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Le figlie perdute della Cina PDF Stampa E-mail
Martedì 13 Settembre 2011 15:16
Il dramma delle donne cinesi racco8949_200_150ntato dalla scrittrice Xue Xinran

 di Claudia Rocco

Il destino delle donne cinesi,  sin dalla nascita, sembra ancora segnato da tradizioni culturali antiche e legislazioni, altrettanto ataviche e inique. Sono ancora frequenti oggi nelle campagne gli abbandoni o gli omicidi delle neonate. «Hai mai sistemato una bambina? » si è sentita chiedere la scrittrice e giornalista Xue Xinran durante un’intervista nelle campagne cinesi, una decina di anni fa. Lei, nata a Pechino, ma dal ’97 a Londra, da sempre attenta alle condizioni delle donne nei suoi numerosi programmi, ha raccolto molte testimonianze dirette di un fenomeno che ha voluto spiegare non solo a se stessa e ai lettori, ma anche alle migliaia di bambine cinesi date in adozioni nel mondo che si chiedono il perché del loro abbandono e alle madri vittime di un sistema, «che avranno per sempre lo strazio nel cuore». Nel saggio, “Le figli perdute della Cina” (Longanesi, 244 pagine 17,60 euro), l’autrice spiega in una lunga introduzione i motivi storici, sociali e politici, che hanno creato questa situazione, mostrandone poi attraverso 10 testimonianze dirette le conseguenze nella società di oggi. A Roma per il Festival Internazionale Letterature, la Xinran ha spiegato la genesi del libro.

 

Quali sono le ragioni di questi abbandoni o addirittura omicidi?

”Le principali sono tre. La prima è la tradizione culturale basata su regole arcaiche, legate all’agricoltura. Non solo il nome familiare si passa tra discendenti maschi, ma il sistema fiscale, che risale alle dinastie Xia (2070-1600 a.C.), Zhou (1027-256 a.C.aaa-anteprima-le-figlie-perdute-della-cina-di-L-jNQzDc.jpeg) e Wei (485 d.C.), non è mai cambiato sino ad oggi, neppure il partito comunista a quanto pare c’è riuscito. In base a questo sistema, solo per ogni figlio maschio viene assegnato alla famiglia un pezzo di terra in più. La situazione si è aggravata negli ultimi decenni per la “politica del figlio unico”, che iniziata nel 1979 come linea guida del partito – per cui molte famiglie, come la mia, sono state punite – è divenuta legge nel 2002 ed è stata attuata in modo molto rigido almeno sino al 2009, quando, nel mese di luglio, le autorità di Shangai hanno annunciato un “rilassamento ufficiale”, preoccupate di mantenere un equilibrio demografico. Anche se oggi, specie in città, i giovani credono nella parità sessuale, poi le generazioni precedenti fanno pressione per il figlio maschio. Molti giovani sono costretti ad andarsene dai paesini di campagna. Vi potranno tornare solo con l’erede”.

E il terzo motivo?

“Un terzo motivo è che dagli anni Novanta, c’è stata una politica di apertura verso l’Occidente, specie nelle città. Con la musica, i libri, è arrivata anche la libertà sessuale, ma i giovani cinesi non erano educati a proposito. Gli aborti e gli abbandoni sono aumentati vertiginosamente con un picco tra ’90 e ’92. Così è iniziata una politica di rieducazione sessuale e l’apertura alle adozioni internazionali. Nel 2004 uno studio di un’organizzazione benefica aveva contato 120.000 bambine cinesi adottate in 27 paesi del mondo”.

L’abbandono delle bambine però in Cina è stato riconosciuto come reato.

“Sì, è un reato, almeno questo. Ma la Cina è un paese molto grande e le campagne sono difficili da controllare. È una realtà poco nota di molti paesi asiatici. In Giappone non si parla nemmeno di abbandoni, né tanto meno di omicidi: le denunciano come “scomparse”. In India dal 1996 sono state proibite le ecografie per bloccare gli aborti selettivi, ma senza successo. Questa selezione è in atto in più paesi: Malesia, Singapore, Corea del Sud. In India negli ultimi 30 anni la popolazione è raddoppiata. Se fosse successo in Cina che ha già un miliardo e 300 milioni di abitanti sarebbe stata una catastrofe mondiale. Noi abbiamo sofferto, ma abbiamo dato un’opportunità in più al pianeta”.

La condizione delle donne in Cina è quindi ancora molto problematica.

“Dipende da chi sono e dove sono. Forse di più dal dove. Se vivono in città ormai non c’è differenza tra i sessi, come in Occidente. Sono istruite, civilizzate. Se si esce anche solo 3 ore da Shangai, si ritrova il mondo di 500 anni fa. Le donne non hanno pensiero proprio, la loro identità dipende dal marito. I giovani vogliono cambiare, molte ragazze vanno in città, a lavorare nelle fabbriche. E malgrado ciò che pensate in Occidente, vi garantisco che per loro è molto meglio che vivere in campagna. La situazione sta cambiando, ma non abbastanza. Negli ultimi 100 anni le donne hanno fatto molto per far sentire la loro voce. Importante sarebbe passare oggi dall’educazione delle donne all’educazione degli uomini. Le donne possono lottare per la loro indipendenza, ma vivono insieme agli uomini nel mondo. La scuola, la famiglia, la società deve far capire agli uomini che è ora di cambiare il sistema insieme alle donne, dando loro più opportunità e attenzione. Oggi c’è un’apertura, ma nessuno può trasformare in poco tempo la cultura di un miliardo e più di persone in un sistema democratico, di sana convivenza umana. Per questo bisogna valorizzare di più le donne”.

Perché ha impiegato così tanti anni per parlare di tutto ciò in un libro?

“Non sono una donna coraggiosa. L’argomento madre, per me è molto difficoltoso. Nel 2006 molte donne adottate mi hanno scritto per chiedermi il motivo per cui le madri non le avevano volute. Questa è la stessa domanda che io vorrei fare a mia madre. Affronto nel libro quindi anche un’esperienza personale. Faccio parte di quel gruppo di madri che non hanno un rapporto con la propria. Ho 53 anni e non ho mai festeggiato un compleanno con lei. C’è stato nella nostra famiglia un grande segreto: durante la rivoluzione culturale i miei genitori sono stati incarcerati per 10 anni, in due carceri diversi. La tragedia è stata che io e mio fratello non lo sapevamo, né loro sapevano cosa fosse successo a noi. Purtroppo non ho mai potuto parlarne con mai madre, non l’ho più vista. Penso che lei abbia paura, provi sensi di colpa, rifiuti il dolore. Comunque sino ad oggi non sono ancora riuscita a convincerla. Spero che ci riuscirò. Penso sia indispensabile per andare avanti che ci sia un chiarimento tra generazioni, che hanno vissuto vite molto diverse. Ci deve essere questo sforzo di capirsi. Come me molte donne non hanno avuto la possibilità di affrontare la questione. Questo libro l’ho scritto per me”.

 

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