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Incapacità investigativa PDF Stampa E-mail
Mercoledì 04 Maggio 2011 09:36
di Piero Lapoimg_wide_servizirta

 

Yara Gambirasio, scomparsa il 26 novembre, fu trovata cadavere il 27 febbraio, cioè dopo tre mesi, a poche centinaia di metri dal comando di Polizia locale. Nessuna certezza che la zona sia stata o meno esplorata. Forse non vi sono tecnologie per rintracciare una ragazzina dopo il suo rapimento, forse. Ven’è tuttavia a iosa per sapere se, dopo tre mesi o trent’ anni, una zona sia stata esplorata e da chi; sia stata rivisitata o meno da sospettabili. Speriamo che la zona sia stata, a suo tempo, suddivisa in quadranti e le squadre di agenti e di volontari ripartire razionalmente su ogni fetta di territorio e, soprattutto, che sia verificabile la composizione (nome e cognome) di ogni squadra e gli esiti della ricerca. Qualche dubbio invece è lecito se, come hanno riferito le cronache subito dopo il ritrovamento del cadavere, vi sono grosse incertezze su chi e come abbia esplorato quella zona, ammesso che sia stata esplorata. Quando sono coinvolte persone comuni, nonostante l’odiosità e l’efferatezza di certi delitti, si ha l’impressione che le indagini si sviluppino più sugli schermi televisivi che negli uffici appropriati. Per esempio, nel caso di Yara, molte ore preziose furono perdute a causa di una traduzione errata della frase pronunciata da un marocchino.

L’errore banale consisteva nell’essersi serviti di un interprete non all’altezza del compito nonostante da tempo la Corte di cassazione abbia additato la necessità di istituire un albo degli interpreti giudiziari che non dia luogo ad equivoci. Le ultime cronache riferiscono di analisi sul Dna di 400 persone, ma sostanzialmente la situazione è al punto di partenza. Nel caso di un rapimento, si doveva presumere che qualcuno avrebbe dovuto o potuto muoversi nella scena del delitto per disfarsene, com’è poi accaduto. In tal caso, una sorveglianza fotografica satellitare - senza strombazzarla alla stampa - sarebbe stata utile; così come avrebbe giovato una rete di telecamere mobili, h24, su furgoni mimetizzati. In questi casi l’obiezione più usuale è che non ci sono né risorse umane né materiali a sufficienza. È possibile; tuttavia da tempo in Italia vi è almeno un poliziotto ogni 150 abitanti italiani e si spendono 50 miliardi all’anno per queste forze che appare esagerato definire di sicurezza. Il sito del centro di coordinamento accanto al quale è stato trovato il corpo di Yara vanta una tecnologia d’avanguardia, inutile se non si comprende che l’hi-tech non serve per lavorare meno, ma per lavorare più accuratamente.

Nel caso della sicurezza del territorio, l’hi-tech ha senso se collega la polizia ad ogni metro quadro. Chi coordinava e che cosa nelle ricerche di Yara? O Yara è stata sempre lì o il criminale ve l’ha lasciata quando le ricerche sonnecchiavano. Dall’estremo nord al profondo sud, anche le indagini sulla morte di Sarah Scazzi non sembrano spogliarsi del sensazionalismo televisivo che le ha caratterizzate dal primo istante. Vari presunti complici entrano ed escono dalle indagini che sembrano sempresul punto di concludersi per poi riservare nuove sorprese. Negli ultimi tempi un certo silenzio ha circonfuso la vicenda di Sarah. Questo fatto, tutto sommato positivo, forse è imposto dall’irrompere di altri delitti come quello della povera Yara o l’altro della donna fatta a pezzi, trovata vicino Roma. Comunque sia, è memorabile che l’arma del delitto è (o sarebbe?) stata ritrovata grazie allo zio. Si tratta, com’è stato ampiamente riferito dalle televisioni, di una cintura.

Chissà quanto accuratamente l’aveva nascosta il crudele zio, ci siamo chiesti. L’aveva posata nella sua auto, ve l’aveva lasciata e nessuno si è sognato di fare delle ricerche sul veicolo finché il volenteroso proprietario non l’ha indicato agli inquirenti, i quali, ad ogni buon conto poi ne hanno sequestrate una quarantina, fra cinture e laccioli, in casa Misseri; dopo due mesi. L’assassinio di Chiara Poggi a Garlasco, avvenuto ben prima degli altri  due, è tuttora oscuro nonostante il tempo e il processo intercorsi. Anche a Perugia per l’assassinio di Meredith Kercher, nonostante le condanne di tre presunti colpevoli (presunti almeno sino al giudicato della Cassazione), rimangono ombre e dubbi, sfruttati ad arte dai sostenitori delle tesi colpevoliste o innocentiste, che si contendono gli schermi come i tifosi le tribune sportive. Questa ricorrente debolezza delle indagini lascia tuttavia dietro di sé una prova sicura: non basta essere valorosi carabinieri per condurre indagini, tanto meno bravi pm per dirigerle. L'isolamento della scena del delitto, l'individuazione delle persone correlate, la perquisizione di tutto quanto è riconducibile alla vittima e agli altri attori, l'analisi delle azioni di ciascuno, il confronto delle matrici logiche conseguenti, quando non surrogati da intercettazioni ambientali, sitibonde di tracce cui aggrapparsi, patiscono ricostruzioni televisive animate dai medesimi investigatori, sfidando il buon senso prima del ridicolo.

L'investigazione sopraffina, si sa, non può essere peculiare a tutte le stazioni di carabinieri, a tutti i commissariati, a tutte le procure. Bisogna quindi costituire queste capacità, accentrarle e impiegarle nella contingenza. Troppe investigazioni ondivaghe certificano l’urgenza di costituire nuclei specializzati e un iter differente nella preparazione dei pm. In altre parole, tutti questi casi irrisolti in cronaca sono prove non ideologiche dell'abisso fra un magistrato requirente e uno giudicante, oggi paradossalmente intercambiabili, grazie alla sottovalutata specificità investigativa. I pm, senza un’opportuna formazione, quella preparazione non la conseguiranno mai, pur continuando a dirigere le indagini.

A questo dato di fatto si aggiunge un’ulteriore indeterminatezza dovuta ai progetti di federalismo che non scalfiscono l'apparato inefficiente delle polizie, giustapposto alla rete di procure, le une e le altre incapaci di fronteggiare i casi che concernono la sicurezza del cittadino comune Quando infine un colpevole (ammesso che sia tale) finisce in carcere nascono ulteriori incertezze. Le carceri sovraffollate sono dimenticate col trascorrere dell’estate. Il problema tuttavia resta e sarà enfatizzato dall’ultima ondata di sbarchi.

Nel 2001 la Telecom spuntò 110 milioni per 400 braccialetti elettronici, fino al 2011. Ne funzionano una decina: oltre un milione di euro a braccialetto per anno. La Gran Bretagna usa la sorveglianza elettronica su 50mila adulti condannati o imputati, spendendo un quinto rispetto alla detenzione tradizionale. Il sistema è utilizzato anche per minorenni, tifosi e automobilisti a rischio. Là pieno successo, qui costoso flop. Perché?

 

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