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Land Grab dell’Africa PDF Stampa E-mail
Martedì 13 Settembre 2011 14:23
di Matias Scipioniglobal-landgrab-en4


C’è una guerra senza armi che si combatte da qualche anno in Africa. Una guerra che fa assai meno rumore dei conflitti tristemente celebri che hanno afflitto o affliggono ancora Paesi come la Costa d’Avorio, la Somalia, la Libia, il Darfur, le zone orientali della Repubblica Democratica del Congo. Parliamo dell’aggressiva caccia alle terre coltivabili e inutilizzate del continente africano condotte da parte delle grandi multinazionali e, soprattutto, dai Paesi emergenti, Cina e India su tutti.  Diversi studi indicano che circa 50 milioni di acri di terra del continente africano – pari quasi al 25% della terre coltivate in Europa – sono state dati in affitto con contratti pluridecennali a compagnie straniere. Una grande quantità di terre è stata in realtà acquistata oltre che da Cina e India – costretti a sfamare le rispettive popolazioni in crescita esponenziale con riso e grano prodotti nel continente nero - anche dalla Corea del Sud e dagli Stati del Golfo Persico, in particolare dall’Arabia Saudita e dal Qatar, Paesi sprovvisti di superfici coltivabili, affetti da una cronica mancanza di acqua e, soprattutto, alla ricerca di una soluzione alla crescita dei prezzi dei generi alimentari verificatasi nel 2008. Madagascar, Etiopia, Kenya, e Tanzania sono invece i Paesi africani che più si sono esposti nella vendita delle rispettive terre, innescando un dibattito interno e internazionale sui rischi e le opportunità di un fenomeno che in inglese è divenuto ormai noto come “land grab” – la presa, o lo scippo, di terreni coltivabili. Mentre in Madagascar, nel 2009, la decisione del governo Ravalomanana di concedere in affitto alla Corea del Sud circa 1,3 milioni di acri – circa un terzo della terra coltivabile dell’isola – coincise con una crisi politica e un colpo di stato, in Tanzania, Kenya ed Etiopia ci si interroga con preoccupazione sulle logiche che hanno sin qui ispirato la decisione dei rispettivi governi di cedere una fonte così preziosa di ricchezza e sostentamento per popolazioni che, ciclicamente, soffrono di carestie e crisi alimentari. In Etiopia, Paesi tra i più poveri al mondo, nonostante il boom edilizio dei grossi centri urbani, circa 2.8 milioni di cittadini dovranno contare, per tutto il 2011, sugli aiuti alimentari d’emergenza offerti dal sistema ONU. Secondo i dati del World Food Program, circa il 41% degli etiopi sono ad oggi denutriti. 

Nonostante l’evidente contraddizione di promuovere la vendita di terre ad investitori esteri in contesto di crisi alimentari croniche, è altrettanto vero che il land grab possa concidere spesso con l’iniezione benefica di capitali esteri in economie prive di risorse finanziarie, il trasferimento di nuove tecnologie, la diffussione di nuove conoscenze in materia di coltivazione, lo sviluppo di infrastrutture. Non è del resto da trascurare la possibilità che possa favorire la creazione di nuovi posti di lavoro nelle più povere aeree rurali del continente africano tradizionalmente caratterizzate da una produzione agricola di sussistenza ed a bassa tecnologia. Sempre in Etiopia, il governo dell’autocrate Meles Zenawi – alla guida del Paese da ormai vent’anni – ritiene che la crescita della meccanizzazione nel settore agricolo– primo effetto della vendita di terreni - possa consentire di raggiungere tassi di crescita del 14% per almeno un quinquennio, un ritmo che assicurerebbe al Paese di duplicare la produzione di generi alimentari e raggiungere, nel medio-periodo, le nazioni con un livello medio di reddito pro-capite.Una circostanza che farebbe cioè uscire l’Etiopia dalla condizione di Paese in via di sviluppo.

Queste valutazioni ottimistiche si scontrano tuttavia con quanti temono che il fenomeno del land grab possa coincidere con la distruzione ambientale, la distruzione di comunita rurali tradizionali, lo sfruttamento irrazionale di risorse senza garantire alcuna forma di sicurezza alimentare. Sebbene sembri assai difficile contestare che la meccanizzazione della produzione agricola in Africa possa rappresentare, di per sé, un progresso significativo – è del resto innegabile che in molti Paesi africani solo una piccola percentuale di terre è coltivata da produttori locali – il problema legato al fenomeno del land grab è indubbiamente il rischio dell’emergenza di una forma più sofisticata e “leggera” di colonialismo. Una questione sollevata con estrema lucidità dal Segretario di Stato americano Hillary Clinton nel corso del suo recente viaggio in Africa.

È infatti noto che Cina, India e i Paesi del Golfo ottengono le rispettive concessioni mediante contratti siglati con governi dalle non impeccabili credenziali in materia di buona governance e le cui amministrazioni pubbliche sono spesso infestate dalla piaga della corruzione. Le potenze emergenti dedicano peraltro assai scarsa attenzione ai problemi di democrazia e rispetto dei diritti umani nei Paesi nei quali fanno affari. L’interesse economico delle elitès africane – la riscossione della rendita governativa per la cessione delle terre – coincide così spesso con la politica di prelevamento degli investitori esteri, determinati a garantire la copertura del fabbisogno alimentare del Paese d’origine e auspicabilmente la pace sociale e politica nei rispettivi confini. I contratti tra i Paesi africani e le potenze emergenti ignorano generalmente il problema della redistribuzione dei profitti delle concessioni in favore delle comunità rurali e delle popolazioni africane.

Allo stato attuale, non esistono piani per la creazione di capacità produttive locali o per il sostegno allo sviluppo di un’agricoltura meccanizzata nel contesto di una piccola e media produzione locale, magari centrata sullo sviluppo del piccolo credito e sulla creazione di un sistema cooperativo spesso in linea con le culture tradizionali dell’Africa. C’è sperare che la FAO – Food Agricolture Organization – finalizzi al più presto la definizione di un codice di condotta capace di regolare il fenomeno del land grab. I governi del continente, i Paesi emergenti e le grandi multinazionali sono chiamati ad assicurare una qualche forma di partecipazione dei popoli africani agli utili derivanti dai contratti di cessione delle terre. Terre di cui le generazioni presenti e future dell’Africa sono, in fin dei conti, i legittimi proprietari.


 

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