di Laura Guercio
Non è riferito al referendum sul quale l’Italia sarà chiamata a pronunciarsi a giugno, ma al tema del testamento biologico oggi in discussione. Come era prevedibile, il disegno di legge sta spaccando il governo e l’opinione pubblica e politica. Gli sviluppi della tecnica medica e la possibilità di tenere in vita una persona con l’ausilio di macchinari hanno fatto crescere rapidamente il dibattito sulla liceità di allinearsi a quanto avviene in molti altri Stati, cioè di poter rendere legale il cosiddetto «testamento biologico», la cui definizione è molto precisa e non dovrebbe creare confusione.
Secondo il testo di legge attuale, per dichiarazione anticipata di trattamento si intende «l’atto scritto con il quale taluno dispone in merito ai trattamenti sanitari, nonché in ordine all’uso del proprio corpo o parte di esso, incluse le disposizioni relative all’eventuale donazione del proprio corpo, di organi o tessuti per trapianto, ricerca o didattica, nei casi consentiti dalla legge, alle modalità di sepoltura e all’assistenza religiosa». Per cui, l’attuale definizione non contempla il diritto ad autorizzare un’altra persona a «staccare la spina», e in questo, il disegno di legge si allontana formalmente da tutti quelle ipotesi di eutanasia e suicidio che la nostra coscienza non è pronta ad accogliere.Meno preciso è come consentire legalmente tali prassi in conformità al nostro ordinamento e, forse di più, alla nostra cultura e coscienza.
Se l’ articolo 32 della nostra Costituzione sancisce che nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario, perche dunque non prevedere anche la necessità di una dichiarazione anticipata? Non essendo contemplata una tale previsione nel nostro assetto normativo, è stato pertanto proposto nel 2006 il Disegno di legge n. 687, attualmente in discussione, che ha come obiettivo proprio la regolamentazione di questa materia oggi al centro di dibattito. Premesso che il testamento biologico è, allora, concettualmente diverso dall’ eutanasia, che cosa ha tale previsione di legge di cosi scandaloso? Non è tanto la volontà del malato di vincolare ad una sua precedente dichiarazione le sorti della sua vita futura, problema tuttavia non indifferente. Il nodo che accende gli animi è, invece, se e quanto sia possibile considerare il trattamento di idratazione e nutrizione come “cure di accanimento” e considerarle così una forzatura della volontà di un malato. Dal punto di vista medico è indubbio che idratare e alimentare un essere umano, anche se non autosufficiente, siano forme di terapie necessarie per non ucciderlo.
Ciò posto, il problema allora diventa politico e si traduce chiaramente nel tentativo di indirizzare una concezione di "cura", in casi di malattie terminali o stati vegetativi, che apre alla legittimazione del suicidio o dell'eutanasia. Ma la questione diventa allora anche un problema di "diritto", oltre che di coscienza. Nel “campo della coscienza”, deve essere talmente tutelata la libertà personale che è impossibile individuare un orientamento comune. Ma almeno dal punto di vista del nostro diritto, alcune certezze, almeno teoriche, dovremmo averle. Qualcuno infatti può negare che l'alimentazione e l'idratazione, anche nel caso di non autonomia, non siano un "diritto" per la persona? Ci avviciniamo in questi giorni al referendum che vuole dire no alla privatizzazione dell’acqua, proprio perché l’acqua è un diritto per tutti.
Ma allora perchè non considerare direttamente il suicidio come un diritto? Così se un uomo tenta di togliersi la vita, i vigili del fuoco o chi per loro soccorre, dovranno aiutarlo nel suo esercizio del diritto. Provocazioni ed estremizzazioni a parte, se il legislatore, invece di accanirsi nel tentativo di considerare l'idratazione e la nutrizione come “cure di accanimento”, cominciasse a considerare le stesse come parte delle cure "del dolore" con cui il malato è accompagnato ad una morte dignitosa, la legge terrebbe conto delle differenti sensibilità e della necessaria laicità dello stato. E il problema si allevierebbe. Altrimenti, il futuro della discussione rimarrà quello della contrapposizione ed ideologizzazione di una materia che, invece, chiede e ha bisogno di essere regolata. |