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Segno più o segno meno, canterebbero i Ricchi e Poveri PDF Stampa E-mail
Mercoledì 10 Novembre 2010 10:36

di Enzo A. Becchettieuro

Edmondo Berselli scrive nel suo ultimo saggio “L’economia giusta” (che dovrebbe essere reso obbligatorio nelle scuole medie e superiori): “Dovremo abituarci ad avere meno risorse. Meno soldi in tasca. Essere più poveri. Ecco la parola maledetta: povertà. Ma dovremo farci l'abitudine”. Che poi potrebbe non essere il ritorno alla povertà dei nostri nonni, quanto un ridimensionamento dei consumi che potrebbe farci bene, perfino sotto il profilo della salute.
Se si ragiona con la falsa retorica del segno “più” (eredità spesso inconsapevole del positivismo e del “secolo dell’America”), si finisce per interpretare l’economia come lo strumento guida del progresso e dello sviluppo. Ciò significa che tutte le risorse debbono essere mobilitate per avere “più” occupazione, “più” prodotti, “più” industria.
Invece, il segno “meno” è il vero dominatore dell’economia mondiale. “Meno” lavoro, “meno” occupazione, “meno” produttori. Si riduce il numero delle aziende, cresce la dimensione delle aziende che rimangono (soprattutto attraverso azioni di scorporo, assorbimento, fusione, holding).

 

Alla faccia del liberismo radicale, ci stiamo dirigendo verso nuovi livelli di iperconcentrazione. Lo sviluppo è fermo perché l’interpretazione che ne viene data è tutta quantitativa. Si tende ad ignorare che il segno “più” può essere applicato anche alla parte immateriale della ricchezza prodotta: pensiamo a “più” qualità, “più” servizi, “più” tecnologia ed efficienza. Adesso, accanto a questi elementi, mettiamo “più” giustizia sociale, “più” diritti, “più” equità economica.

Uno degli impatti più rilevanti del recente ingresso di nuovi Stati nell’area dell’Unione è stato un generale impoverimento. Nei Paesi membri dell’UE non mancano certo aree depresse e condizioni di arretratezza: disoccupazione di lunga durata (soprattutto per donne e giovani), infrastrutture insufficienti, problemi di criminalità organizzata e di ordine pubblico, povertà diffusa, scarsità di servizi essenziali, ecc.. Il ritratto del “nostro” Sud è uguale a quelle degli altri Sud d’Europa: Grecia, mezzo Portogallo, molte regioni spagnole, i Pirenei in Francia e poi su, fino all’Irlanda che, dopo un periodo di ripresa, si è fermata di nuovo. E poi guardiamo i Paesi di recente o prossima inclusione (Bulgaria, Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Turchia, Ungheria): sono tutti in quelle stesse condizioni (con pochissime eccezioni locali) e non hanno dei “nord” per compensare le proprie debolezze strutturali.

Il nuovo ciclo di sviluppo, in Europa, può ripartire se si concretizzano aspettative che portino il benessere immateriale a guidare il senso e le dimensioni del benessere materiale. Pensate all’ambiente. Invece di pensare che stiamo usando l’ambiente dei nostri figli avendolo preso in prestito, ci comportiamo come se fosse solo nostro e dopo ciccia. Ma questa scelta riporta il discorso non tanto sui meccanismi tecnici dell’economia (come la facciamo funzionare, con l’inflazione o senza?), quanto sul tema centrale della produzione della ricchezza. La ricchezza che produciamo, la accumuliamo (inseguendo il falso mito del segno “più”), oppure la distribuiamo (poco, ma a tutti)?
Il nuovo ciclo di sviluppo può ripartire dai valori elaborati proprio dall’Europa: solidarietà, civiltà dello “stare bene insieme”, apertura e corresponsabilità nella gestione del progresso delle aree deboli con il concorso di quelle forti. Però bisogna farlo capire alla Lega ed ai suoi omologhi in tutta Europa.

La radio non ha futuro” (Lord Kelvin, scienziato e inventore del frigorifero, 1897)

Una stima che circola tra gli analisti economici ipotizza che nelle economie occidentali, su 10 dollari circolanti almeno 8 siano legati a fenomeni finanziari e solo 2 a fattori di ricchezza reale. Ad esempio, se la mattina del 20 settembre ho 1.000 euro in azioni Telecom, in realtà solo 200 euro corrispondono a qualche cosa di concreto (impianti, tecnologie, brevetti, ecc.). Gli altri 800 sono sospesi a metà fra una promessa ed una finzione. Provate ad applicare lo stesso criterio di calcolo a quello che avete in banca e al valore della vostra casa e saprete di quanto vi siete impoveriti negli ultimi venti anni. A parte il fatto che un caffè a Roma costa 80 centesimi, che una volta erano 1.600 lire.

