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Ed Enea diede vita alla gens Iulia PDF Stampa E-mail
Venerdì 20 Maggio 2011 08:17
di Laura Guerciomodigliani

 

"Atque hic ingentem comitum adfluxisse novorum
invenio admirans numerum, matresque virosque,
collectam exilio pubem, miserabile vulgus". Eneide, Libro II pagg. 796-798.

 

Spesso non fa male rispolverare la nostra cultura classica. Anzi, potrebbe  aiutare a dare una chiave di lettura ai problemi attuali. Prima ancora del dramma dell’emigrazione dei popoli nord africani, Virgilio ci ha fatto conoscere le traversie  dell’uomo considerato nella mitologia il capostipite del nostra gens Iulia, Enea. Dopo aver combattuto per difendere inutilmente una Troia ormai distrutta, l’eroe virgiliano organizza la sua fuga verso l’Italia. Gli Dei gli promettono che lì troverà una nuova patria e cosi, messosi sulle spalle il padre Anchise paralitico, e insieme al figlio inizia il viaggio verso la sua nuova terra. Con il resto della sua famiglia si dà appuntamento in riva al mare. “E qui trova che è affluita una gran comitiva di nuove persone......sia madri che padri che giovani....: volgo miserabile”. Non è forse cosi che consideriamo ancora oggi il popolo degli  immigrati?

L’accenno alle letture classiche non è fatto per richiamare eventuali parallelismi o per semplificare le complesse questioni dell’immigrazione, riducendoci magari a dire “anche noi siamo un popolo di emigranti”. Vero, lo siamo stati, ma è troppo semplicistico di fronte ad una molteplicità di problematiche attuali, che oggettivamente non possono essere negate. Il Cardinale Biffi, tempo addietro, in un suo intervento che ha suscitato scalpore, e che successivamente è stato però corretto nel senso della riaffermazione della nostra cultura cristiana a fronte di quella islamica,  ha esortato a che  il diritto all’immigrazione non venga confuso con il “diritto alla invasione”. Le questioni attinenti all’immigrazione dei popoli, soprattutto di fede musulmana, in Italia e in Europa non trovano una facile soluzione neanche in quelle sedi in cui tendenzialmente ci si aspetterebbe l’affermazione della pietas nei confronti dei disperati in cerca di speranza, ovvero del rispetto dei loro diritti fondamentali e della loro dignità. Riferendosi alla direttiva UE che definisce la procedura di rimpatrio degli immigrati irregolari, non sorprende che la Corte di Giustizia europea abbia bocciato il reato di clandestinità introdotto dal governo italiano.

Sempre la nostra storia e la letteratura classica ci aiutano a capire che l’immigrazione è certamente connaturata nel DNA dell’uomo e che per tale motivo non è pensabile arginarla con la forza. Né ora né mai. A poco possono pertanto valere i cannoni della Spagna o i dinieghi di aiuto di Malta o ancora il blocco dei treni della Francia. Enea non solo mise piede sul nostro territorio, ma diede origine ad un popolo nuovo. Dovremmo ricordarcelo. Sebbene non puntiamo i cannoni o non fermiamo i treni, impediamo però ai figli nati in Italia da genitori stranieri, che frequentano scuole italiane e che si integrano nella nostra società, di divenire cittadini italiani se non al raggiungimento del diciottesimo anno e a condizione che abbiano risieduto in Italia senza interruzioni dalla nascita, rischiando per di più di perdere definitivamente questo diritto se non lo eserciteranno nei dodici mesi successivi. Questo perché la legge italiana non applica lo “ius soli”, in base al quale è cittadino originario chi nasce sul territorio dello Stato, bensì lo “ius sanguinis”, secondo cui la cittadinanza è trasmessa da genitore a figlio.

C’è qualcosa che non torna, se invece i nostri antichi padri hanno permesso ad uno straniero di essere capostipite della gens Iulia. Quale che siano le ragioni di una normativa che  limita la cittadinanza in base allo ius sanguinis, certo è che sarebbe davvero opportuno che venga rispolverata dal legislatore la nostra cultura classica.

 

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