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d i Pierluigi Severi
Scrivo nel giorno dello sciopero (inutile) della Cgil, della seduta del Senato chiamato ad una approvazione lampo della manovra anti-crisi, cambiata in queste ore per la quarta volta. Scrivo mentre l’euro crolla ai suoi minimi, lo spead Btp-Bund schizza a 370 punti, la cancelliera Merkel paragona l’Italia alla Grecia e negli operatori finanziari cresce la diffidenza sulla efficacia della manovra nel sistemare i conti pubblici. “Serve più efficacia” ha detto lo stesso Presidente della Repubblica, dopo che Bankitalia aveva messo in guardia sul “rischio stagnazione che rallenterebbe anche la flessione del peso del debito sul Pil”. Senza crescita economica, infatti, la corsa al risanamento si profila come una fatica di Sisifo. Non si tratta di fare “l’anti-italiano”, ma di prendere atto di un’amara realtà: a rischiare il fallimento è ormai l’intero sistema-Italia, istituzionale, produttivo, sociale.
Tra i più feroci e lucidi critici, benché di simpatie berlusconiane, c’è Cirino Pomicino, vecchio dc e gran conoscitore della materia: “negli ultimi dieci anni la crescita economica italiana è stata del 3% a fronte del 12% in Francia per non parlare della Germania e il debito è aumentato di 16 punti di Pil arrivando al 120%. Questi dati testimoniano il fallimento delle politiche di bilancio dal 1994 in poi visto che nel 1991 il pareggio di bilancio primario era già stato raggiunto e nel 1992 ci fu un avanzo primario dello 0,6% del Pil (oggi dopo 20 anni è dello 0,1)” (Il Tempo, 20/7 e 14/8). Con alle spalle una simile storia di obiettivi falliti sui conti pubblici alle spalle e con politiche economiche che hanno spinto l’Italia al declino, per bassa produttività, contrazione di consumi, disoccupazione, perdita di competitività, invertire la rotta non è facile. I protagonisti politici, da destra e da sinistra, non sono cambiati; a cominciare da Tremonti per 8 anni titolare dell’Economia.
La speranza, si dice, è l’ultima a morire. Dobbiamo perciò aggrapparci alla speranza di un miracolo, al solito stellone italico. Ma perché possa brillare, servirebbe un salto di qualità della nostra classe dirigente. Si intravede? Macchè, nessun segnale in tal senso. La politica impotente è sommersa dal fango dei Tarantini, Lavatola, Penati, P3 e P4…Non bastano le invocazioni sagge di Napolitano: “un impegno comune per approvare al più presto la manovra” o “finché il governo ha la fiducia, nessuna idea di esecutivo diverso”. I partiti si mostrano sordi e ciechi, si insultano, si arroccano in difesa per gli scandali, annaspano senza idee. Come saremmo felici se Bersani ci risparmiasse la solfa del “dimettiti” rivolto a Berlusconi, dando testate contro il muro e sbagliando due volte: la prima, per quel che dice appunto Napolitano (il governo finché ha i numeri…), la seconda perché è pazzesco pensare ad una crisi di governo nel bel mezzo di una crisi finanziaria di tale gravità, sotto i riflettori della UE, della BCE e delle agenzie di rating, senza che nessuno sappia quanto sia risolvibile. Giocare come se il gioco fosse ancora quello di prima della crisi, ossia quel normale gioco dialettico tra governo e opposizioni, tra berlusconismo e antiberlusconismo, rivela irresponsabilità. Quando la casa brucia invocare la responsabilità nazionale è perciò il minimo che si possa fare, ma ciò non implica di per se una crisi di governo al buio, con i prevedibili impantanamenti che ne seguirebbero; sappiamo tutti come è fatta la nostra politica, bizantina negli intrighi e barocca nelle sue forme. Sarebbe già gran cosa se tutti rinunciassero (per scopi elettorali) al vizio di concedere, a turno, protezione alle resistenze corporative di cui l’Italia è prigioniera. E a proposito del corporativismo-male italiano, tra i commentatori filogovernativi c’è chi coglie una antica verità, benché in questo caso usata per difendere gli indifendibili go and stop estivi sulla manovra del trio Berlusconi, Bossi, Tremonti. La verità è questa: qualunque prelievo fiscale o taglio alla spesa venga proposto, che tocchi interessi corporativi e privilegi consolidati, scatena rabbiose resistenze. Ma andrebbe aggiunto che quasi nessuno intende davvero contrastarle: si tratti di “costi della politica”, di province da eliminare, di piccoli comuni da accorpare, di notai, medici, commercianti, persino di ricchi e straricchi. Molte le sceneggiate, nessun fatto concreto. In ogni caso, l’argomento di una società italiana fortemente corporativa non può nascondere né giustificare l’ abborracciata manovra che il governo porta al voto parlamentare, che, oltre che ingiusta, resta “incerta” rispetto all’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013.
Concludo, rilanciando il sospetto esplicitato da Pomicino: o è una manovra stupida di un ministro non all'altezza della sfida o è dolosa. Il dolo nascerebbe da Tremonti che, come è noto, gode credito negli ambienti internazionali: far cadere Berlusconi, sia pure screditando il governo di cui fa parte. Per poi presentarsi come salvatore. Intrigo, se fosse, molto azzardato.
Pensando al bene dell’Italia, se tutto va bene siamo rovinati. |