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di Matias Scipioni
La morte di Bin Laden, che sembra per certi versi chiudere, a dieci anni di distanza, il tragico capitolo dell’11 settembre, è stata accolta con particolare sollievo anche nel continente africano e, in particolare, in Africa orientale e in quella nord-occidentale, regioni in cui l’integralismo è riuscito ad insediarsi con particolare successo.
Il Corno d’Africa “allargato” – insieme che comprende Etiopia, Somalia, Eritrea, Kenya, Uganda, Sudan e Tanzania – è da diversi tempo uno dei teatri principali dell’azione di Al Qaida. Qualche anno prima dell’11 settembre 2001, nel 1988, le ambasciate americane a Nairobi, Kenya e Dar Es Salaam, Tanzania, furono colpite da spietati attacchi terroristici che costarono la vita ad oltre 200 persone. Nel 2002, un anno dopo Ground Zero, 15 israeliani furono uccisi in Kenya.
L’ultimo attacco terroristico che ha colpito la regione è quello che risale ormai ad un anno fa, quando un attentato suicida è costato la vita a 76 persone riunite in un bar di Kampala per seguire in televisione i campionati mondiali di calcio. È tuttavia in Somalia, Paese in guerra civile da quasi ventennio, Stato fallito – Failed State – che Al Qaida ha trovato e continua a trovare convivenze, complicità e alleati. A poca distanza dallo Yemen, il capolinea di Al Qaida nell’area meridionale della penisola arabica, la Somalia, dotata al momento di un governo filo-occidentale – il Transitional Federal Government, TFG – del tutto incapace di assicurare un controllo sui flussi di uomini, armi e denari destinati alla rete del defunto Bin Laden, è la porta d’ingresso di Al Qaida nell’Africa orientale.
Se nel breve periodo l’eliminazione di Bin Laden può aver scosso psicologicamente la rete di Al Qaida, proprio l’assenza di progressi nel dossier Somalia rischia di neutralizzare ogni ipotesi di indebolimento del network terroristico in Africa orientale. Nondimeno, la crescita della presenza politica internazionale sulla crisi somala – l’Unione Africana ha oggi a Mogadiscio più di 7000mila uomini e il resto della Comunità Internazionale è impegnato nel sostegno finanziario e politico al pur fragile governo di transizione – sembra essere coincisa con un consolidamento dell’azione di Al Qaida nella regione nord-occidentale del continente. Il movimento battezzato come AQIM – gruppo di Al Qaida nel Maghreb Islamico – turba da tempo un’area che comprendere l’Algeria, il Mali, la Mauritania e il Niger (all in West Africa). E minaccia ora di insinuarsi nelle complicate transizioni in corso in Marocco, Tunisia ed Egitto, nonchè tra le pieghe della guerra di Libia. In particolare, AQIM trova le sue complicità in quelle parti del Sahara dove le leggi e l’amministrazione degli Stati suddetti poco si conciliano con le usanze tradizionali delle tribù nomadi. Tra il 2007 e il 2010, turisti e operatori umanitari francesi, italiani e spagnoli sono stati il bersaglio di uccisioni sommarie e sequestri di persona, alcuni finiti tragicamente, come quello conclusosi in Niger nel gennaio 2011 nonostante l’operazione delle forze speciali francesi. Sempre in Niger, nel 2008, a conferma del disprezzo più totale nutrito dai terroristi per gli sforzi della missione diplomatica esercitata delle Nazioni Unite, Al Qaida giunse addirittura a sequestrare Robert Fawler, il rappresentante speciale del Segretario generale dell’ONU, rilasciato dopo oltre un anno di prigionia. Sebbene Mauritania, Mali, Niger e Algeria stiano intensificando la risposta militare comune alla minaccia terroristica, sono davvero tanti e complessi i fattori che agevolano l’azione e l’infiltrazione di Al Qaida nella regione. In primo luogo, la massiccia presenza di simpatizzanti di Hezbollah nella foltissima comunità libanese presente in Africa occidentale sembra aver consolidato la possibilità di ricorrere al riciclaggio di denaro proveniente da attività illecite quali sequestro, traffico di armi e di droga. Più in generale, le dimensioni straordinarie dell’economia informale in Africa occidentale – un settore che rappresenta circa il 70% del prodotto regionale lordo – il cronico problema dell’evasione fiscale, la dilagante corruzione nelle burocrazie nazionali – circostanza che facilita e moltiplica le opportunità di riciclaggio del denaro sporco – la crescita del ruolo cruciale di transito giocato dalla regione nel traffico internazionale di stupefacenti, fanno ormai del West Africa il contesto geo-politico più favorevole all’insediamento e rafforzamento di Al Qaida. Sebbene l’intera Comunità Internazionale sia nelle condizioni di poter ancora trarre benefici dalla scomparsa di Bin Laden, l’Africa, regione del mondo con straordinari e persistenti problemi di sviluppo economico e stabilità politica, è il continente in cui la rete terroristica di Al Qaida, sfruttando il caos, le guerre e le debolezze degli Stati, può superare il contraccolpo della morte del suo leader e riorganizzarsi con efficacia. L’unico modo per neutralizzare questo scenario è il ricorso ad una nuova e massiccia politica di sostegno all’Africa nord-occidentale che sappia rafforzare le istituzioni degli Stati investiti dalla minaccia terroristica, garantendone la crescita delle rispettive capacità in termini di sicurezza e promozione della crescita economica e sociale in un contesto di democrazia politica e rispetto dello stato di diritto. Una strategia che impedirebbe chiaramente alla rete di Al Qaida di approfittare di quei fenomeni di caos sociale e politico che, purtroppo, ciclicamente, affliggono il continente africano. |