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"Senza diritti il lavoro è schiavitù" PDF Stampa E-mail
Venerdì 20 Maggio 2011 13:11

Camusso_ritrattoIntervista a Susanna Camusso

di Pierluigi Severi

In questa epoca di mercanti, secolare e tecnologica, ispirata più al facile denaro che al lavoro, sapere che alla guida del più grande sindacato italiano c’è una donna sobria, nata e cresciuta a Milano a pane e fabbrica, temprata da decenni di lotte sociali, ci trasmette, come dire, un senso di fiducia. Parliamo di Susanna Camusso, ottavo Segretario generale della Cgil. L’abbiamo intervistata nel solo modo possibile, presa com’era dai suoi impegni per la preparazione dello sciopero generale: ponendole alcune domande scritte, più politiche che di contenuto sindacale. Ecco le risposte.  

 

Parliamo dello sciopero generale, da sempre la più forte mobilitazione sindacale contro il governo. Perché? E cosa pensa di ottenere?

"Abbiamo deciso di proclamare uno sciopero generale per lanciare un messaggio di responsabilità verso un Paese in progressivo declino. È una decisione che abbiamo assunto per cercare di arrestare un processo di degrado che avanza con una celerità tale che mette in discussione non solo il futuro, ma anche il presente di tutti noi. Il governo, come dimostrano gli ultimi suoi atti - mi riferisco al documento di economia e finanza e al piano nazionale di riforme - non investe nella crescita, deprime l’economia e scarica i costi della crisi sui lavoratori e sui giovani. La nostra volontà è quindi quella di rimettere al centro il lavoro e fare in modo che quest’ultimo possa riprendersi la scena”.  

 

La provoco: anche lei antiberlusconiana? Eppure mai come in quest’epoca globalizzata gli attori politici non si esauriscono in un solo uomo al comando, e neppure in un governo, in una maggioranza, neppure nel solo ruolo del parlamento, perché ci sono anche  le elites del potere economico-finanziario sovranazionali e l’influenza crescente che esercitano sul potere politico. Il caso Marchionne ne è l’esempio. Dov’è, se c’è, la dimensione europea, internazionale, del sindacato ?

“Non scontiamo un ritardo del movimento sindacale, che da sempre si è dotato di organismi internazionali, quanto degli strumenti per poter concretamente agire. La politica ha in qualche modo rinunciato a governare l’economia, ha pensato che il sistema finanziario e delle multinazionali fosse così forte da non poterlo governare ed ha sottovalutato che dentro l’idea liberista della globalizzazione c’erano anche due conseguenze ideologicamente pensate: che si sarebbero ampliate le disuguaglianze e che tutti i costi di quest’operazione sarebbero stati pagati dal lavoro produttivo e dalla ricerca del lavoro sempre a peggiori condizioni. Il vero tema che noi dovremmo proporci è come la relazione esistente tra i tanti sindacati del mondo diventi anche effettiva capacità di agire comune, uscendo dalla stretta in cui siamo. Vale anche per l’Europa. Ci siamo mossi insieme durante le giornate di mobilitazione indette dalla Confederazione europea dei sindacati ma con difficoltà ci ritroviamo sulle singole vertenze. Allora l’incrocio fra organizzazioni sovranazionali e organizzazioni nazionali è un grandissimo punto di domanda. Se anche all’interno del governo sovranazionale, come in Europa, c’è un mondo binario fra chi è a basso costo e chi invece difende la propria condizione, questo è il tema da dirimere. Non a caso noi abbiamo detto che bisogna provare ad andare oltre, a immaginare elementi di contrattazione europea, mettere in campo uno strumento effettivamente contrattuale perché anche il sindacato provi ad essere un’organizzazione sovranazionale”.

 

Nel Novecento, nei sistemi democratici, c’era quasi una “legge storica”; liberismo e destra parlamentare (reaganismo e thatchterismo, ad esempio) vincevano quando c’era da rimettere in moto la produzione e l’accumulazione della ricchezza. Le sinistre, viceversa, andavano al governo quando diventava prioritaria la re-distribuzione sociale della ricchezza. Adesso, malgrado che negli Stati della UE ci siano 20 e più governi di centrodestra, crescita e sviluppo non si vedono, tranne che in Germania. Cos’è cambiato?

“In estrema sintesi lo anticipavo prima. La separazione tra economia e politica ha determinato il fatto che non ci fossero regole per governare la globalizzazione e i mercati. La politica ha abdicato così al suo ruolo guida. Si è immaginato che le sorti del mondo, il futuro stesso, fossero nelle mani della globalizzazione e dell’economia di mercato. Un credo che, con le dovute eccezioni, ha investito tutte le forze e le culture politiche. Ricordo quando mettevamo in guardia dai rischi legati da una globalizzazione non governata, così come ricordo il grande movimento che ha caratterizzato la critica alla globalizzazione e, allo stesso tempo, la disattenzione che lo ha accompagnato. La politica ha avuto per troppo tempo una visione di breve periodo e si è oggettivamente impoverita la sua capacità di analisi e di proposta”.

