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Europa e Usa, crisi a confronto PDF Stampa E-mail
Giovedì 01 Dicembre 2011 12:54
di Barbara D11_obama_lgiani

 

Così lontane, così terribilmente vicine. America e Unione Europea, seppellite a braccetto sotto le macerie di una crisi economica che fa male, e non a torto da molti paragonata a quella, disastrosa, del 1929, hanno deciso di provare a salvare la pelle tentando il tutto per tutto. Ma in due modi completamente diversi: provando a investire la prima, dando un bel colpo di falce ai bilanci pubblici e imponendo una stretta fiscale la seconda. Negli Stati Uniti d’America si riducono le tasse, qui da noi, e nel resto d’Europa, le imposte volano. Lì si prova a discutere di sviluppo, in Europa non si considera nessuna idea che non abbia come parola d’ordine la stabilità. Ma non è finita: di là si promette un’imminente, nuova occupazione, da noi le città hanno in calendario, quotidianamente, scioperi e manifestazioni di disoccupati, tartassati e precari come quella del 15 ottobre a Roma, che per colpa di alcuni si è poi trasformata in una vera e propria guerriglia urbana. A Washington si parla di un tetto per il debito e di 450 miliardi di dollari destinati a sostegno fiscale, agevolazioni per pensionati ed imprese e sussidi per i disoccupati che hanno perso il lavoro da oltre tre mesi. A Bruxelles lo sguardo è perso in uno sconfortante abisso di debiti. Insomma, due mondi paralleli. Che continuano a non assomigliarsi per niente, ma che sostanzialmente sono ospiti controvoglia dell’identica, fragile barca. Una barca che, come si dice, fa acqua da tutte le parti e rischia seriamente di affondare in tempi relativamente brevi. E ci si mette anche il fatto che forse, per la prima volta nella storia, i due pilastri delle democrazie occidentali sono imbavagliati da un immobilismo politico che al momento non permette l’attuazione di efficaci contromisure per ovviare alla crisi economica che ne attanaglia le rispettive economie. Tremonti, ministro dell’Economia italiano, parla di “Titanic” e di pericoli imminenti anche per le prime classi (traduzione: Germania). Obama gli fa il verso citando il possibile, inquietanteavvento di un Armaggedon in caso di mancata soluzione al debito Usa. La verità è che in entrambi i continenti la crisi economica è il fulcro dell’attenzione della politica, e questo fatto rende sempre più difficile trovare soluzioni razionali al problema del debito. Il tutto mentre i movimenti populisti si rafforzano e fanno vedere i muscoli in bella mostra.

Che si tratti dei Tea Party negli Stati Uniti o del Pvv e dei Veri finlandesi nel Vecchio Continente. Identiche, o quasi, le radici della crisi: visto che in tutti e due i casi gran parte della crescita economica che ha preceduto il crollo era alimentata da un boom del credito insostenibile e suicida. Diversi, invece, gli epicentri del terremoto economico: negli Usa i più colpiti dalla crisi che ha portato all’esorbitante debito di 14 trilioni di dollari e al declassamento da parte di diverse agenzie di rating, sono i proprietari di immobili, mentre in Europa paesi come Grecia e Italia sono al collasso perché si sono avvantaggiati di tassi d’interesse ridotti per continuare a chiedere denaro in prestito a un ritmo insostenibile. Fino al collasso pre-comatoso. Il problema è che sia negli Usa che nel Vecchio Continente, le finanze pubbliche sono fuori controllo, e i sistemi politici sono troppo disfunzionali per prendere in mano la situazione. Gli Stati Uniti, al momento di andare in stampa, stanno facendo pressione sui Paesi dell’Unione Europea affinché aumentino le dimensioni del fondo di emergenza Ue, ad oggi di 440 miliardi. “In Europa non stanno affrontando la crisi del sistema finanziario in modo efficace e rapido come sarebbe necessario”, ha detto il presidente degli Stati Uniti, Barak Obama (alle prese con sondaggi di popolarità pessimi e col rischio di chiudere definitivamente il suo mandato l’anno prossimo) durante il dibattito sull’occupazione organizzato da LinkedIn, popolare social network orientato al mondo del lavoro. Il timore, per alcuni davvero fondato, è che la crisi finanziaria dell’Ue possa innescare un effetto domino in grado di far chiudere in rapida successione le banche greche e quelle francesi trascinando alla fine anche quelle statunitensi. In realtà, secondo gli esperti del settore, si tratta di due crisi economiche molto pesanti, ma di non impossibile soluzione.

Negli Stati Uniti servirebbe come il pane un colloquio maggiore tra Obama e l’ opposizione Repubblicana, con il Presidente Usa pronto a riconoscere l’ insostenibilità delle sue politiche di spesa pubblica. Più complessa la situazione per l’Unione europea, che negli anni ha sì adottato una politica monetaria comune, ma si è bellamente dimenticata di dotarsi di una politica fiscale comune. La via di fuga? È indicata in modo chiaro e inequivocabile, per tutti i due continenti, da due persone che qualcosina, negli anni, di numeri hanno imparato: Christopher Sims e Thomas Sargent, vincitori del Premio Nobel 2011 per l’economia: “Senza un’ autorità finanziaria comune in grado di stabilire le politiche economiche e fiscali per l’intero continente, e soprattutto di emettere Eurobond, l’Europa non riuscirà a sopravvivere – hanno detto – è illusorio pensare che potete salvare la moneta unica cacciando i Paesi più deboli: o ce la fate insieme, oppure fallite tutti insieme. Il problema è che in situazioni di crisi come quella attuale, non si capisce chi abbia il potere di prendere le decisioni necessarie”. Ma i due premi Nobel hanno una ricetta anti-crisi da regalare anche agli Stati Uniti: “Per quanto riguarda gli Usa – spiegano Sims e Sargent – le soluzioni giuste sono quelle proposte dal capo della Fed, Ben Bernanke: una politica monetaria accomodante, e interventi di lungo termine per risolvere i problemi di bilancio, senza creare shock nell’immediato. Non è vero che la situazione americana è insostenibile, perché le regole del bilancio ci consentono di far fronte a tutto. Ciò che è davvero insostenibile sono le promesse fatte dai politici sulla sanità, sulle pensioni e sulle tasse”.

 

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