di Oretta Zanini De Vi ta
“Lo zafferano regala un futuro all’Afghanistan”: così recitava un vistoso cartellone all’ingresso dello stand della Brigata Alpina Taurinense al recente Salone del Gusto di Torino. Lì per lì è stato difficile trovare un collegamento logico tra l’enorme emporio del cibo del Salone di Torino e la Brigata alpina appena rientrata dall’Afghanistan. A stento siamo riusciti a raggiungere il banco dove è andato a ruba il primo zafferano prodotto in Afghanistan, sotto l’egida dell’esercito italiano e che ha sostituito in piccola parte l’oppio coltivato laggiù per i talebani. Ad avere l’idea sono stati proprio loro, i ragazzi della Brigata alpina, gente abituata a camminare in mezzo alla natura osservando la frutta e i fiori prodotti laggiù da una terra fertilissima, dove i contadini sono costretti a coltivare oppio che consegnano ai Talebani con un ritorno economico quasi inesistente.
A questa umanità di diseredati dunque è stato proposto di sostituire l’oppio con lo zafferano che ha un ritorno economico tre volte maggiore. E lì è cominciato il lungo e difficile lavoro di convincere i contadini a sostituire l’oppio con i bulbi: quasi insormontabile sembrava questo compito, perché i contadini soprattutto temono le ritorsioni da parte dei talebani che dell’oppio hanno bisogno per le loro guerre.
Ma l’idea di un guadagno maggiore e soprattutto la possibilità di uscire dall’illegalità ha aperto una piccola breccia nella popolazione, la quale ha posto il problema di procurarsi i bulbi, loro che sono poveri e che non hanno risorse finanziarie da investire. Così gli alpini hanno fornito ai contadini, non senza enormi difficoltà, due tonnellate di bulbi, avviando così il progetto zafferano, un progetto tutto italiano.
Il ten. Silvia Guberti, che con un sorriso radioso stava allo stand di Torino, ha lavorato laggiù, durante il servizio, con l’associazione di 480 donne che producono lo zafferano e quest’anno gli alpini hanno portato a Torino il frutto del primo raccolto. Il successo è stato incredibile!
A ben riflettere, soprattutto per le popolazioni diseredate, il discorso economico ha un peso per noi difficilmente immaginabile: in nome di un guadagno i coltivatori afgani accettano anche di correre rischi di rappresaglia da parte dei talebani. Infatti, il primo invio di bulbi che viaggiava su due camion, è stata fatta saltare in aria dai guerriglieri; ma gli alpini non hanno gettato la spugna e il secondo invio, che ha portato sul posto due tonnellate di bulbi con gli elicotteri militari italiani ha messo in condizione i contadini di seminare e di raccogliere. Certo, ancora oggi in Afghanistan ci sono bombe e guerra, ma forse lo zafferano potrà aprire una strada, anche se faticosa, alla pace e ad una stabilità che è oggi la massima aspirazione di quella gente che, a sentire gli alpini italiani che sono ritornati, ce la sta davvero mettendo tutta. Nel 2005 in Afghanistan si coltivavano a zafferano, quasi esclusivamente per uso interno, soltanto 16 ettari; nel 2009 sono diventati 310 e nel 2011 aumenteranno di altri 30 e la crescita così esponenziale fa ben sperare per la riuscita di questo progetto, tutto italiano che i nostri militari stanno tentando di esportare anche in altre aree di guerra e chissà se, primo esempio assoluto nella storia, lo zafferano riuscirà laddove non stanno riuscendo le armi.
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