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Giovedì 19 Maggio 2011 15:26 |
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di Pierluigi Natalia
Non ci sarà pace in Africa se non ci sarà pace nella Repubblica Democratica del Congo. Il susseguirsi delle crisi africane, da quella epocale in atto nel Maghreb a quella della Costa d’Avorio, a quelle incancrenite nel Sudan e nel Corno d’Africa, fanno ciclicamente dimenticare che proprio l’est congolese, la regione a ridosso dei Grandi Laghi, è la mina sempre innescata che minaccia di far deflagrare il continente. Ma la pace resta lontana dalla regione dei Grandi Laghi, a quasi dieci anni dalla fine del conflitto combattuto in Congo negli anni a cavallo tra il Novecento e il Duemila.
Quel conflitto, che in meno di cinque anni provocò oltre tre milioni di morti, si meritò il nome di prima guerra mondiale africana per la partecipazione, oltre che delle fazioni locali, degli esercito di altri sei Paesi. E la pace faticosamente raggiunta nelle regioni orientali non si è mai consolidata. Così come a oltre cinquant’anni dalla proclamazione dell’indipendenza dal Belgio, il 30 Giugno 1960, non s’intravede ancora la realizzazione del sogno di emancipazione dal primo leader del Congo indipendente, Patrice Lumumba, assassinato pochi mesi dopo, di costruire un Paese di "pace, prosperità e grandezza", all'insegna della "giustizia sociale, della giusta retribuzione per ciascuno (…) delle leggi giuste e nobili, del rispetto delle libertà fondamentali (…) della dignità umana".Anche le celebrazioni del cinquantenario, l’anno scorso, hanno dimostrato che da festeggiare c’è poco, se è vero anche il mezzo secolo d’indipendenza è stato, come l’intera storia congolese, un tempo insanguinato dai contrasti legati innanzitutto e soprattutto al controllo delle immense risorse minerarie, come del resto accade da sempre in tutta l’Africa. Tra le ricchezze dell'est congolese basta citare il coltan, la lega naturale di columbio e di tantalio, che fornisce elementi indispensabili all'industria più avanzata di tutto il mondo. Il columbio, chiamato anche niobio, è utilizzato per assemblare componenti della tecnologia spaziale perché ha la caratteristica di raggiungere la fusione a temperature elevatissime, mentre in lega con il titanio risulta tra i migliori superconduttori conosciuti. Il tantalio è invece utilizzato nella componentistica interna di gran parte degli strumenti elettronici, dai telefoni cellulari ai videogiochi. Il coltan si trova, in Nord Kivu e nell’Ituri, non a caso le regioni congolesi più devastate dalle violenze dei gruppi armati. Il suo commercio regolare costituisce solo una frazione minima delle quantità che vengono contrabbandate da gruppi che vengono in massima parte pagati in armi, perpetuando la devastazione delle popolazioni di quelle regioni. Del resto, per il Congo la ricchezza è da sempre una maledizione. Dagli schiavi al coltan, il Paese ha sempre fornito carburante al mondo moderno e per questo non ha mai smesso di soffrire. All'inizio del '700 i mercanti di schiavi arrivarono nel Paese e si stabilirono sulle rive del fiume Congo, da dobve si spingevano all'interno per catturare schiavi destinati alle piantagioni negli Stati Uniti. Dopo la fine del commercio degli schiavi, quel territorio, come gran parte dell'Africa, venne conquistato dagli europei che depredarono risorse come l'avorio e il caucciù e provocarono violenze infinite (ne dà una testimonianza letteraria importante il romanzo-verita Viaggio all'inferno di Joseph Conrad). Il territorio del Congo diventò per 23 anni proprietà privata di Leopoldo II re del Belgio che costruì una grande fortuna grazie allo sfruttamento delle risorse e degli schiavi, questa volta sul loro stesso territorio, utilizzati per la raccolta del caucciù, materia pregiata per la nascente industria della gomma. Il suo esercito privato nei 23 anni di dominio, uccise circa dieci milioni di persone, la metà dell'intera popolazione. Nel 1908 il Congo venne incorporato dal Governo del Belgio e quella carneficina si fermò. Continuò però lo sfruttamento delle risorse.
Dopo la dichiarazione di indipendenza del 1960, il Paese venne governato da Mobutu Sese Seko che raggiunse il potere grazie al sostegno degli Stati Uniti e soprattutto agli aiuti economici di circa un miliardo di dollari. Mobutu sfruttò le risorse al pari degli altri conquistatori e visse nello sfarzo in patria e all'estero, dove trasferì capitali fino alla sua caduta nel 1997. Secondo alcune stime, nei suoi quasi quarant’anni di dominio assoluto depredò risorse per quattro miliardi di dollari. Ma il peggio è arrivato proprio con la cacciata del dittatore e con l'invasione del territorio da parte degli eserciti dei Paesi vicini e delle milizie di mercenari. L'unico passo fatto dal mondo occidentale per cercare di fermare i conflitti e lo sfruttamento della guerra al fine di mantenere i prezzi delle risorse minerarie sotto controllo è stata il cosiddetto processo di Kimberly, la moratoria con la quale cinquanta Paesi si sono impegnati a non commercializzare più diamanti provenienti dai Paesi dove esistono conflitti proprio per l'accaparramento di tale minerale. L'accordo, anche se per il momento non funziona ancora perfettamente, viene considerato da molti un modello da applicare anche agli altri minerali insanguinati. E appunto ora il caso del coltan (oltre a petrolio e altre ricchezze) che mette di nuovo al centro della produzione mondiale il Congo. Il Paese potrebbe sfruttare l'attuale rivoluzione tecnologica per arricchirsi e invece, proprio a causa dell'interesse delle multinazionali al minerale e al contenimento del suo prezzo, subisce una carneficina continua da parte di predatori di ogni genere. Più che un rafforzamento dei caschi blu che da oltre un decennio l’Onu dispiega nel Paese — peraltro indispensabili in un contesto dove ogni ripresa di violenze provoca centinaia di migliaia di nuovi profughi — servirebbe dunque una vera determinazione internazionale a mettere fine all'avidità depredatoria di potentati locali — e stranieri più o meno occulti — che mirano al controllo delle ricchezze del sottosuolo congolese. In conclusione, per la comunità internazionale e segnatamente per il nord ricco del mondo si tratta di rimettere i propri debiti e, soprattutto, di smettere di contrarne sempre più facendoli pagare alle sventurate popolazioni africane. |
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