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Il coraggio di denunciare, niente più lacrime PDF Stampa E-mail
Giovedì 01 Dicembre 2011 11:56

di Giulietta RoveraNo__woman__no_cry_by_Queen_of_heart

 

Si chiamavamo Patria, Minerva e Maria Teresa le leggendarie sorelle Mirabal. Erano nate nella Repubblica Dominicana negli anni Trenta, quando già Rafael Trujillo deteneva il potere. In un Paese impoverito da uno dei più spietati dittatori della storia dell’America Latina, dove il tasso di analfabetismo è altissimo e il rispetto per i diritti delle donne inesistente, Patria, Minerva e Maria Teresa studiano, riescono a laurearsi, e iniziano la battaglia per la libertà e la democrazia. Nel tentativo di fermarle, il governo le espropria, la polizia segreta le imprigiona, le tortura. Ma ogni volta che vengono rilasciate, riprendono la lotta. Nel gennaio del ’60 creano il Movimento antigovernativo clandestino “14  Giugno”: nome in codice “Mariposas”, le farfalle. Il SIM (Servico de Inteligencia Militar) ne individua i membri, li perseguitati, li incarcera: tra questi, i mariti di Minerva e Maria Teresa. Il 25 novembre 1960, le tre donne partono per fare loro visita nel carcere di Puerto Plata. Il SIM intercetta l’auto, blocca il veicolo,Patria, Minerva e Maria Teresa vengono trascinate in una piantagione di canna da zucchero, massacrate di botte, violentate, pugnalate. Poi, per nascondere l’assassinio, viene simulato un incidente. “Ho solo due problemi: la Chiesa cattolica e le sorelle Mirabal”, sosteneva Trujillo: mettendole a morte, crede di averne eliminato uno. Sbaglia. L’ondata di indignazione popolare risveglia le coscienze intorpidite dalla paura, dilaga, si ingigantisce fino a culminare, il 30 maggio 1961, nell’eliminazione di Trujillo e la fine della dittatura. In onore di Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal, il 17 dicembre 1999 l`Assemblea Generale delle Nazioni Unite approva con voto unanime la risoluzione 54/134,  con cui sceglie il 25 novembre quale Giornata Internazionale per l`eliminazione della Violenza contro le Donne. La violenza sulle donne rappresenta tutt’oggi la violazione dei diritti umani più diffusa nel mondo. E’ infatti la prima causa di morte e di invalidità per le donne fra i 15 e i 44 anni nei paesi industrializzati come in quelli in via di sviluppo. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, una donna su cinque viene violentata, picchiata, costretta ad avere rapporti sessuali o abusata da parte di un uomo – solitamente un congiunto. Il 70%  delle donne uccise in Australia, Canada, Israele, Sud Africa e Stati Uniti muore per mano di mariti o fidanzati. In Gran Bretagna, ogni anno una donna su dieci viene picchiata a sangue dal partner. Non molto diversa la situazione in Francia e Spagna. La parlamentare europea Marianne Eriksson ha dichiarato che nel suo Paese,  la Svezia, “ogni dieci giorni una donna muore in seguito agli abusi subiti da parte di un familiare o di un amico”. Per quel che riguarda il mondo in via di sviluppo, in molti Paesi lo stupro da parte del marito è ancora legale, mentre sarebbero 140 milioni le mutilazioni genitali effettuate su bambine in tenerissima età. Ciò che sorprende, è che nei democratici Stati Uniti d’America lo stupro maritale si divenuto reato solo il 5 luglio 1993, e che il costume del matrimonio riparatore con la persona offesa – grazie all’articolo 544 del codice penale - che estingueva il reato di violenza carnale anche su minorenne  sia sopravvissuto in Italia fino al 1981. Oggi, “la costrizione mediante violenza o minaccia a compiere e subire atti sessuali” è punita dall'art. 609-bis del codice penale con la reclusione da 5 a 10 anni.Una recente indagine ISTAT stima in 6 milioni 743 mila le donne tra i 16 e i 70 anni che nel nostro Paese hanno subito una violenza fisica o sessuale: il che significa il 31,9% della popolazione femminile appartenente a quella fascia di età. Responsabili della quota più elevata di tutte le forme di violenza, i partner o gli ex partner: nel caso di stupro, il reato è reiterato.

 

Come reagisce la donna dopo un’aggressione sessuale? Il 30% delle vittime di stupro vivono un periodo di depressione grave, il 17% sono devastate e si suicidano. Rabbia, senso di vergogna e colpa si alternano di frequente alla depressione, con il risultato di allontanare la donna dalla vita sociale, dal lavoro. Ma il problema più duraturo è quello nei confronti del sesso: per molte, la violenza pone fine ad ogni tipo di contatto. Non solo: quelle sopravvissute a uno stupro hanno maggiori probabilità di avvicinarsi alla marijuana, di far uso di cocaina, di darsi alle droghe pesanti. Il 50% delle vittime mostra i segni di un trauma fisico: lividi, tagli, fratture. Un atto sessuale forzato può procurare lesioni vaginali e anali, sanguinamento. Il 10% riporta lacerazioni tanto gravi da comportare l’apertura di un orifizio tra vagina e vescica, o vagina e retto, e richiedere un intervento chirurgico d’urgenza. Esiste inoltre il rischio di contagio: gonorrea, sifilide, infezioni da chlamydia, epatite B, AIDS, per non parlare di una gravidanza. Alcune vittime muoiono per un collasso dovuto al rapporto sessuale violento o per grave emorragia da lesioni perineali. E nel  98% dei casi, il responsabile della violenza sessuale non viene denunciato, rimanendo perciò impunito.

Il 25 novembre si celebra la Giornata Internazionale per l`eliminazione della Violenza contro le Donne: è un’occasione per ricordare le sorelle Mirabal e tutte coloro che sono state e sono vittime della violenza. Ma fino a quando non faremo in modo che cambino i rapporti di potere, e uomo e donna si trovino in una effettiva situazione paritaria, le cose non cambieranno.

Ricordare non basta.

 

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