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di Enzo A. Becchetti
Lo dice anche l'indagine sulla condizione operaia in Italia, commissionata dal Pd e accuratamente oscurata durante la recente kermesse genovese del partito; gli oprai sono cambiati. Politicamente orfani (il 42% non si sente tutelato da nessun partito), culturalmente agnostici, sindacalmente freddi, aziendalisti convinti e orientati al salario. Gente da 1.000 euro al mese (le donne meno), che sta in fabbrica da quando aveva 18-19 anni, poco disposta a combattere per la propria gratificazione professionale (roba da colletti bianchi) e molto interessata a tutto quello che rende denaro. Questo Marchionne lo sa bene, Confindustria un po' meno, i Sindacati lo sanno ma preferiscono tacere. Lo sanno tutti che Confindustria esiste solo nei Paesi europei ad alta disoccupazione, mentre in Inghilterra (patria del sindacalismo moderno) e negli Stati Uniti, la National Association of Manifacturers è solo uno (e nemmeno il più potente) dei tanti gruppi di pressione (lobby) regolarmente iscritti all'albo e accreditati presso il Congresso.
Così come tutti sanno che le più grandi imprese iscritte a Confindustria sono ex monopolisti pubblici che hanno adottato il doppiopetto e adesso sono monopolisti privati: Ferrovie, Telecom, Poste Italiane, Enel, Eni. Privati per modo di dire. Potete immaginare quanto siano interessati alle liberalizzazioni, alle privatizzazioni, alla nascita di nuovi competitor. Sicuramente non rappresentano il mondo delle imprese italiane, quelle piccole e piccolissime che ogni giorno filano e ordiscono il tessuto produttivo del Paese. Anche questo Marchionne lo sa bene, mentre Sindacati e Confindustria fanno finta di non saperlo. Fino a tutti gli anni '90 le economie dei singoli Paesi erano sostanzialmente “regionali”, nel senso che interagivano con le aree geopolitiche definite dalla Seconda Guerra Mondiale. Società economica, società civile e società politica erano le tre gambe con cui si muoveva il progresso. All'interno di quelle aree ciascuno adottava regole proprie. Gli scambi commerciali non risentivano delle diverse forme istituzionali. Il fenomeno che chiamiamo globalizzazione, invece, ha fatto in modo che tutte le società economiche (e, di conseguenza, quelle civili e quelle politiche) dipendano le une dalle altre. Quando funziona in positivo questo fattore si chiama interdipendenza, quando gira al contrario diventa il classico “effetto domino”. La Merkel fa una battutaccia sulla Grecia e le Borse di mezzo mondo perdono punti. Standard e Poor rivede i rating dei singoli Paesi e si scatena il panico da Hong Kong fino a Francoforte.
Se Fiat compra Chrysler e torna a occupare il 10% del mercato USA, mentre in Brasile immatricola 394 mila pezzi (oltre il 20% del mercato), tutti sorridono. Poi arriva la doccia fredda di Moody's, che declassa il debito Fiat di un gradino perché, sostiene, “la capacità innovativa del marchio e la sua scarsa diversificazione geografica” saranno un ostacolo serio nei prossimi dieci anni. Marchionne sa bene che la presenza Fiat in Cina e India è trascurabile, mentre Confindustria lo ignora e i sindacati italiani non si pongono il problema, anche perché non conoscono le lingue straniere e non leggono il Financial Times.
La Fiat esce da Confindustria perché l'associazione degli industriali non rappresenta più gli interessi della Fiat. Da una parte Fiat a giugno porta a casa l'accordo sull'articolo 8 (industriali e lavoratori possono firmare accordi aziendali anche molto diversi dai contratti nazionali, tipo Pomigliano), dall'altra Confindustria a settembre si mette di traverso sull'articolo 8 per ragioni politiche. “Fiat, che è impegnata nella costruzione di un grande gruppo internazionale con 181 stabilimenti in 30 Paesi, non può permettersi di operare in Italia in un quadro di incertezze che la allontana dalle condizioni esistenti in tutto il mondo industrializzato.”
Il “quadro di incertezze” che deriva dalla continua intromissione della politica nelle questioni industriali. Marchionne non vuole eliminare il sindacato, ma lo vuole rappresentativo nelle sue fabbriche e basta. Infatti, apprezza l'accordo del 28 giugno riferito all'articolo 8. Non teme la Fiom, che nelle sue fabbriche dovrà vedersela con le altre sigle sindacali e con gli operai sempre meno sindacalizzati. Teme, invece, i pastrocchi all'italiana che si reggono sulle firme di tutte le Confederazioni, compresa Confindustria. Teme che l'accordo del 21 settembre 2011 rimetta tutto in discussione, dilatando i tempi delle decisioni e ostacolando la capacità di risposta dell'azienda, in un mercato che opera sul ciclo delle 24 ore e che nelle 24 ore può decidere sulle sorti di un titolo.
Fiat ha 138.000 dipendenti, di cui 77 mila in Italia. Troppi, per poter accettare il rischio di una implosione locale (il fallimento di Fabbrica Italia) che avrebbe ripercussioni immediate su tutta la catena Fiat.
E pensare che era stato proprio Giovanni Agnelli, il capostipite, a fondare l'Associazione degli industriali torinesi, per contrastare la crescente forza del sindacalismo operaio di matrice socialista. Nel Dopoguerra, la Fiat si è proposta come motore della ricostruzione, azienda italiana per eccellenza, azienda-Stato sia per le sue dimensioni sia per l'intreccio forte con il potere politico conservatore. Percorso che culminerà, alla fine degli anni '80, con l'acquisizione dell'intero settore automobilistico italiano e la creazione della holding.
Marchionne, italo-canadese con residenza in Svizzera, non è contaminato dalla cultura della mediazione levantina, tipica della bassa politica italiana. Ha il completo appoggio della cosmopolita famiglia Agnelli-Elkann, molto meno italica della generazione precedente. Cambiano le persone, cambiano i modelli di relazione, cambiano le regole. Non possiamo affrontare i problemi di oggi con il pensiero di ieri. Cercare di ricostruire le condizioni del passato non ha mai portato a risultati positivi. Un'antica preghiera pellerossa dice: “Signore, dammi la forza di accettare le cose che non posso cambiare, la volontà per cambiare quelle che posso e la saggezza per riconoscere la differenza”. |