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Lo stupro è un’arma di guerra PDF Stampa E-mail
Venerdì 07 Ottobre 2011 13:33
di Pierluigi Nataafrican-woman-africalia

 

Le donne restano discriminate praticamente in tutto il mondo e le leggi a loro tutela sono in gran parte inapplicate. Lo sostiene il primo rapporto “Progressi delle donne nel mondo” presentato in luglio da Michelle Bachelet, l'ex presidente del Cile che ora guida la nuova agenzia delle Nazioni Unite per le donne (Unwomen). “Troppo spesso giustizia, polizia, tribunali e sistemi  giudiziari non soddisfanno i bisogni delle donne”, ha detto Bachelet presentando il rapporto, dal quale emerge, tra l'altro, che in 127 Paesi gli abusi sessuali all’interno delle coppie non vengono puniti. 

L’ex presidente del Cile ha sottolineato che spesso “i crimini contro le donne non vengono divulgati, e questo è un grave problema in tutte le regioni del mondo”. Secondo il rapporto,  una donna su dieci subisce un abuso  sessuale nella vita, ma solo l’11 per cento delle vittime sporgono denuncia. Lo studio, inoltre, rileva che lo stupro viene spesso usato  come una vera e propria arma di guerra,“utilizzato contro le popolazioni civili al fine di trasmettere deliberatamente il virus Hiv dell'Aids con l’obiettivo della contaminazione forzata”. In merito, proprio nelle stesse ore veniva pubblicata a Ginevra la relazione della commissione d'inchiesta insediata dal Consiglio dell'Onu per i diritti umani  sugli  stupri di massa commessi lo scorso anno nella Repubblica Democratica del Congo.  L’inchiesta ha appurato che tre gruppi di miliziani, responsabili di violenze sistematiche sulle donne nella regione orientale congolese del Nord Kivu, potrebbero aver commesso crimini contro  l’umanità. Per la commissione dell’Onu, gli attacchi commessi fra il 30 luglio e il 2 agosto 2010 sono stati “pianificati in anticipo e portati avanti in maniera sistematica” e possono pertanto “costituire crimini di guerra e contro  l’umanità”.  Nel rapporto diffuso a Ginevra si mettono sotto accusa le milizie dei Mai-Mai Cheka, i ribelli delle Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda e un gruppo legato al disertore Emmanuel Nsengiyumva. In quei giorni, 387 persone vennero stuprate, di cui 300 donne, 23 uomini, 55 ragazze e 9 ragazzi.  L’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Navi Pillay, ha sottolineato come questi crimini non vengano mai puniti, anche per il timore di rappresaglie delle vittime, “ponendo così un serio ostacolo alla prevenzione di future violenze”.

 

 

Un'implicita conferma l'ha data, sempre in luglio, il  dipartimento di Stato di Washington, che ha condannato con forza l’ennesimo stupro di massa nel Paese africano ai danni di circa 250 donne, violentate a giugno da soldati in fuga nella provincia del Sud Kivu. La portavoce del dipartimento, Victoria Nuland, ha reso noto che gli Stati Uniti stanno lavorando con le autorità locali e le organizzazioni internazionali per raccogliere le informazioni necessarie per portare i responsabili di fronte alla giustizia. Fonti mediche avevano denunciato che, fra il 10 e il 13 giugno, 248 donne erano state violentate nei villaggi di Nakiele, Abala e Kanguli da soldati provenienti dalle fila della milizia Mai Mai agli ordini del colonnello Nyiragire Kulimushi. Secondo testimoni, all’arrivo delle truppe a Nakiele, gli uomini avevano lasciato il villaggio nascondendosi nella foresta per sfuggire alla cattura. I soldati si erano abbandonati alle violenze sulle donne che all’indomani avevano raccontato  l’accaduto ai propri mariti. Per una decina di loro, questo aveva significato essere ripudiate dai mariti. Tuttavia, a Nakiele sono  intervenuti  gli anziani del villaggio  per spiegare agli uomini che quanto successo non è colpa delle donne, in quella che appare una significativa correzione di pregiudizi plurisecolari.

 

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