di Barbar a Diani
Il 2011 per l’Europa, e per la sua moneta unica, si apre all’insegna dell’incertezza. Con i Paesi membri ancora divisi sulle ricette anticrisi. I timori degli euroscettici si sono avverati con un terzo Paese, il Portogallo, piombato in gravi difficoltà, dopo Grecia e Irlanda. Per questi ultimi, la crisi è sopraggiunta per ragioni diverse.
Nel primo caso, i dati falsificati presentati da Atene non hanno passato i controlli ed è stato scoperchiato un vaso di Pandora da brivido: il deficit greco sfiorava il 10% del Pil, con una evasione fiscale incalcolabile. È così che la Grecia è stata costretta a chiedere al Fondo monetario internazionale un’àncora di salvezza del valore di 110 miliardi di euro in tre anni. Probabilmente neppure sufficienti, tanto che si parla già di una ristrutturazione del debito ellenico. Diversa la situazione dell’Irlanda, dove si è verificata una crisi bancaria. Il deficit dello scorso anno al 32% del Pil ne è stato il risultato. Ora, con la nazionalizzazione della Allied Irish Banks, il sistema bancario irlandese è diventato pubblico. Gran parte dei 90 miliardi di euro stanziati dal fondo “salva Stati” a favore di Dublino permetterà la pubblicizzazione delle banche irlandesi. In ogni caso, lo “scambio” tra finanziamenti e rigore fiscale è risultato molto vantaggioso per le banche ma assai penalizzante per i cittadini di entrambi i Paesi in difficoltà. C’è poi l’Ungheria, che assume per la prima volta la guida dell’Unione europea e rischia di ritrovarsi impegnata per il suo stesso salvataggio. Budapest arriva economicamente molto debole all’appuntamento più importante dopo l’adesione del 2004: l’aiuto europeo da 20 miliardi di euro era, infatti, vincolato alla realizzazione di un pesante programma d’austerità dei conti che ha pesato non poco sulla vita degli ungheresi.
La credibilità del Paese magiaro, inoltre, è stata minata dall’approvazione di una nuova legge sui media che rischia di limitare fortemente la libertà d’espressione. Ma l’anno appena iniziato fa temere per il futuro di altri Stati, del Portogallo come dicevo, che rischia di dover ricorrere agli aiuti, e forse anche della Spagna, cosa che avrebbe effetti negativi anche sugli altri Paesi dell’area euro.
La mancanza di coordinamento tra i Paesi di Eurolandia per uscire dalla crisi economica si è palesata nuovamente in occasione del recente Consiglio europeo di Bruxelles, quando la proposta firmata Tremonti-Juncker di un’agenzia europea del debito, che potesse emettere eurobond garantiti da tutti i Paesi dell’Eurozona, è stata bocciata dalla cancelliera tedesca Angela Merkel. Nonostante i numerosi inviti da parte della Bce e gli allarmi sui rischi per la stabilità della zona euro da parte del Fmi, la Germania continua a non mostrarsi disponibile a trovare una soluzione alla crisi.
Viene da Oriente la mano tesa. La Cina ha intenzione di sostenere la nostra moneta unica. L’offerta è arrivata in occasione di un vertice tra governo cinese e commissari europei, riguardante gli scambi commerciali tra il Paese della Grande muraglia e l’Unione europea, suo primo partner commerciale (nel 2010 gli scambi cinesi con l’Ue si sono aggirati sui 350 miliardi di euro, con una crescita del 30% rispetto al 2009).
Dunque, non stupisce la disponibilità cinese ad alleviare i debiti dei Paesi europei. Supportando l’Ue, la Cina allontanerà i rischi di possibili insolvenze europee, con un conseguente arretramento degli scambi commerciali. Gli osservatori ritengono questo “soccorso rosso” un’opportunità per l’Unione europea di arginare le speculazioni provenienti dalla finanza americana.
Ma c’è un rovescio della medaglia: la prospettiva cioè di un’Europa “comprata” dalla Cina e tenuta sotto “ricatto” nei suoi negoziati commerciali e nei suoi appelli al rispetto dei diritti umani. E l’Italia? Berlusconi non ha dubbi: "Entro il 2012 il ritmo di crescita dell’Italia tornerà ai livelli pre-crisi”. Gregorio de Felice, capo ufficio studi di Intesa Sanpaolo, ha affermato: «L’Italia, dal punto di vista dell’indebitamento delle famiglie e delle imprese e quindi della solidità delle banche, è tranquilla”.
Ma il nostro tallone d’Achille è l’andamento della produttività, frenata da fattori strutturali come la lentezza della giustizia, le carenze infrastrutturali, i costi dell’energia e della logistica. Basti pensare che in 10 anni si è ridotta del 3% contro un +10% messo a segno dalla Germania: “La perdita di produttività – conclude –è più grave del debito pubblico”. |