Giovani e non garantiti in generale; al di là della protesta, quali sono le proposte concrete della Cgil per colmare le fratture generazionali?

“Giovani e futuro è stato il tema al centro della manifestazione nazionale che abbiamo promosso lo scorso 27 novembre. Con la campagna ‘Giovani non più disposti a tutto’, e con il sostegno che abbiamo dato alla recente manifestazione ‘Il futuro è adesso - la vita non aspetta’, abbiamo cercato di imporre il tema dei giovani e dei precari, il futuro che gli viene negato. Anche noi dobbiamo fare la nostra parte, attraverso la contrattazione, nel ricucire il rapporto tra diritti e lavoro, tra giustizia e uguaglianza perché, come la nostra storia ci insegna, un lavoro senza diritti può diventare schiavitù. Per questo ragioniamo su un nuovo modello contrattuale, inclusivo di tutte le figure e che faccia del contratto nazionale un punto di riferimento di tutto il mondo del lavoro. Insieme serve la modifica del mercato del lavoro stesso, provando ad esempio a ridurre drasticamente il numero dei contratti e a farli costare di più”.

Una donna per la prima volta alla guida del più grande sindacato italiano è una bella novità, ma anche un test per vedere in cosa consiste concretamente la qualità rosa del potere. Secondo lei, in cosa consiste?

“Le donne possono proporre una migliore capacità di gestire il conflitto che si determina nelle relazioni. Forse questo è l’aspetto principale di ciò che lei definisce la ‘qualità rosa del potere’. Ma va soprattutto sottolineato che lo scalpore creato da una donna giunta ai vertici del maggiore sindacato italiano dimostra che c’è un’altra Italia, un paese che non ha assorbito la filosofia del ‘berlusconismo’ che si è caratterizzata attraverso la mercificazione e il disprezzo del corpo e della mente delle donne. Ciò che mi è accaduto - che è il frutto di come la Cgil sia una grande organizzazione collettiva di uomini e di donne dove non trovano spazio il leaderismo e l’individualismo - è un segnale positivo per il paese, come la dimostrazione di un ‘ritrovato’ protagonismo delle donne, di una nuova stagione di libertà femminile di cui c’è un gran bisogno per la democrazia di questo Paese”.

Con una politica debole, l’autonomia del sindacato potrebbe svolgere un ruolo di incalzante supplenza sulle politiche pubbliche. Ma ad indebolirla c’è la divisione sindacale e, forse, anche un po’ di ambiguità nei rapporti tra Cgil e le opposizioni, pur storicamente presenti con le loro culture politiche, penso a Pd e Sel, nella Cgil. Cosa manca per affermare una forte e moderna autonomia sindacale?

“Noi siamo e lo siamo ormai da diversi anni gelosi dell’autonomia del sindacato. Questo di certo non vuol dire che siamo indifferenti rispetto alla politica: le rivendicazioni di politica economica hanno bisogno di una “sponda” politica perché possano concretizzarsi. Questo però non implica e non contempla il fatto che il sindacato debba essere la “cinghia di trasmissione”. Così come non si può confondere il contrasto alle politiche con l’essere “opposizione”: noi giudichiamo il merito delle scelte. Questo governo ha voluto e praticato la divisione del sindacato, ed altri hanno pensato che potesse essere una strada da perseguire”.

Lei, senza dubbio, ha la stoffa della leader e sa fare il suo mestiere di sindacalista. A noi però interessa di più chiederle di andare oltre il vecchio detto – “il sindacalista vede il contratto, il politico la legge” – (da anni, mai tanto sputtanato dai politici) e di dirci cosa secondo Lei “Fa Bene al Paese”, in altre parole cosa chiede alla politica italiana.

“Chiedo di riscoprire il senso vero delle parole, di uscire dal sensazionalismo quotidiano del dibattito mediatico. Si riparta dalla parola stessa, dal termine politica, che per noi continua a voler essere uno straordinario strumento di cambiamento della realtà e di miglioramento delle condizioni delle persone. E in questo senso, contro chi ci ha accusato di fare uno sciopero politico, dico: sì, è stato uno sciopero politico. Con la nostra mobilitazione, con il nostro sciopero, con il nostro impegno quotidiano, chiediamo alla politica di fare semplicemente il suo mestiere: mettere in campo un progetto per il paese, una visione strategica di dove sarà nel prossimo futuro questo nostro paese. La politica ci tiri fuori dalla crisi determinando le condizioni per la crescita, per una nuova giustizia fiscale, proponendo al paese un nuovo progetto, che guardi alle forze migliori della società - e il mondo del lavoro ne è sicuramente la parte migliore - per garantire a noi tutti, ma soprattutto ai nostri giovani, un futuro”.

 

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