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"Mi divertiva l'idea di dover interpretare il ruolo di un chirurgo plastico"
di Alma Daddario
Charlotte Rampling, classe 19 45, non delude chi ha la fortuna di incontrarla di persona. Snella ed elegante, conserva quello sguardo penetrante che non ha perso nulla del caratteristico agnetismo. L'abbiamo incontrata a Roma, in occasione della presentazione in anteprima dell'ultimo film: Rio Sex Comedy, di Johnatan Nossiter.
Quando ha deciso che voleva fare l'attrice?
“In realtà non ci avevo mai pensato: c'è stato un incontro casuale con un regista che, quando avevo 16 anni, ha voluto che facessi parte del cast del film: “Non tutti ce l'anno” con Alan Bates. Il regista era Richard Lester”.
La famiglia ha incoraggiato questa scelta, o ha dovuto lottare per imporsi?
“In realtà ho fatto quello che ho sempre voluto, anche se ho avuto un'educazione assolutamente tradizionale. Mio padre era un colonnello, poi comandante Nato, e per la sua professione si viveva tra la Gran Bretagna e la Francia, dove ho frequentato i college più prestigiosi. Dopo la prima esperienza cinematografica, mi sono iscritta alla Royal Academy of London, per studiare recitazione”.
In Italia è diventata famosa soprattutto per l'interpretazione de “Il Portiere di Notte” di Liliana Cavani. Cosa ricorda di quel periodo, e cosa pensa del Cinema Italiano?
“In realtà, se ho interpretato questo film, lo devo a Dirk Bogarde: è stato lui a raccomandarmi alla Cavani, certo che fossi giusta per quel ruolo. All'inizio è stata molto dura: mi h anno fatto girare subito le scene più difficili e scabrose, per mettermi alla prova. A volte avrei voluto scappare, ma poi sono rimasta. In America il film ha destato più scandalo che in Europa. È stato un periodo importante per la mia formazione, anche per capire meglio me stessa. Ho sempre amato il cinema italiano, i grandi maestri come Antonioni, Visconti, De Sica, l'introspezione psicologica, la magnificenza, l'impegno sociale e l'attenzione ai particolari che caratterizzano i loro film, ne fanno grandi espressioni artistiche che superano i tempi e i confini”.
Lei ha affiancato grandi registi a livello mondiale, francesi, inglesi, giapponesi e americani, oltre che italiani. È stata diretta da Sidney Lumet, Woody Allen, Francois Ozon, Alan Parker, John Boorman, solo per citarne alcuni. Con quali si è trovata più a suo agio?
“Ciascuno ha le sue caratteristiche speciali. Con Woody Allen mi sono molto divertita. È un tipo ironico, spiritoso e molto piacevole, anche se un po' nevrotico. Visconti era un po' duro: esigente e pignolo in modo inverosimile. Ultimamente mi sono trovata molto bene con Ozon: è una persona splendida, molto attenta al lato umano anche nei rapporti di lavoro, delicato, e che ama ascoltare l'altro”.
Pensa che un'attrice matura, abbia comunque possibilità di ruoli importanti nel cinema contemporaneo, rispetto a una più giovane?
“Non sempre. E questo vale soprattutto per il cinema statunitense. In America si fa più attenzione all'apparenza, hanno tutti il mito della giovinezza a tutti i costi, sono fanatici del “ritocco” plastico, così tutto rischia di diventare finto e inverosimile. Da questo punto di vista ci sono più chances in Europa, e soprattutto in Francia, dove a un'attrice viene richiesta soprattutto per la capacità espressiva e interpretativa, e in questo è più utile l'esperienza dell'età anagrafica”.
Quali sono le differenze fondamentali tra il fare cinema in Francia, in Italia, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti oggi?
“Il cinema francese è quello più attento ai sentimenti, più profondo nelle introspezioni psicologiche. In Gran Bretagna ultimamente si fa più attenzione al sociale. L'Italia ha un panorama che spazia dal sociale allo psicologico. Il cinema americano è quello che mi attira di meno: in America ci sono senz'altro ottimi tecnici, e più mezzi economici, ma l'attore è diventato un mero prodotto di marketing, se non addirittura un robot”.
Durante la sua carriera ha interpretato perlopiù personaggi particolari, spesso misteriosi come femme-fatal, o che comunque erano anche difficili da capire. È dipeso dalle proposte che le hanno fatto, o da sue precise scelte?
“È dipeso da me: non ho mai fatto scelte di cassetta. Ho voluto dedicarmi a un cinema più di livello. Non mi interessano i personaggi banali, né le storie banali”.
Lo stesso vale per il personaggio che interpreta nel suo ultimo film, appena presentato in anteprima a Roma: “Rio Sex Comedy” di Jonathan Nossiter?
“Si certo. Mi divertiva dover interpretare il ruolo di un chirurgo plastico, che vive a Rio, dove dovrebbe operare ricchi e ricche signore, arricchendosi a dismisura, che invece tenta di dissuadere contro il proprio interesse. E questo in nome di un'etica e di un rispetto sia per la natura che per il sociale”.
A proposito di sociale: crede sia giusto che un personaggio famoso dello star sistem, debba essere impegnato o fare da testimonial per qualche campagna, per esempio dedicata alla salvaguardia dell'ambiente, piuttosto che all'infanzia abbandonata, o agli animali?
“Se sia giusto non lo so, cert amente può essere utile. Personalmente non ho molto tempo per seguire grandi iniziative, sono sempre in viaggio per lavoro, ma come posso partecipo anche a piccole sottoscrizioni, sia che riguardino l'ambiente, che per esempio il continente africano”.
A proposito di viaggi, lei ha una casa a Londra e una a Parigi. Non è stressante dividersi tra due abitazioni così distanti?
“Per quello che mi riguarda no. Mi piace poter pensare: questo week end mi annoio, voglio fare un salto a Londra o viceversa. A Parigi mi trovo molto bene per quello che riguarda la cultura, il modo di lavorare, soprattutto in ambito cinematografico. È una città elegante e discreta. A Londra vado volentieri perchè c'è la mia gente, gli amici, ma non la trovo affatto una città elegante e raffinata”.
E l'Italia?
“È ancora bella e attraente, malgrado voi facciate del tutto per rovinarla. Ci torno sempre molto volentieri. Il mio primo amore è stato il cinema italiano, e il primo amore non si scorda mai”. |