|
di Oretta Zanini De Vita
Erano partiti a torme, vestiti di nero, lasciando quasi spopolati molti paesi del Sud. In Calabria, alcuni centri persero quasi il 90 per cento della popolazione abile: restarono a casa solo gli anziani.
Il coraggio che solo la fame può dare, aveva fatto imbarcare sui bastimenti diretti in Sud America e negli Stati Uniti tutti gli uomini e le donne abili al lavoro. Nelle grosse valige legate con lo spago avevano stipato con la speranza, ben avvolti nella carta azzurra, i lunghi spaghetti che allora si comperavano dal droghiere. Era come portar con loro la cucina di casa. Il lungo viaggio terminò per tutti nel soggiorno forzato a Ellis Island, quel grande casermone rosso di fianco alla Statua della Libertà, che ancor oggi è meta di pellegrinaggi da parte dei figli e dei pronipoti degli emigranti di tutto il mondo.

Quelli che sembrano grandi hangar vuoti, all’interno, hanno raccolto torme di lavoratori, uomini bruciati dal sole, donne e bambini dai grandi occhi neri spauriti che dovevano dichiarare le loro generalità di italiani davanti a doganieri dall’aria inflessibile che parlavano una lingua sconosciuta. Italiani! Chissà se sapevano davvero il significato di questa parola, loro che avevano dovuto digerire in fretta il cambiamento di un Re che da napoletano diventa piemontese. Il problema doganale dovette presentarsi con il contenuto delle loro valige: era proibito introdurre in America prodotti suini e ancor oggi i doganieri aeroportuali, al momento del transito ti guardano severi negli occhi e ti domandano se porti con te prosciutti, salami o cose del genere. Deve trattarsi della vecchia norma protettrice in vigore da quando, secoli fa, i nostri maiali erano colpiti dalla peste suina sconosciuta in America. L’impatto con la realtà di una città come New York deve essere stato durissimo, come durissimo fu il lento inserimento nel mondo del lavoro: dapprima si accontentarono di lavori umili, e i figli a scuola quasi si vergognavano del loro nome italiano. Qualcuno si ingegnò ad aprire nel Bronx una trattoria a uso dei connazionali dove si servivano spaghetti ma soprattutto la pasta fatta in casa, e qualche newyorkese curioso fece lì le prime esperienze con un piatto di pasta asciutta. Ecco come deve essere cominciata la grande epopea della pasta alla conquista dell’America. Perfino il grande presidente Thomas Jefferson, nei primissimi anni dell’800, ai tempi della grande osmosi verso l’America di tutto quello che di nuovo si faceva in Europa, muove in un viaggio verso il vecchio continente alla ricerca di nuove tecnologie da riportare in patria; in particolare invierà da Parigi un emissario a Napoli per procurarsi una macchina per la pastificazione della quale aveva sentito parlare. Il personaggio visita i pastifici della costa sorrentina e amalfitana relazionando il Presidente attraverso una fitta e circostanziata corrispondenza su tutto quello che aveva visto e provato: tipo di macchine, peso, dimensioni. E alla fine una macchina fu spedita negli Usa. Non sappiamo che uso ne sarà poi fatto, ma certamente Jefferson, che era un buongustaio, tornando in America diede istruzioni al suo servizio affinché nel bagaglio non mancassero maccheroni e cacio parmigiano. Ancora verso la fine dell’Ottocento, man mano che il lavoro, il benessere si sono diffusi tra i nostri connazionali, l’America è diventato il nostro maggior importatoredi pasta. In quel momento, oltreoceano, il mercato era praticamente in mano a pastai italiani, anche se aveva cominciato a farsi strada qualche piccola industria locale. Già nel 1865 il fornaio Goodman sposta la sua bottega da Manhattan a Philadelphia dove apre anche una piccola fabbrica di maccheroni e spaghetti, seguito due anni dopo dal pastificatore americano Frederic Mueller che lavora a Jersey City. Ma sarà soltanto nel 1914 che l’italo-americano Vincent La Rosa getta a Brooklyn le basi di un impero pastario che farà seria concorrenza alle importazioni italiane. Nascerà in quel periodo a New York addirittura un Maccaroni Journal che contribuirà a diffondere nel mondo la stupidaggine di Marco Polo che avrebbe portato per primo la pasta in Italia. Ma tornando ai nostri coraggiosi emigranti, oggi i loro nipoti e pronipoti tengono il loro cognome italiano come un fiore all’occhiello simbolo di cultura, e i ristoranti italiani di New York vi servono la pasta cotta perfettamente al dente e correttamente condita. Anche nei banchi dei grandi Gourmet shops, dove i frettolosi lavoratori consumano il loro lunch a mezzogiorno, troviamo esposti diversi piatti di pasta: dalle penne agli spaghetti con condimenti differenziati, ma sempre in riga con le nostre tradizioni. I gestori, per la maggior parte indiani, hanno imparato a cuocere finalmente la pasta “al dente”! Ma se non è difficile insegnare agli stranieri come si cuoce e si condisce la pasta, altra cosa è poi, a tavola, mostrar loro come si arrotolano correttamente gli spaghetti sui rebbi della forchetta, senza che diventino un boccone talmente grosso da non poter essere infilato in bocca. Per la verità, sono pochi anche gli italiani che conoscono la regola di prendere dal piatto solo due spaghetti di numero che poi, arrotolati, diventeranno un boccone dalle dimensioni accettabili! Però gli americani, non avendo le nostre barriere mentali, hanno risolto il problema tagliandoli prima con il coltello e la forchetta. In questo modo, la pasta, ma anche la pizza, sono davvero diventati il pasto quotidiano per quasi tutte le persone che consumano fuori casa il pasto di metà giornata. L’italianità che ti avvolge quando passeggi sui marciapiedi di Manhattan non è solo dovuta ai grandi nomi della moda; oggi i moltissimi ristoranti italiani sfoderano a grandi lettere il loro nome italico che suona come sinonimo di cultura. E aveva proprio ragione Prezzolini quando sosteneva che “gli spaghetti hanno diritto di appartenere alla civiltà italica come e più di Dante”. |