Ricordatevi che il 10 novembre 2007 Rod Lache, stimato analista finanziario di Deutsche Bank, ha bollato le azioni General Motors come “prive di valore”, fissandone il target price a zero dollari e raccomandando di stare alla larga dagli acquisti, in vista di una probabile (almeno secondo l’autorevole esperto) prossima bancarotta. A Wall Street lo hanno trattato da portasfiga, poi è arrivato il 2008…
In Italia per uscire dalla crisi servono tre leve: innovazione, dimensione delle imprese, governo del territorio e dello sviluppo. Siamo in ritardo clamoroso sul primo punto, qualcosa si muove confusamente sul secondo (il Ministero dello Sviluppo Economico stava lavorando bene, ma lo stanno smontando pezzo per pezzo perché era pieno di “bersaniani”, veri o presunti), con le Regioni è appena cominciata la farsa del federalismo.
Non ho nessuna intenzione di fare previsioni alla Lord Kelvin, però la vedo male. Il ciclo dell’innovazione impiega sei/otto anni per giungere a maturazione; per avere delle Regioni efficienti non ci resta che pregare moltissimo; per rafforzare le imprese e indurle a crescere sotto il profilo dimensionale bisogna che ci sia una politica industriale che nessuno sembra in grado di produrre.
In più, c’è l’ostacolo del Sindacato.
Per fare un passo avanti bisogna sbilanciarsi. Per poco, ma bisogna mettere in gioco l’equilibrio statico, la sicurezza, la posizione acquisita. Per fare un passo avanti bisogna, in un certo senso, mettere in discussione e perfino negare la posizione precedente. Roba da far venire i brividi a qualsiasi sindacalista.
Forse non sarà cosa di quest’anno e magari nemmeno del prossimo, però sono convinto che stia conquistando terreno la tendenza a decontrattualizzare i rapporti di lavoro e a riportare la negoziazione verso i livelli privati individuali. Il sindacato aveva in mano l’arma della contrattazione di secondo livello: diritti generali nel primo livello nazionale, soldi e condizioni di lavoro nel secondo livello, direttamente nelle aziende. Invece di aprire una nuova stagione di sperimentazioni controllate e guidate, ha scelto la strada del “tu fatti le tue che io mi faccio le mie”. Ha preso schiaffi con Alitalia, ne sta prendendo con Fiat, ne prenderà diversi ancora con Federmeccanica, che ha disdetto il contratto dei metalmeccanici. Perché FIAT ha festeggiato la divisione tra mondo auto e mondo camion, motrici, trattori? Perché non basta avere quattro ruote ed un motore per essere un’automobile. Gli altri mezzi sono legati a filiere molto diverse e lontane. I trattori servono in Cina e India e Russia, non in Italia, dove ormai li vendono nei supermercati o in edicola, in pratici kit di montaggio.
E i settori economici tradizionali? Agricoltura (primario), industria (secondario), servizi (l’idolatrato terziario). Che fine fanno? Francamente non credo che i settori come li conosciamo saranno ancora a lungo un riferimento utile, per la semplice ragione che siamo di fronte al fenomeno del continuo spostamento di frontiere interne ai settori da almeno quindici anni. Pensate all’agroindustria, dove ci sono filiere lunghe e complesse, fatte di tanti pezzi diversi, dal campo all’industria chimica passando per la logistica. Oppure all’industria dell’ospitalità, che ha una filiera che va dai trasporti (strada e gomma) fino all’agroalimentare, dai servizi bancari alla gestione dell’ambiente e ingloba turismo, mobilità, servizi al tempo libero e al movimento business. Pensate alla comunicazione. Da quando la quota di servizi è aumentata in ogni prodotto, i settori tradizionali hanno cominciato a diventare stretti e corti. Bisogna ripensare in termini di grandi aggregazioni. I contratti di settore non fanno altro che accentuare il distacco del Paese reale dal Paese formale. Anche sugli accorpamenti i sindacati hanno sbagliato direzione e tempi. La CGIL ha un sindacato della comunicazione ingestibile, nel quale dovrebbero convivere informatici, giornalisti e circensi. Bisogna fare più un passo avanti, a costo di perdere l’equilibrio.
Forse non ha ragione Marchionne, però ha delle ottime ragioni per fare quello che fa: delegittimare un sindacato per delegittimarli tutti. Il prossimo contratto lo stanno preparando alcuni tra i maggiori studi legali americani.
Abbiamo appena imparato a metabolizzare McDonald, ma questa sarà molto più dura da mandare giù.

 

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