di Enzo Alfredo Becc hetti
…E il Sindacato pigliatutto.
L'ultima generazione di grandi sindacalisti è quella che ha vissuto la lunga stagione dei diritti universali, che si è conclusa alla fine degli anni '60 con l'approvazione della Legge 300, nota come “Statuto dei Lavoratori”, fortemente voluta dal Senatore Socialista Brodolini, allora Ministro del Lavoro nel Governo Rumor.
Lo scontro sociale iniziato nell'immediato dopoguerra si risolve, il 20 giugno del 1970, con apparente soddisfazione di tutti i partiti e delle principali parti sociali: sindacati e Confindustria. Più i sindacati che la Confindustria, che però fa buon viso a cattivo gioco. Negli anni a venire, infatti, gli imprenditori afferrano saldamente il concetto chiave dello Statuto dei Lavoratori: la difesa degli interessi collettivi costituisce un grande vantaggio per l'impresa stessa che, altrimenti, avrebbe la sola strada del giudizio civilistico: costosissimo, lunghissimo ed incerto. Nei momenti più duri delle crisi petrolifere e della ristrutturazione industriale degli anni '70 ed '80, la presenza di un Sindacato forte ed organizzato consente alle imprese di ottenere attenzione e contributi economici rilevanti da tutti i Governi.
La Cassa Integrazione Guadagni, grazie al meccanismo della sua gestione concordata, costituisce il vero ammortizzatore sociale, al quale si aggiunge il ricorso ai generosi fondi comunitari destinati alla formazione orientata alla riqualificazione nelle “aree a ritardo di sviluppo” e nelle “aree di crisi industriale”.
Il Sindacato italiano degli anni '60 e '70 è il soggetto politico più attivo, al contrario di quanto avviene negli altri Paesi europei. Si parla di “laboratorio Italia” proprio per la presenza e la spinta sociale che il Sindacato esercita, grazie anche alla strategia dell'unità sindacale, che porta le tre maggiori confederazioni ad agire in modo unitario. Il Congresso delle ACLI nel 1966 costituisce il primo atto pubblico di abbandono del collateralismo dei sindacalisti cattolici verso la DC e di abolizione dei veti nei confronti della componente comunista e socialista del sindacato. Il Primo Maggio del 1968 vede i primi cortei unitari, la FIM Cisl si schiera apertamente contro l'intervento USA nel Viet Nam. La CGIL si schiera contro l'intervento dell'URSS in Cecoslovacchia. Si piegano le sbarre delle gabbie salariali, nell'autunno caldo del 1969 si vince il braccio di ferro con la FIAT: aumenti salariali uguali per tutti, 40 ore settimanali, diritto all'assemblea in fabbrica, controllo sull'organizzazione del lavoro, parità normativa fra operai e impiegati, “150 ore” per il diritto all'istruzione dei lavoratori. Nascono i Consigli di Fabbrica, arriva la strategia della tensione. Anche su questo fronte la risposta del Sindacato è forte e decisa. Il ciclo propositivo del Sindacato si esaurisce proprio sul fronte della risposta politica. Negli anni '80 il “riflusso” mette in discussione il primato della politica ed i principi egualitari da sempre sostenuti dal Sindacato, la marcia dei 40.000 colletti blu della Fiat mette in discussione la sua leadership culturale nella nuova organizzazione del lavoro, nella quale il ruolo dei servizi cresce rapidamente, mentre si appanna il mito della centralità operaia.
All'improvviso si ferma la scala mobile
Il primo colpo alla fortezza sindacale arriva, paradossalmente, da un governo a guida socialista. In Italia era in vigore la scala mobile: il sistema di aggiornamento automatico della retribuzione da lavoro dipendente, rispetto all'aumento del costo della vita.
Il 14 febbraio 1984 un decreto del Governo Craxi taglia 4 punti percentuali della Scala Mobile, convertendo in legge un accordo delle associazioni imprenditoriali con Cisl e Uil, per affrontare una lunga (e impopolare) battaglia contro l'inflazione. Il PCI di Enrico Berlinguer promuove il referendum abrogativo. Affluenza alle urne del 77,9%. Il 45,7% vota SI all'abrogazione della norma, il 54,3% vota NO. Il taglio rimane. La scala mobile verrà poi definitivamente abolita sette anni dopo dal Governo Amato, con l'accordo pieno delle tre Confederazioni sindacali. Sullo scoglio della scala mobile (che nasconde il tema ben più complesso della produttività e della distribuzione della ricchezza) si frantuma l'onda lunga dell'Unità Sindacale. Pierre Carniti, Segretario della CISL, lascia la mano a Franco Marini, Luciano Lama viene sostituito da Pizzinato e poi da Bruno Trentin al vertice della GCIL. Solo Giorgio Benvenuto (UIL) rimarrà al suo posto fino al 1992, ma il peso politico della sua Confederazione diminuisce progressivamente ed il progetto unitario si ferma in modo definitivo. Di quel progetto rimangono in piedi alcune prassi consolidate, che presto diventano rituali burocratici, privi di forza e di convinzione.
È tutta colpa dei Sindacati. O no?
Il declino del peso politico del Sindacato si intreccia con la fase involutiva dell'economia, che diventa sempre più autoreferente. “Voglia di capitalismo”, intitola un Rapporto Censis di quegli anni. La terza gamba dello sviluppo, cioè la politica, comincia a perdere colpi. Dai grandi progetti di riforma che hanno animato il dibattito negli anni '80, si arriva alla fase della pura manutenzione dell'esistente. In quel varco, tra progetto futuro e capacità di gestione del presente, si insinua la politica degli affari.
Tangentopoli cominciò il 17 febbraio 1992. Il pubblico ministero Antonio Di Pietro chiese ed ottenne dal GIP Italo Ghitti un ordine di cattura per l'ingegner Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio e membro di primo piano del PSI milanese denunciato da un piccolo imprenditore costretto a versare una tangente del 10% per ottenere l'appalto delle pulizie.
L'anno successivo, dopo una consultazione di massa, le Confederazioni siglano un accordo con Governo e Confindustria che sancisce un nuovo sistema di relazioni industriali basato sulla concertazione fra le parti e sulla politica dei redditi, da sempre cavallo di battaglia della CISL. Per la prima volta, si parla di un doppio livello di contrattazione. Al contratto nazionale di categoria rimangono la funzione di tutela del valore reale dei salari e gli accordi normativi. Al livello aziendale si lavora per redistribuire, almeno in parte, i risultati degli incrementi di produttività. L'accordo rappresenta un esempio di concertazione: confronto e partecipazione alle decisioni politiche, contrattazione in forma triangolare: sindacato, imprenditori e Governo, in relazione alle grandi scelte pubbliche sulla politica fiscale e sulla politica economica.
La concertazione è praticata anche a livello decentrato (gli interlocutori di parte pubblica sono le regioni e gli enti locali) in tema di politiche sociali, sanità e sviluppo territoriale. Patti territoriali, patti d'area, Progetto Integrati: nascono e fioriscono moltissimi strumenti tecnici per la progettazione dello sviluppo locale.
La concertazione è stato il contributo del Sindacato al risanamento dell'economia nazionale ed all'ingresso dell'Italia in Europa, influendo sul tasso di inflazione e, indirettamente, sui tassi d'interesse. Sarà anche l'ultimo caso di dialogo sociale di successo.
La nuova ondata liberista che decolla insieme al nuovo millennio metterà fine alla prassi della consultazione delle parti sociali ed il sindacato si troverà costretto a scegliere tra silenzio e consenso.
(continua)
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