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Prigionieri del fattore Tempo PDF Stampa E-mail
Mercoledì 25 Gennaio 2012 12:57

mario_monti di Pierluigi Severi

 

Se la politica dell'Ue non cambia un Paese da sempre molto europeista come l'Italia potrebbe rifugiarsi tra le braccia dei populisti. Sono le parole pronunciate dal premier Monti in un'intervista a Die Welt nel giorno della sua visita a Berlino. “È una sensazione diffusa che nella politica italiana dopo Monti — sempre che il suo governo concluda con successo il compito che si è assegnato — nulla sarà più come prima”; a scriverlo è Ernesto Galli della Loggia in un editoriale sul Corriere della Sera. Entrambi si riferiscono al possibile futuro politico dell’Europa e dell’Italia. Proviamo a mettere le due previsioni insieme, l’una preoccupata l’altra più ottimista. In comune hanno la presa d’atto che la politica internazionale, la UE, i governi nazionali europei, il nostro governo Monti, non hanno altra scelta che “la politica del mercato”, per evitare fallimenti nazionali con effetto domino. Un scelta che tende a ripristinare una rigorosa politica pro- mercato nonostante che le cause dei disastri della crisi economico-finanziaria in atto siano stati proprio il mercato, le banche e la spregiudicata avidità del capitalismo finanziario. Difficile non cogliere il paradosso. A testimoniarlo c’è l’irresponsabile ruolo delle agenzie di rating, sono loro che dettano l’agenda politico-economica dei governi democratici. Dove sono finite democrazia e politica? Lecito chiederselo. La politica consiste nel privatizzare gli utili e socializzare le perdite? Questa scelta, socialmente ingiusta, scommette su un’unica chance, rimettere in moto, davvero e presto, sottolineo presto, l’economia italiana ed europea. Peccato che la previsione, nel breve periodo, sia di segno opposto: recessione. Il rischio populista, paventato da Monti, è perciò concreto. Non solo in Italia. Deaglio sulla Stampa, commentando le norme annunciate a Bruxelles, ha concluso:«A questo punto l’interrogativo diventa politico, è socialmente sostenibile una situazione simile oppure i poveri europei rischiano di essere travolti da una protesta sociale tanto più grave quanto più disordinata?».Interessante ma troppo ottimista, invece, l’ipotesi fatta da Ernesto Galli della Loggia sulla prospettiva politica italiana. Al termine dell’esperienza Monti, la politica cambierà. In meglio. Se l’azione di governo avrà successo, è la condizione che pone. E per successo intende non la sua durata (fine legislatura nel 2013) ma il conseguimento dei risultati annunciati, riassunti nelle tre fatidiche parole: rigore, equità, crescita. Per ora siamo in presenza di misure recessive. Sono attese quelle per la crescita. Se arrivassero, avrà successo? La scommessa è tutta lì. Sarebbe un miracolo se Monti la vincesse. Perché un miracolo? Ammesso pure che i preannunciati decreti – uno al mese secondo il potente ministro dello sviluppo – arrivino e contengano spirito e contenuto davvero riformatore, prima che riescano a produrre gli effetti concreti necessari per rimettere in moto la crescita economica passerà del tempo. Ma il tempo a disposizione del governo Monti è ristretto, poco più di 12 mesi. I precedenti, in altre esperienze europee, dicono che per vedere gli effetti positivi di una qualunque politica riformatrice di crescita economica e sociale occorrono tempi ben più lunghi. Né Thatcher né Blair, sia pure con politiche diverse, sarebbero riusciti a fare i cambiamenti che hanno fatto in Gran Bretagna se non avessero governato a lungo. La Thatcher governò ininterrottamente per 11 anni. Il leader laburista chiese agli elettori, e lo ottenne, il rinnovo del mandato, governando per 8 anni. Il tempo riformatore, insomma, pretende ben più di un anno. Figuriamoci in una società e in un sistema istituzionale così incrostati di corporativismi e burocratismi qual è il nostro. Monti e il suo governo hanno un mandato avarissimo di tempo. Il rischio è che gli italiani – lavoratori, professionisti, imprenditori, commercianti, cassaintegrati, giovani e donne disoccupati, sentano bruciare sulla loro pelle i sacrifici “lacrime e sangue” per tutto il 2012 e parte del 2013, e non facciano in tempo ad apprezzare le conseguenze benefiche (del tutto incerte) degli eventuali provvedimenti di crescita. Un vizio tutto italiano è sempre stato quello di annunciare riforme, in rari casi persino di votarle, senza mai tenere conto del tempo necessario per rimuovere gli ostacoli e le resistenze che si incontrano nella loro effettiva attuazione, quelle vecchie abitudini corporative, quelle resistenze alla semplificazione di procedure e meccanismi burocratici, a cui stiamo assistendo proprio in queste settimane. Quand’anche fosse che Monti e i suoi ministri si mostrino capaci di evitare questo vecchio vizio, di certo non possono sfuggire alla realtà: per fare cambiamenti riformatori serve tempo. Ritorno al punto in questione: avrà successo il governo Monti? Secondo un rapporto Ocse su crisi e divario sociale, in Italia la diseguaglianza tra i redditi più elevati e quelli più bassi cresce, e resta ben al di sopra della media dei Paesi occidentali. Per essere più chiari, entro la scadenza di fine legislatura riuscirà ad avere l’opinione pubblica dalla sua, non solo stremata e arrabbiata per i sacrifici ma gratificata da evidenti contropartite sociali, dalla ripresa della produzione e dei consumi ? Ne dubito. Non è in discussione la determinazione di Monti, quanto l’impossibilità oggettiva di riuscirci in così poco tempo. E se non riesce nell’intento, è assai improbabile che la politica ritrovi la bussola. Concludo ricordando che a primavera ci sono le elezioni amministrative: si voterà per il rinnovo dei consigli in 994 Comuni, saranno interessate tutte le regioni tranne il Trentino Alto Adige, gli elettori chiamati al voto circa 11 milioni. C’è qualcuno che pensa che i risultati elettorali di un test elettorale così ampio non avranno conseguenze sul governo e sui partiti?

 


 

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