di Barbara Diani
Piccole imprese non crescono. Mai. La tendenza del nostro sistema produttivo a generare e far proliferare un nugolo di aziende di piccolissime dimensioni, distanti anni luce anche solo dall’idea di internazionalizzazione, è certificata da una ricerca dell’Istat che fotografa la realtà 2009: i dati pubblicati nel rapporto spiegano inmodo cristallino che le imprese italiane sono da tempo gravemente malate. Di «nanismo».
Già, perché il 95% ha uffici popolati da meno di dieci dipendenti e il 65,2% addirittura non ha tra le sue fila un solo assunto con regolare busta paga mensile. Un problema serio, specie per chi ha a cuore la mole di produttività media nazionale e la conseguente possibilità di sviluppo del “made in Italy” in terra straniera. Il fenomeno abbraccia tutti i settori. Da quello primario a quello industriale, passando per il terziario. Un esempio? In agricoltura l’ampiezza media delle aziende da molti lustri non sconfina mai oltre i sette ettari. E non fanno di certo eccezione le imprese manifatturiere, edili o attive nel turismo, sempre più circoscritte e con mamma, papà
e prole al solitario e incontrastato comando. Solo in pochi comparti, come il credito e le assicurazioni, prevalgono anche in Italia le realtà di ragguardevole dimensione. Ma andiamo con ordine. E torniamo alla ricerca firmata recentemente dall’Istat. Secondo la quale le imprese attive nell’industria e nei servizi, in Italia, sono poco meno di 4,5 milioni e occupano 17,5 milioni di addetti. Il 47% dei quali lavora negli uffici di microaziende. Nella ricerca, l’Istat rileva una notevole concentrazione degli addetti nel manifatturiero (23%), nel commercio (20%) e nelle costruzioni (11%). Due terzi delle aziende sono individuali e coinvolgono il 25% degli occupati; le altre adottano nel 18% dei casi la forma giuridica di società di persone, nel 17% quella di società di capitali e nell’ 1,1% di cooperative. Tra il 2008 e il 2009 è diminuito dell’1% il numero delle imprese e del 2% la loro relativa occupazione. Un calo che, legato alla riduzione del personale messa sempre più spesso nero su bianco nei piani industriali di molte imprese, ha riguardato le attività manifatturiere, le costruzioni, il commercio e i trasporti. In crescita, invece, le attività finanziarie, assicurative e immobiliari. Dal punto di vista del numero di imprese per tipologia, nel 2009 si sono ridotte quelle individuali (-1%) e le società di persone (-1,9%) e sono cresciute le società di capitali (circa 3mila in più, nel 2009, rispetto al 2008, ma con una contrazione di 162 mila addetti). Nel 2009 il numero delle aziende e la relativa occupazione sono diminuiti, rispetto al 2008, in tutte le aree geografiche italiane. Ma, più in generale, la tendenza delle nostre imprese a soffrire della sindrome di Peter Pan, se da una parte è vista come un pregio per le innegabili, ipotetiche potenzialità di crescita, dall’altra rappresenta un ostacolo serio e al limite dell’insuperabile per lo sviluppo delle stesse. Almeno a sentire quelli che di imprese se ne intendono davvero: “Il mercato italiano continua ad essere caratterizzato da assetti proprietari molto concentrati – ha detto il presidente della Consob, Giuseppe Vegas – ma io credo che sia arrivato il tempo di un diverso approccio culturale. Bisogna superare il concetto che è meglio accentrare e disporre di una solida quota di controllo in un impresa, costringendola alla gabbia del nanismo, piuttosto che mantenere una partecipazione magari più risicata in una realtà che cresce e che è in grado di aggredire i mercati mondiali”. I motivi dell’arresto della crescita delle nostre imprese? Amministrazione pubblica poco ricettiva, difficoltà significative nell’accesso al credito, ridotte capacità innovative e basso utilizzo delle opportunità offerte dal Mercato unico. Tutti problemi che riguardano l’Italia, certo.
Ma anche gran parte degli altri paesi europei.
E la conseguenza è che la tendenza al nanismo, o quantomeno alle dimensioni molto ridotte, non è soltanto propria del nostro Paese. Il “piccolo” trionfa
in tutto il Vecchio Continente: il 99,8% delle imprese europee ha meno di 249 addetti. E ben il 91,8% di queste ha meno di 9 occupati. Molto interessanti, anche i dati sul contributo della microimpresa (cioè quelle con meno di 10 occupati) all’economia del Paese: che in Italia raggiunge il secondo valore più elevato tra i 27 Paesi dell'Unione europea, dopo la Grecia: 31,5%, a fronte del 15,4% della Germania, del 22% della Francia e del 18,4% del Regno Unito.
Lo stesso discorso, più o meno, può essere applicato alla distribuzione degli addetti: le microimprese nella nostra Penisola occupano il 46,6% della popolazione attiva, una quota seconda soltanto a quella della Grecia nella graduatoria dei Paesi europei. Insomma, le imprese nane sono piccole, viaggiano poco, tentennano sull’innovazione e hanno un mare di problemi da risolvere: ma danno ancora lavoro a tantissime persone. |