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Nomadi globali PDF Stampa E-mail
Lunedì 14 Giugno 2010 13:15
di Ornella Rota
 
Sono i cittadini del mondo, esistono da sempre. Oggi in numero crescente, li definiamo nomadi globali; nel secolo scorso la sociologa statunitense Ruth Useem li chiamò third culture kids, traducendo ragazzi di cultura terza, e ne studiò a lungo le caratteristiche.
Provengono solitamente da famiglie di buon livello socio/culturale, con un tasso di divorzi inferiore alla media; per lo più figli di diplomatici, imprenditori, insegnanti, militari, atleti professionisti, giornalisti.
 
Hanno una probabilità di laurearsi quattro volte maggiore rispetto a chi è cresciuto in un unico ambiente, appaiono più maturi durante l’adolescenza ma più lenti a diventare adulti, conoscono varie lingue (a cominciare dall’inglese), prediligono le carriere internazionali, si dimostrano duttili, disponibili all’accoglienza. Per contro, corrono anche possibili rischi inquietanti, come un tasso di depressione e di suicidi che sembra superiore alla media e, soprattutto, una costante sensazione di estraneità.
 
“Io a volte mi visualizzo come un puzzle di anime composte di tanti colori, suoni, lingue, codici di comunicazione che durante i soggiorni nei vari Paesi si sono stratificati e al momento opportuno emergono”, riflette Angelo Sturiale, un bell’esemplare di cittadino del mondo con passaporto italiano. Una quarantina di anni, originario di Catania, musicista, scrittore, artista visuale, attualmente in Messico dopo avere percorso il mondo in lungo e in largo, non soltanto come compositore residente. Parla inglese, spagnolo, francese e, come per affiancare alle strade del mondo un percorso anche nel tempo, studia il sanscrito, il pali, altri idiomi antichi. “I linguaggi”, dice, “mi affascinano per la straordinaria mobilità e varietà di interpretazioni possibili: sono continuamente in movimento, come lo è la vita”. A Monterrey, all’Istituto Tecnologico e di Studi Superiori, Angelo è preside della Facoltà di Ingegneria in Produzione Musicale Digitale, nonché docente di musica sperimentale e sociologia della musica. L’incarico dura da quasi quattro anni, presumibilmente si protrarrà.
 
Perché il Messico?

“Malgrado i legami culturali con la Spagna, i messicani sono nel fondo americani, nel senso di appartenenti al continente America, dove la presenza del passato è molto meno ingombrante che da noi e il futuro viene continuamente immaginato. E sia pure con tutte le loro contraddizioni gli Stati Uniti testimoniano l’idea contemporanea del superamento della divisione tra le tante realtà. Presentano questa meraviglia di mondi diversi che sono compresenti e possono anche entrare in conflitto l’uno con l’altro ma che alla fine si ritrovano, tutti, nella medesima idea di Paese, di cultura, quella americana è una cultura fatta di tante culture. Insegnare qui significa lavorare con menti vergini e sognanti, fresche, che hanno voglia di creare, di sperimentare, di scommettere sulle proprie capacità, di entusiasmarsi. In Europa invece percepisco la stanchezza anche fra i ventenni; io guardo sempre avanti, mi piace dimenticarmi del passato, mi tuffo nel futuro”.                                    
 
La tua composizione più recente?
“Kids home alone (‘Bambini a casa da soli’), creata per un quartetto di percussionisti che si esprimono anche con le voci. Racconta il mondo sonoro che scaturisce dalla ribellione dei bambini a tutte le censure, divieti, proibizioni dovute alla presenza dei genitori. Mi sono divertito a immaginare percorsi fantastici compiuti non da strumenti musicali ma attraverso suoni concreti: dei piatti, il campanello di una bicicletta, delle bottiglie rotte, dei colpi di martello, delle forchette, la tastiera di un computer. Il bimbo come metafora della libertà assoluta, una musica che si presenta assolutamente anarchica ma allo stesso tempo, paradossalmente, organizzata fin nei minimi particolari. Come sappiamo tutti - io poi sono appassionato di cultura giapponese - il massimo della naturalezza si può ottenere solamente attraverso il massimo dell’artificio”.                                                                                                               
 
Se ti chiedono di dove sei?
“Gli altri mi identificano, in genere, come italiano e al tempo stesso cittadino del mondo per il mio stile di vita e il tipo di lavoro. Io penso che casa mia sia dentro di me; almeno finora, non mi è mai capitato di sentirla altrove.
Di dove sono… a essere proprio sincero non saprei rispondere”.                                                                                                
Siamo davvero sicuri che sia un problema?

Curiosità…                                                                                                                                             
 
Fra i più celebri nomadi globali ci sono il presidente degli Stati Uniti Barack Obama nato nelle Hawaii da madre statunitense e padre keniota, cresciuto in Indonesia; il presidente della Corea del Nord, Kim Jong Il nato nell’ex Unione Sovietica, infanzia in Cina; l’ex primo ministro francese Dominique de Villepin nato a Marocco, studi in Venezuela; lo zoologo, esploratore e saggista Gerald Durrell, infanzia e adolescenza in Grecia e India; l’attore Keanu Reeves nato in Libano, cresciuto in Australia; l’attore Viggo Mortensen (Aragorn nella trilogia Il signore degli Anelli), infanzia a New York  e adolescenza in Venezuela, Danimarca, Argentina.
 

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