolti alla cooperazione intermazionale), il Governo (proprio nelle stesse ore del sequestro della Montecristo) ha pensato bene di firmare un'intesa con gli armatori per imbarcare personale armato specializzato - pagato dagli armatori stessi – sulle navi mercantili italiane. Alcuni saranno uomini (una sessantina in tutto) della Marina militare, ma l'autorizzazione governativa riguarda soprattutto l'uso dei cosiddetti contractors, quella sorta di eserciti privati che hanno già provocato non pochi danni in tante aree di crisi del mondo. Ma la questione ha un rilevo ben maggiore di quello che coinvolge l'Italia. La sfida della pirateria è infatti una delle emergenze africane persistenti e anzi in crescita continua, nonostante il dispiegamento di imponenti operazioni navali internazionali, soprattutto nelle acque appunto al largo della Somalia e nell'Oceano indiano, lungo cruciali rotte per le merci orientali verso l'Europa e verso il continente americano. A queste incominciano ad aggiungersi iniziative degli stessi Paesi africani. Se sul fronte del Corno d'Africa, soprattutto in Somalia, le effettive capacità di intervento dei Governi locali sono tutt'altro che rilevanti, qualcosa incomincia a muoversi invece sulla costa atlantica del continente, anch'essa sempre più a rischio di vedere la sicurezza della navigazione commerciale compromessa dall'azione dei pirati. Secondo l’International Maritime Bureau (Imb) la zona rischia di diventare un nuovo fronte caldo nella lotta alla pirateria marittima, che al momento, come detto, compie le sue maggiori scorrerie nelle acque al largo del Corno d'Africa.
In ottobre, per esempio, hanno preso il mare dal porto di Cotonou, la principale città del del Benin, le prime pattuglie congiunta di militari beninesi e nigeriani, che a bordo di una flottiglia sette imbarcazioni hanno incominciato a controllare il tratto di coste che si affacciano sul golfo di Guinea, sempre più bersagliato dai pirati. Il ministro degli Esteri del Benin, Nassirou Bako Arifari, in un intervento all'Assemblea generale dell'Onu, ha denunciato “la nuova minaccia della pirateria marittima che con violenza ha colpito le nostre coste e le acque del Golfo di Guinea (…) vera piaga per la regione assieme al traffico di droga e falsi medicinali”. Anche il presidente Thomas Boni Yayi ha più volte espresso timori per danni diretti all’economia beninese e per il rischio che il porto di Cotonou, dal quale dipende il 90 per cento degli scambi commerciali con l’estero, venga boicottato in caso di insicurezza marittima. Dall’inizio dell’anno, ben 19 attacchi sono stati sferrati a largo del Benin. Quanto alla Nigeria, primo produttore africano di petrolio, vede da tempo le navi che trasportano greggio prese d’assalto dai pirati, mentre
Obiettivo del pattugliamento congiunto, secondo il capo di stato maggiore delle forze navali beninesi, Maxime Ahoyo, è “bloccare ogni tentativo d’assalto delle navi” che spesso trasportano petrolio e carburante e non quello di “arrestare i pirati”. Come a dire che la pirateria è meglio scoraggiarla che combatterla. Il che sembra almeno strano se si pensa che il diritto internazionale marittimo prevede che ogni stato che fermi, tramite una propria nave da guerra, una nave pirata, possa arrestare i suoi membri e processarli presso i propri tribunali. La pirateria è infatti il primo crimine della storia per cui sia stata prevista la giurisdizione universale.
Se il fenomeno della pirateria, almeno su vasta scala, è relativamente recente nel golfo di Guinea, ben diversa è la situazione in Somalia e negli altri Paesi del Corno d’Africa, dove gli assalti alle navi si sono moltiplicati in questi ultimi anni, creando un giro di affari di milioni di dollari, ma avvengono da almeno un ventennio. La pirateria è sorta su vasta scala in Somalia, infatti, negli anni ’90, quando i grandi pescherecci industriali – soprattutto giapponesi e sudcoreani, ma anche occidentali - , approfittando della fine della dittatura di Siad Barre e della sparizione di fatto di ogni autorità statale in Somalia, penetrarono impunemente nelle acque territoriali somale saccheggiandole e riducendo alla miseria i piccoli pescatori locali. Questi incominciarono così ad attaccare le navi straniere esigendo una “tassa” che compensasse il loro mancato guadagno. A questo si aggiunse presto lo scarico di rifiuti tossici nelle acque e sulle coste somale, approfittando dell’assenza di controlli e della complicità di clan e gruppi di predoni. Alla fine questo ha prodotto un salto di qualità e la pirateria “artigianale” e per disperazione si è trasformata in un esercito ben armato e dotato di imbarcazioni velocissime. All’inizio le corti islamiche avevano cercato di opporsi nelle aree da loro controllate, ma diverse fonti locali concordano nel riferire che ormai le milizie radicali islamiche si sono di fatto alleate con i clan somali che controllerebbero direttamente alcuni nuclei di pirati.
Nel 2008, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha autorizzato le navi militari straniere ad intervenire. Al largo della Somalia incrociano da allora flotte che vedono impegnati i Paesi dell'Unione europea e della Nato, ma anche Cina, India e altri Stati che cercano di non far diventare la pirateria ancora più allarmante. Il risultato è finora tutt'altro che rilevante (quello della Montecristo è stato uno dei pochi casi di pirati catturati, da una nave da guerra britannica, senza danni per l'equipaggio e per le merci). Ma l’Onu ha recensito 171 attacchi, quasi tutti risolti con bottino per i pirati, nel solo primo semestre del 2011. Né si può scordare che nelle mani dei pirati ci sono tuttora una cinquantina di navi e oltre 500 ostaggi, in massima parte marinai filippini, thailandesi e pakistani che costituiscono la parte più rilevante dei lavoratori del mare, una categoria tra le più esposte ai pericoli che accompagnano la globalizzazione dei commerci lungo le vene vitali dell’economia mondiale. |