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IL PIATTO E LA BANDIERA geopolitica in cucina PDF Stampa E-mail
Mercoledì 04 Maggio 2011 10:25
di Oretta Zanini Dbandiera_italiana_food_01e Vita

 

Fatta l’Italia, si sarebbero dovuti fare gli italiani. Cosa assai difficile, vista anche oggi  in una moderna prospettiva! Si sarebbe perciò dovuto insegnare al piemontese come preparare correttamente la pasta con le sarde, oppure al siciliano come servire un corretto risotto allo zafferano, cotto al punto giusto (che per lui è quasi crudo).  E poi come pensare di abituare il palato lombardo all’uso del piccantissimo peperoncino o come spiegare al calabrese la delicatezza di una bagna caoda!

 

 

Oggi, sì, abbiamo fatto un’Italia unita, disegno politico studiato a tavolino da chi in quel momento dirigeva i giochi sullo scacchiere europeo, poco edotto su quelle che erano le  peculiarità dei diversi territori forzosamente accorpati. In Friuli Venezia Giulia, ad esempio, si parlano due lingue diverse e vi sono  ben radicate due culture alimentari:  dalle patate e dalle verze, ci si immerge in una cucina di mare della costa: dai cjalsons al pesce dell’Adriatico.

Il Lazio, poi,  è stato formato rubacchiando terre qua e là. Un pezzetto di Toscana che ha portato con sé la medesima acqua cotta; un pezzetto di terra umbra con l’uso dei suoi  speciali legumi: e, per finire, anche un pezzetto di Abruzzo perché così Amatrice e la sua preziosa e famosa amatriciana  è diventata un  patrimonio gastronomico  del Lazio e ormai di Roma stessa. Questo dei furti geografici è un discorso divertente. La Toscana si è fatta rubare persino il monte Fumaiolo da dove nasce il sacro Tevere, perché Mussolini, con mossa astuta, ha fatto spostare i confini regionali  per portare il monte in Emilia Romagna. Lo solleticava poter sostenere che lui e il  fiume di Roma avevano gli stessi geografici  natali!

Il buon Re Vittorio, titolare dell’Unificazione italiana, quando si stava preparando a conquistare la nuova capitale del Regno, soleva dire che era ora di finirla con Roma eterna e con l’Elmo di Scipio, del quale, diceva “vanta feje drinta la pasta sutta”. E certo non sapeva che quella sapida pasta che la bella Rosina  gli metteva nel piatto proveniva da quel profondo sud del suo nuovo regno, così come il prelibato Marsala servito a tavola arrivava da una lontana isola di cui forse conosceva a malapena  la posizione nell’Atlante geografico di Corte.

Ma la geopolitica del cibo ha confini  molto  più ondivaghi: perché mai la “genovese” è un ragù napoletano? E perché la “zuppa inglese” vuole vantare  natali in tre regioni diverse (Piemonte, Emilia, Lazio)? E come mai i corzetti liguri son fatti come gli strascinati in Puglia e in Lucania?  E che dire della”parmigiana di melanzane”, che deve forse il suo nome emiliano   alle celebri “melanzane alla parmigiana” che davvero si preparano con il parmigiano  dove a Napoli troneggia la mozzarella.  Perché la cucina, volando sopra le guerre del Risorgimento e le conquiste dei Savoia, si è spostata lungo lo Stivale senza passaporto e senza varcare stupide frontiere.

 

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